Brexit, Macron, Italia
le crisi europee
e la crisi dell’Europa

Che cosa sta succedendo nei maggiori paesi dell’Unione europea?  Emmanuel Macron ha fatto una clamorosa, e umiliante, marcia indietro davanti alla minaccia della rivolta dei gilè gialli? Oppure, da politico avveduto, ha trovato il coraggio di esercitare in pubblico l’autocritica per una politica economica sbagliata e annunciare le correzioni necessarie? Teresa May uscirà dall’impasse in cui due anni e mezzo fa il 51,8% degli elettori hanno cacciato il Regno Unito votando per la Brexit? Il rinvio al 21 gennaio del voto in parlamento le salverà la poltrona ma, cosa molto più importante, aprirà qualche spiraglio a una via d’uscita che non sia un inedito e pericolosamente imprevedibile aprés nous le déluge? Annegret Kramp-Karrenbauer sarà all’altezza di raccogliere l’eredità di Angela Merkel? Quanto durerà ancora l’alleanza di potere tra due partiti un tempo fortissimi e oggi uno in crisi profonda, la SPD, e l’altro, la CDU, in calo di consensi e di leadership almeno finché Annegret non dimostrerà di essere più che una simpatica figlioccia di Angela? Il potere di Pedro Sanchez quanto è solido ancora dopo la batosta che i socialisti hanno preso in Andalusia e l’entrata in scena, anche in Spagna, di un partito esplicitamente di estrema destra? E in Italia? Come finirà la commedia per il potere tra i due litiganti e il terzo che non gode che formano il governo più improbabile della storia repubblicana?

Emmanuel Macron

Mettete uno dietro l’altro questi punti interrogativi e avrete il polso delle incertezze e delle difficoltà con cui l’Europa, intesa come continente, deve fare i conti nel momento in cui tutto si muove sulla scena della Grande Politica Mondiale, con la guerra dei dazi, le smanie neo-imperialiste di Trump, quelle tardo-imperiali di Putin, la resistibile ascesa della Cina nel sistema delle relazioni economiche e commerciali, la minaccia dei terribili sconvolgimenti che ci porterà il riscaldamento globale, la spinta alle grandi migrazioni che tenderà a crescere inesorabilmente.

Per ognuno di questi interrogativi vanno cercate le risposte in casa, è ovvio, negli scenari politico-sociali di ciascun paese e nelle scelte delle loro classi dirigenti. Ma non basta. Ognuna delle tante crisi è anche un aspetto di una crisi, quella in cui versa l’Unione europea e le cui ragioni derivano tanto dalle scelte di politica economica che sono state compiute dalle sue istituzioni e principalmente dal Consiglio, e quindi dai governi, quanto dalla incompletezza, che tende a diventare paralisi, dei processi di integrazione.

L’esempio più evidente della comune “natura europea” delle diverse crisi è proprio il più recente: la svolta di Macron. Il presidente francese non ha annunciato soltanto la marcia indietro sul provvedimento che ha provocato

Teresa May

l’inizio della jacquerie dei gilè gialli, l’aumento delle tasse sui carburanti, ma un vero e proprio cambio di indirizzo di tutta la politica fiscale e provvedimenti chiaramente vòlti a mitigare le diseguaglianze che segnano la società francese, come l’integrazione di 100 euro al salario minimo e la rinuncia all’aumento dei prelievi fiscali sulle pensioni inferiori ai 2 mila euro. Insieme con il mancato aumento delle accise sui carburanti il “pacchetto” su cui Monsieur le Président si è impegnato in diretta tv dovrebbe arrivare intorno ai 10-12 miliardi. Abbastanza per far saltare il tetto del deficit concordato con Bruxelles.

Questo ci ricorda qualcosa? Per una volta lasciamo stare gli affari di casa nostra e concentriamoci su quelli degli altri. La correzione di rotta di Macron, la personalità europea che più di ogni altra si era ritagliata il ruolo di promotore del rilancio dell’Unione, è una sfacciata sconfessione della disciplina di bilancio imposta da Bruxelles e che, implicitamente, reggeva buona parte dei progetti di riforma proposti, insieme con una più riluttante cancelliera tedesca, proprio da lui stesso.

Si sa che i francesi, quando si è trattato di difendere i propri interessi, in passato non sono mai stati così rigidi in fatto di rispetto della disciplina finanziaria imposta da Bruxelles, ma questa svolta “spendacciona” fa ugualmente impressione. E dice, da sola, quanto socialmente insostenibile fosse l’austerity made in France perseguita prima. Nonché quanto fosse velleitario il proposito di correggere il sistema dei trasporti in senso più ecologico a colpi di tasse. Ma qui il discorso si farebbe più complicato, perciò restiamo all’essenziale. E l’essenziale è che la Francia manda all’inferno il vincolo di bilancio europeo.

Ma Salvini e Di Maio non si facciano strane idee: Macron sfonda il tetto con scelte che, almeno nelle intenzioni, perseguono l’introduzione di più giustizia sociale e di più eguaglianza, non in nome di riduzioni fiscali per i più ricchi come la flat tax o di vaghe misure di assistenza come il reddito di cittadinanza nel modo in cui pare sia stato pensato. Se è stato pensato. Resta da vedere se il “nuovo” Macron ce la farà e in ogni caso le buone intenzioni di oggi non cancellano la colpa di aver impostato la politica economica francese sui binari di un neoliberismo a tratti socialmente spietato, assai lontano non solo dalle propensioni dei socialisti (già molto indebolite al tempo di François Hollande) ma anche da quelle “sociali” dei vecchi gollisti.

Che cosa dobbiamo dire delle penose vicissitudini che sta vivendo la signora May? In questo caso la “natura europea” della crisi è, per così dire, pregressa. Va cercata nel clima che gli errori e le debolezze dell’Unione crearono nel Regno Unito prima del fatale referendum. L’austerità, certo, che specie nelle regioni industriali dell’Inghilterra rese più amare le contrazioni del welfare, ma anche e soprattutto l’incapacità di Bruxelles a governare l’immigrazione. Che è, come sappiamo bene purtroppo anche noi, il poderoso cavallo di battaglia del populismo sovranisteggiante.

Annegret Kamp-Karrenbauer

Tagliamo corto. Non è necessario spiegare quanto le contraddizioni di Bruxelles e soprattutto la sua totale assenza in fatto di governo comune dell’immigrazione abbiano contribuito a mettere in difficoltà la große Koalition di Angela Merkel, facendo crescere una destra ultraxenofoba che ha pesantemente condizionato da destra la CDU e la CSU. E a insidiare a Madrid la precaria coalizione tra i socialisti e Podemos, che si è dovuta trovare di fronte pure masse di profughi dirottate dalle chiusure ai traffici imposte dall’Italia.

Nessuno certo vuole sostenere che le ragioni della deriva populista che sta facendo danni in Europa siano da cercare tutte a Bruxelles e dintorni. Non fosse che perché essa, come sappiamo bene, non riguarda solo questo continente e ha anzi i suoi massimi punti di forza, oggi, a Washington e a Mosca. E però è molto importante che ci si renda conto di quanto abbia pesato e pesi nel dilagare della pericolosa illusione sovranista nei nostri paesi l’incompiutezza dell’integrazione politica, il deficit di democrazia di un’Europa che è ancora l’Europa dei governi. Ecco una consapevolezza che dovrebbe guidare l’iniziativa delle sinistre verso le elezioni europee di maggio.