Boschi, e se non fosse
arroganza del potere?

A proposito della signora Boschi, che si vedrà candidata alle elezioni e rieletta al Parlamento italiano nella prossima primavera, non conoscendola, mi sono sempre posto una domanda semplice semplice, che non so quale origine abbia nella sua classica formulazione: “Ci fa o ci è?”. Ammettendo alla fine di essere più sensibile al secondo corno del dilemma: “Ci è”.

La vicenda è nota. Da quando una commissione parlamentare ha cominciato ad occuparsene è diventata arcinota, addirittura dettagliata ormai nei minimi particolari (non tutti, ovviamente: come non considerare bugie e omissis di vario genere, che prima o poi Marco Travaglio ci elencherà) e anche su queste pagine è stata riassunta (e qui mi dovrei spendere in un elogio del “riassunto”, antidoto alla noia e al risaputo) con encomiabile chiarezza: Banca Etruria, papà Boschi, Elena figliola apprensiva, la Banca d’Italia, la Consob, Ghizzoni ex amministratore delegato di Unicredit, l’amico Carrai, il ministro Padoan, l’arbitro Casini (di nuovo alla ribalta, dopo mi sembra un lungo periodo di oblio, riabilitato nella veste di custode della democrazia e della legalità), eccetera eccetera.

Letto tutto, ascoltati tutti, sembrerebbe ovvio dedurre scarso riguardo per le istituzioni, poco rispetto dei ruoli e delle responsabilità, ingerenze inaccettabili, arroganza, supponenza (nello stile peraltro proprio del segretario del Pd, che tuttavia a veder bene, con onestà, non sarebbe privo di maestri e di emulatori: tradizione in tal senso anche a sinistra non manca), ambiguità e – per riassumere, dunque – conflitto di interessi. Quanto si è vociferato di conflitto di interessi in tempi non proprio remoti?
Mi viene spontaneo però aggiungere al resto una parolina poco politica: stupidità. Cioè non mi meraviglio che un politico di medio, piccolo o grande calibro possa mostrarsi arrogante, possa travalicare i propri compiti, possa utilizzare potere, fama, persino le comparsate televisive, per raggiungere qualche traguardo di suo particolare interesse. Se poi viene promosso a un ministero gli potrebbe bastare una mail, gli potrebbero bastare una telefonata e la pronuncia di un nome perché l’amministratore delegato di turno capisca. Mi colpisce e mi offende invece la stupidità, soprattutto quando si colloca molto in alto nelle gerarchie del potere, forse perché rispetto ancora il potere, soprattutto quando è pubblico, e sono così ingenuo da ritenere che lì ci si arrivi per intelligenza, non per altro.

La pratica dell’interferenza, della raccomandazione, della pressione è nella storia e persino nella cultura di un paese come il nostro, che risulta da sempre una somma di clientele, famiglie, mafie, clan e campanili… Ma la stupidità non riesco a metterla in conto in modo altrettanto diffuso, non riesco a giustificarla e credo che sia da stupidi rifiutarsi di capire che un ministro avrebbe dovuto e potuto evitare di agitarsi per salvare la banca della quale qualcuno di famiglia è vicepresidente, soprattutto che un ministro avrebbe avuto tanti altri mezzi per agire, pure facendo finta di tenersi alla larga, che gli interventi di qualsiasi parlamentare non avrebbero suscitato scandalo, che all’inizio si sarebbe dovuto ammettere, magari sminuire ma non negare, scegliere il “low profile” invece dell’ostinazione. Impedire a qualcuno di sospettare che un bel giorno un banchiere possa rassicurare gli amici banchieri, citando un parente di chiara fama, che a sua volta avrebbe rassicurato il banchiere di famiglia con il classico “ci penso io” e via con l’agenda aperta a cercare quelli che contano.

Non sarà andata così, ne siamo certi, ma viene da immaginarlo: Totò e Peppino, mentre dettano una lettera a Visco per alleviare le marachelle del nipote. Scenetta da tragicommedia all’italiana, tragica per chi ci ha rimesso i risparmi, tragica per l’idea che se ne può trarre di questo paese, comica per l’insipienza dei protagonisti. Roba da cinepanettone, l’eccelso Boldi nella parte di Renzi… Non saprei a chi affidare la parte di Orfini, chiamato l’altra settimana (l’ho rivisto nel corso di “Piazza pulita”, un paio d’ore di televisione che hanno aggiunto confusione alla confusione e un significativo ritratto dell’”amico” Carrai) al triste compito del difensore d’ufficio, quando sarebbe sufficiente riconoscere che certe cose non si fanno e che non c’entra nulla la difesa degli interessi del territorio (che altri avrebbero potuto assumere con ben altra libertà di un ministro incompetente per quanto animato d’amore filiale).
Alla fine, forse, sarebbe meglio per tutti che qualcuno si decidesse a lasciare. Ci sarà sempre un prossimo giro…