Inciampa la Brexit, ora è difficile la partita per Jeremy Corbyn

Una settimana ad alta tensione, in Gran Bretagna. Mentre l’Inghilterra avanzava nel mondiale in Russia il governo di Theresa May perdeva pezzi da novanta, con le dimissioni di 5 membri del governo (tra ministri e sottosegretari) arrivate per protestare contro la nuova linea soft sulla Brexit annunciata durante un meeting nella residenza di campagna dell’esecutivo.

La nuova proposta addolcisce la hard Brexit da sempre proposta dalla May per cercare un accordo altrimenti impossibile con la UE. Nelle intenzioni del governo descritte nel white paper diffuso ieri, all’uscita dal mercato unico farà seguito un pacchetto di regole comuni con la UE con un armonizzazione degli standards e delle tariffe per mantenere i flussi commerciali il più liberi possibile, senza significativi controlli doganali alla frontiera irlandese. L’Unione doganale si trasformerebbe in un “territorio doganale unito” e la libera circolazione delle persone verrebbe sostituita da una “area di mobilità preferenziale” con porte più o meno aperte agli immigrati molto qualificati, come dottori, infermieri e ingegneri, ma una politica discrezionale del governo UK per tutti gli altri, i cui dettagli saranno chiariti più avanti. Tecnicamente una hard Brexit, in pratica, la più soft possibile per merci e servizi, con un inasprimento dei controlli per le fasce più deboli dell’immigrazione.

Dopo un accordo iniziale in seno al governo, i malumori dell’ala euroscettica del partito conservatore hanno portato a una catena di dimissioni di pedine chiave, iniziate domenica sera dal ministro per l’uscita dalla UE David Davis, che ha abbandonato insieme al potente sottosegretario Baker scompaginando tutta la macchina delle negoziazioni, seguito a ruota dal ministro degli esteri Boris Johnson. La May ha immediatamente rintuzzato le dimissioni nominando nuovi ministri, tra cui lo spostamento del contestatissimo Jeremy Hunt dalla sanità agli esteri. Ma se è assai probabile che il rimpasto le permetterà di sopravvivere a questa crisi, è difficile immaginare il futuro del suo piano per la Brexit.

Non solo per il doppio colpo subito con le dimissioni pienamente politiche di ministri di alto calibro e di ex-leader del fronte del Leave come Johnson e Davis. Il problema per lei si colloca più in profondità nelle basi ideologiche della sua leadership, nel cuore dello Zeitgeist conservatore di questi anni. “Il sogno della Brexit sta morendo” in una “debole posizione negoziale” che spingerà il Regno Unito verso “lo status di colonia” in cui il controllo del Parlamento ripreso dall’UE sarà “illusorio”. La scelta delle parole nelle lettere di dimissioni, sia quella gentile di Davis che quella carica di vetriolo di Johnson, è esplosiva. Un governo il cui obiettivo principale è la realizzazione della Brexit ha un bel problema davanti quando i fan più accaniti del progetto lamentano il suo fallimento sulle copertine dei principali tabloid conservatori. 

I Tories ora avranno bisogno di qualche settimana per capire come risolvere la loro guerra civile interna e non si può escludere una mozione di sfiducia alla May dalla destra del partito. Boris Johnson tuttavia non ha molta credibilità residua dopo i disastrosi anni come ministro degli esteri (in cui ha inanellato un numero di gaffes da fare invidia a Berlusconi). Si è dimesso per non essere scavalcato a destra da Davis ma non ha un piano e non ha abbastanza seguaci in Parlamento per formularne uno credibile. Anche se avesse il sostegno dei 48 deputati necessari a far scattare un voto di sfiducia nel partito, la May lo vincerebbe facilmente.

Ma nel medio termine le cose sono più complicate. La vita di un governo della Brexit dipende dal successo della sua strategia per l’uscita dalla UE e il piano di scommettere sulla hard Brexit più soft possibile avrà vita dura. La UE chiederà ulteriori garanzie su unione doganale, Nord Irlanda e libera circolazione, e sarà molto difficile vendere ai leader del campo del Leave un accordo che lascerebbe la Gran Bretagna nell’area di influenza legislativa europea, e che l’eccentrico deputato euroscettico Jacob Rees-Mogg ha paragonato al trattato firmato da Re Giovanni “senza terra” quando cedette la Normandia alla Francia.

L’ala euroscettica è forte e determinata a far cadere qualsiasi accordo con la UE, con Jacob Rees-Mogg e il suo sottogruppo parlamentare di 80 ultrà tradizionalisti fermamente a favore di una Brexit senza deal. E senza il sostegno di una parte significativa della sua maggioranza, al governo mancano i numeri e serve il sostegno dell’opposizione guidata dal Labour di Corbyn. Per questo la May rimanderà ogni accordo fino all’ultimo minuto utile per mettere Corbyn di fronte alla scelta forzata tra la soft-hard Brexit del governo e un’uscita senza accordo e nessun tempo per negoziare un’alternativa prima della scadenza del 29 marzo 2019.

Una bella gatta da pelare per Corbyn che si prepara alla conferenza di settembre dove sia i centristi che la sinistra europeista promettono battaglia. Una petizione a sostegno di un secondo referendum lanciata da una lavoratrice migrante ha raccolto quasi 4000 firme di attivisti di Momentum, il movimento dei sostenitori di Corbyn, il cui leader Jon Lansman, alleato storico di Corbyn, ha lasciato trapelare l’intenzione di fermare la rotta del Brexit per unirsi a un “fronte europeo contro l’austerity” che potrebbe lanciare un programma di riforma da sinistra della UE.

Tuttavia non sarà sufficiente un cambio di politica alla conferenza laburista senza una chance di vincere la battaglia parlamentare contro il governo in tempo per invertire la rotta della Brexit. La May farà di tutto per evitarlo e il Labour dovrà giocare a Westminster una partita parlamentare difficile, facendo sponda sia sui Tory europeisti che sugli euroscettici. Nella settimana in cui l’Inghilterra viene eliminata dalla Croazia, l’ultima nazione arrivata nella UE, sembra tutto più difficile.