Boschi, necessario
un passo indietro

La cosa più preoccupante della vicenda di Maria Elena Boschi è che sia lei, sia soprattutto il segretario del Pd e il presidente del Consiglio non si rendano conto – o facciano finta di non rendersi conto – della pericolosa anomalia di certi comportamenti. Non è in discussione la colpevolezza della sottosegretaria, all’epoca dei fatti ministra delle Riforme. Fino a questo momento la Boschi, infatti, non è indagata e nessuno ha prospettato un reato a suo carico.

E’ in discussione invece il ruolo di un ministro della Repubblica e il conflitto di interessi nel quale si è trovata invischiata, che non si cancella con la continua proclamazione della propria innocenza né usando come armi improrie di difesa la “campagna di odio” o la “macchina del fango” –  che richiamano altri ben noti momenti non particolarmente felici della nostra storia recente – o l’argomento di essere perseguitata perché donna. Neppure scaricando tutto su presunti “complotti” contro il suo partito o sul tentativo di nascondere altre e più gravi malefatte compiute nei confronti del sistema bancario. E neanche, infine, con il goffo tentativo di far credere che ogni dichiarazione fatta in Commissione parlamentare dai protagonisti di questa vicenda sia la conferma del suo operato corretto, della sua integerrima condotta.

C’è poco da girarci intorno. Un ministro della Repubblica che ha la delega alle Riforme non avrebbe dovuto incontrare il capo di un’autorità di vigilanza sulle banche, la Consob – secondo il racconto fatto da Giuseppe Vegas alla Commissione parlamentare – esprimendogli la preoccupazione per una possibile fusione che riguarda Banca Etruria, dove il padre svolge un ruolo importante. Un ministro della Repubblica non avrebbe dovuto partecipare a una riunione nella casa di famiglia di Arezzo tra i vertici della banca del padre e quelli di Veneto Banca, come ha raccontato sempre in Commissione l’ad Vincenzo Consoli anche se, ha aggiunto, “rimase un quarto d’ora e non proferì parola”. Un ministro della Repubblica non avrebbe dovuto chiedere all’Ad di Unicredit Federico Ghizzoni di valutare l’acquisto di Etruria, come ha detto lo stesso dirigente in Commissione parlamentare confermando di fatto la rivelazione contenuta nel libro di Ferruccio De Bortoli “Poteri forti”, per la quale la Boschi ha intentato una causa civile contro l’ex direttore del Corriere, a questo punto non si capisce perché. L’ultimo tassello, che non riguarda la Boschi ma aiuta a definire il quadro della storia e il ruolo svolto dal cosiddetto “giglio magico”, è il messaggio che Marco Carrai, imprenditore fiorentino amico di Renzi, ha inviato a Ghizzoni per sollecitare una risposta sempre su Banca Etruria.

Ecco, tutto questo non va bene. Non va proprio bene.

Perché un ministro della Repubblica non dovrebbe fare le cose che ha fatto la Boschi quando il suo intervento coinvolge direttamente un suo familiare.

Non dovrebbe farlo semplicemente perché questi sono evidenti casi di conflitto di interessi. E siccome sui termini del conflitto di interessi – che ha riguardato principalmente Silvio Berlusconi – sono stati scritti migliaia di articoli, editoriali e qualche libro, è davvero singolare che Maria Elena Boschi, Matteo Renzi e, insieme a loro purtroppo, Paolo Gentiloni non si rendano conto della gravità della situazione.

Ho letto che tra i democratici c’è molta preoccupazione perché da alcuni sondaggi emergerebbe che questa vicenda stia ulteriormente danneggiando il Pd. Nando Pagnoncelli sul Corriere ha scritto che il Pd è sceso al 23,4%. Non so se sia davvero così e non so quale effetto questa storia possa avere sui risultati elettorali. Diciamo che non mi interessa. Perché il problema non è un punto percentuale in più o in meno, che è un fatto strettamente di partito. Il problema è la correttezza dell’agire politico, la trasparenza dei comportamenti di un membro del governo e la certezza che non ci sia conflitto tra l’interesse pubblico che si rappresenta e quello privato che riguarda la propria famiglia.

Un partito che si chiama democratico dovrebbe avere a cuore tutto ciò che riguarda il corretto e indiscutibile funzionamento delle istituzioni e dovrebbe fare di tutto per evitare che nel cittadino si insinui anche il più piccolo dubbio sull’operato di un ministro. Per questo il passo indietro di Maria Elena Boschi – dagli incarichi di governo per il poco tempo che resta e soprattutto dalla competizione elettorale che sta per cominciare – sarebbe non un tentativo estremo di salvare il suo partito da una possibile debacle nelle urne (come scrive Mario Calabresi su Repubblica). Ma un gesto doveroso di rispetto nei confronti delle istituzioni democratiche e del cittadino-elettore. E sicuramente anche un modo per dimostrare nei fatti, e non solo nelle belle parole su Twitter, che in certi frangenti così maledettamente complicati non si è tutti uguali.