Brexit, il Parlamento
torna protagonista
Atteso un “fatto nuovo”

Tre avvenimenti hanno dato un nuovo corso alla Brexit: Theresa May ha annunciato che si dimetterà se il suo piano, già bocciato due volte dal Parlamento, sarà approvato. Più un esercizio di retorica che una minaccia. Il patto May, come dimostrano i numeri delle votazioni parlamentari e le manifestazioni dei cittadini, è già lettera morta. Da settimane colleghi di partito e avversari le suggerivano e la pregavano di lasciare l’incarico.  La mossa della prima ministra ne ha solo evidenziato, una volta di più, la debolezza e ha aperto i giochi nel partito conservatore per la sua sostituzione a breve, indipendentemente dal naufragio del suo sfortunato patto con l’Unione Europea. Una volta messa sul tavolo la carta delle dimissioni, dicono i conservatori di lungo corso, il danno è fatto e qualcuno afferrerà l’occasione.

Il secondo avvenimento è che il Parlamento britannico ha ripreso a produrre liberamente proposte alternative alla Brexit della May, dopo la  mozione di Sir Oliver Letwin di mettere nelle mani della Camera dei Comuni l’intero processo, sottraendolo alla disastrosa gestione del governo. In una notte seguita dalla stampa di tutto il mondo e trasmessa in diretta dai maggiori gruppi televisivi, delle otto proposizioni sottoposte al voto indicativo per formare velocemente un terreno comune, due sono emerse con un consenso trasversale. Per pochi voti non sono passate, ma già lunedì prossimo potrebbero aggregare una maggioranza. Le opzioni col maggior seguito sono un referendum confermativo (268 sì e 295 no), e il mantenimento, qualunque cosa accada, dell’unione doganale (264 a 272). Per essere il primo giorno di dibattito libero, ed essendo state votate senza alcuna indicazione di partito, si può dire che lo “scongelamento” della volontà parlamentare e dell’esercizio legislativo procede in fretta. Tanto che lunedì si tornerà a esaminare e a pronunciarsi sulle due mozioni emergenti, fino a votare quel “fatto nuovo” che l’Unione Europea attende per azzerare una situazione divenuta insostenibile. Il referendum sembra lo strumento più adatto.

Il terzo sviluppo è che Bruxelles ha “battuto un colpo”, smettendola di giocare a un poker pericolosissimo per la democrazia europea. Il presidente del consiglio europeo Donald Tusk ha detto che bisogna finirla di dare ultimatum, ma che è doveroso offrire ai cittadini britannici e ai loro rappresentanti parlamentari “un’estensione più lunga del periodo transitorio se il Regno Unito desidera ripensare la Brexit”. Questa necessaria dilazione permetterebbe la partecipazione alle elezioni europee dell’UK.

Sir Oliver Letwin, ex ministro e parlamentare conservatore rispettato da tutti col suo emendamento ha rimesso in gioco il parlamento e ha rivitalizzato il confronto politico fuori da schemi e scelte rigidi, come finora Theresa May aveva imposto. Se mai il patto della prima ministra May fosse sottoposto a una terza votazione, si dice convinto che un no a grande maggioranza rafforzerà le energie del parlamento e l’impegno a dare una buona alternativa. Non è detto che il terzo voto sul negoziato May si tenga, visto che lo speaker John Bercow aveva ricordato che la stessa materia non può essere sottoposta a più di due valutazioni del parlamento. Dovrebbe essere qualcosa di nuovo, e non nella forma, ma nella sostanza. Non sembra esserci in realtà alcuna maggioranza per approvarlo: gli irlandesi del DUP, il partito unionista, sono gli unici che potrebbero fare la differenza. La leader Arlene Foster ha ripetuto che il patto di Theresa May non garantisce le economie dell’Irlanda del Nord e neppure della Repubblica d’Irlanda, ripetendo che “mai, e in alcuna circostanza” lo voteremo.

Né basta alla May il nuovo appoggio di Boris Johnson per far passare il patto: bisognerebbe che ben settantacinque ribelli cambiassero idea. Cosa che non sembrano voler fare. Un cupo Mark Francois, parlamentare conservatore e vicepresidente della commissione per l’Unione Europea, ha detto a BBC Breakfast: “non lo voto neppure se mi puntano una pistola”.

Documenti filtrati da Bruxelles, secondo la BBC, indicano che potrebbe essere concesso più tempo, anche fino a marzo 2020. Donald Tusk ha strigliato, nel suo discorso in aula, chi vuole dare fretta ai britannici e ha mandato un segnale alla Camera dei comuni. Un bel cambio di passo, dopo tanti non disinteressati ultimatum. “Lasciatemi essere chiaro – ha detto al parlamento europeo –  Non si possono tradire i sei milioni di cittadini che hanno già firmato la petizione per la revoca dell’articolo 50, o il milione di britannici che ha marciato per il referendum, o la crescente maggioranza che vuole restare nell’Unione europea. Se sentiranno di non essere sufficientemente rappresentati dal parlamento britannico – ha concluso Tusk – dovranno sentire che sono rappresentati da questa camera. Perché sono europei”.