Un bonus europeo
da spendere
contro i sovranisti

La simpatia reciproca esibita nell’incontro a Milano tra Mattarella e il presidente tedesco Steinmeier, con un calore al di là delle normali cortesie diplomatiche, è stato l’ennesimo segnale: tra Roma e Berlino è luna di miele. Contrasti, riserve e diffidenze del passato si sono sciolti nella stagione della pandemia e il virus cattivissimo almeno una cosa buona l’ha prodotta: un bonus di stima (e di autostima) per come si è comportata l’Italia. L’idillio non riguarda soltanto i rapporti tra il nostro paese e la Germania: con la Francia di Macron il clima è altrettanto sereno e più in generale lo è un po’ con tutti i paesi dell’Unione. E ciò non è un pura e semplice consapevolezza della comunità di destini che la pandemia ci ha posto drammaticamente di fronte agli occhi. Non sempre le sciagure uniscono: basterà ricordare quanto fosse diverso il clima quando, nelle prime settimane dell’emergenza, i paesi si negavano l’un l’altro anche il minimo della solidarietà, fino a rubarsi vicendevolmente mascherine e apparecchi per le terapie intensive.

Potremmo crogiolarci nel pensiero che questo bonus di stima sia semplicemente il riconoscimento del successo – relativo, certo, rispetto agli altri, ma non di meno evidente – con cui il disastro è stato gestito da noi. Ma non crediamo che sarebbe l’unica spiegazione da dare.

La svolta europea

Prendiamo l’atteggiamento delle istituzioni europee. Tra Bruxelles e Strasburgo dalla svolta in cui la Commissione, e (obtorto collo) anche il Consiglio e quindi i governi, accettarono il principio della condivisione del debito e diedero vita ai fondi, l’Italia è stata trattata molto meglio di quanto si poteva pensare alla vigilia e – riconosciamolo – meglio di tutti gli altri. Ha avuto la fetta più grossa della torta, ma, soprattutto, dopo le dure schermaglie di inizio estate, sono cadute le pregiudiziali e le condizionalità puramente finanziarie che il nostro passato in fatto di (in)discipline di bilancio suggeriva allo schieramento dei rigoristi, cui pure qualche buona ragione non mancava, lasciando in piedi quelle politiche, di programma, come è giusto che sia. Pur se è intollerabile la spocchia di chi, come il fatuo Di Maio, va vantandosi che “in Europa abbiamo vinto noi”, quasi che si fosse trattato di una lotteria o d’una partita di calcio, va riconosciuto che il governo italiano ha dispiegato una buona capacità negoziale.

Ma basta il fatto che Conte e il suo ministro dell’Economia Gualtieri siano stati abili nel negoziato a spiegare il “bonus” concesso all’Italia o, forse per meglio dire, al suo governo?

Probabilmente no. Crediamo che la scelta di favorire l’Italia, in questo momento e nell’attuale assetto politico, sia sostenuta anche da solide ragioni politiche, che attengono alla difesa di valori generali e fondamentali dell’Unione europea. Il paragone può sembrare un po’ troppo ardito, ma si può immaginare che come l’Italia fu per la NATO e l’occidente in genere il paese di confine cui dedicare attenzioni e cure speciali, per l’Unione europea lo sia, idealmente, altrettanto: esposto al pericolo di una deriva politica nazionalistica e autarchico-protezionista. In una parola, sovranista, come si dice adesso.

Un pericolo reale

Si tratta di un pericolo reale, come le vicende politiche italiane lasciano intuire. Riguarda uno dei grandi paesi fondatori dell’Europa, che se passasse nel campo avverso farebbe saltare tutto il sistema. Ci dobbiamo stupire se a Bruxelles si pongono il problema?

Bisognerebbe, in realtà, che ce lo ponessimo anche noi. A chi dà credito agli esponenti della destra sovranista e antieuropea che in Italia gridano alle “interferenze” di “quelli di Bruxelles”, nemici dei popoli che “nessuno ha eletto” dovremmo essere capaci di spiegare che né la democrazia né la politica si fanno rinchiudere nei confini degli stati nazionali, che l’Europa è, anche per quelli cui non piace, una comunità in cui quello che accade in un paese riguarda tutti.

Ma il richiamo a questa consapevolezza non basta. Al favore che le istituzioni europee e i governi dei paesi nostri partner ci dimostrano in questa fase dobbiamo saper rispondere nei fatti concreti. L’impressione è che qualche ritardo, qualche esitazione, qualche penosissimo riflesso delle divisioni tra i partiti e nei partiti, in questa fase lo stiamo mostrando. Per esempio nelle banali genericità del cosiddetto “recovery plan” che (speriamo in italiano nonostante il titolo) è stato trasmesso dal governo alle Camere. C’è davvero da auspicare che prima che arrivi alla Commissione a Bruxelles si riempia di fatti, proposte concrete e numeri. E c’è da sperare che presto abbia fine il penoso balletto intorno al MES: 37 miliardi da incassare subito con una condizionalità ben inferiore a quella del Next Generation EU e provvidenzialmente legata alle spese per la salute pubblica che ogni giorno che passa si capisce meno perché sia tanto indigesto ai cinquestelle.

Le proposte di von der Leyen

Mercoledì scorso la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha pronunciato davanti al parlamento europeo un ambizioso discorso sullo Stato dell’Unione. Pur se mancavano indicazioni sul cammino da fare ancora sul terreno delle riforme necessarie a far progredire l’integrazione, c’era la proposizione di una misura sociale, il salario minimo europeo, che da sola fa comprendere quanto siano lontani i furori liberisti che condizionarono in passato la politica economica dell’Unione. E c’erano due proposte che in Italia avrebbero dovuto trovare un’eco ben più ampia e positiva delle poche righe che hanno dedicato loro i media. La prima è l’idea di tenere l’anno prossimo in Italia una conferenza universale sulla salute come manifestazione del fatto che la sanità diventa ufficialmente una delle politiche di competenza dell’Unione. Tutti hanno la contezza di quanto, proprio la mancanza di quella politica comune abbia pesato negativamente nella risposta dei paesi europei alla pandemia. L’aver proposto l’Italia come sede della conferenza è, va da sé, un riconoscimento importante per il modo con cui si è combattuta qui da noi la pandemia.

La seconda proposta è la revisione del regolamento di Dublino, quello in base al quale degli immigrati debbono farsi carico le autorità del primo paese in cui arrivano. L’esistenza di quel regolamento è uno dei motivi che hanno reso fallimentari le politiche verso l’immigrazione a livello europeo e dei singoli paesi. Visto che non c’è alcun dubbio sul fatto che l’immigrazione è proprio il terreno sul quale si agitano con più successo le destre sovraniste, ci sarebbe da aspettarsi che il governo italiano prenda la palla al balzo e lavori perché si arrivi presto all’abolizione del regolamento di Dublino e a nuovi criteri per la gestione degli arrivi dei profughi.

Anche in questo campo l’Europa ci sta offrendo un aiuto prezioso. Sarebbe un disastro non saperlo raccogliere.