Bob Marley, la battaglia contro i muri
e quel concerto a Berlino gridando “wall”

Don’t run. Stand up – tre notti prima aveva fatto un sogno, che gli diceva “Non correre”. Stai fermo, se entrano degli attentatori. L’avrebbe raccontata così: per questo Bob era rimasto immobile, aveva avuto una premonizione. Sapeva chi erano, ma non era andato dalla polizia – “sono cose che capitano”, è uno dei commenti con cui Marley, dopo che nel dicembre del 1976 hanno tentato di farlo fuori, solitamente liquida i suoi interlocutori. Come se capitasse a tutti, una sera come un’altra, di vedere entrare sette uomini armati – dei ragazzini, perlopiù – nella propria casa, che iniziano a sparare all’impazzata.

Ambush in the night
All guns aiming at me
Ambush in the night
They open fire on me now

Il 24 settembre 1979, in un concerto gratuito per i bambini rasta quasi tre anni dopo l’attentato, Bob suona in anteprima due canzoni dell’album Survival. Il titolo originale, Black Survival, era stato modificato per arrivare a un pubblico più ampio, universale. La prima canzone è Ambush in the Night, e racconta degli uomini che avevano cercato di farlo fuori: Bob ormai è schierato, rischia il tutto per tutto offrendo “apertamente il suo appoggio attivo alla lotta per una Giamaica veramente libera e indipendente”, come scrive il suo biografo White, una lotta che potrebbe benissimo “concludersi con l’instaurazione di un governo marxista di neri in un paese dominato a lungo da regimi conservatori di colonialisti bianchi”.

Quando gli avevano sparato Bob stava preparando il festival gratuito “Smile Jamaica”, e aveva ormai davanti alla sua casa in Hope Road una squadra di vigilantes del People’s National Party, detta la “Echo Squad”, che sorvegliava l’edificio ventiquattr’ore su ventiquattro. Ma in quel momento non c’erano. Le due auto che avevano portato gli attentatori erano partite dalla “giungla di cemento”, con almeno sette uomini armati a bordo. Un colpo aveva trapassato il petto di Bob ed era entrato nel suo braccio sinistro, mentre la moglie Rita era stata colpita alla testa. Star fermo l’aveva salvato, in effetti. Tra le intenzioni degli attentatori c’era sicuramente quella di impedire che Bob si esibisse, ma lui aveva deciso di farlo lo stesso, e aveva mostrato al pubblico le proprie ferite. Poi, nelle ore successive, era sparito.

Tre mesi dopo era in Inghilterra, dove si era reso conto che i suoi connazionali emigrati laggiù erano vittime delle cacce all’uomo dei neofascisti, e dove anche la polizia – grazie a delle leggi di età napoleonica – li perquisiva e li perseguitava continuamente. Questi spettacoli del 1977, però, allestiti da una nascente organizzazione di nome “Rock Against Racism”, rivelavano che ci erano voluti trent’anni dall’arrivo dell’Empire Windrush perché finalmente i britannici “neri” e “bianchi” condividessero lo stesso palco: “Non puoi più distinguere i colori – sono semplicemente persone,” dirà una di loro. Per i figli e le figlie della Windrush Generation, la musica di Marley era diventata il simbolo della voglia di ribellione, e di affermare un senso di appartenenza complesso. Come avrebbe sottolineato lui stesso in un’intervista, a fine anni settanta il reggae inizia a parlare di Africa, di blackness, in modo militante.

Non a caso, la seconda canzone che Bob presenta in anteprima nell’autunno del 1979 si intitola Zimbabwe, ed è dedicata alla lotta di liberazione della Rhodesia meridionale e a tutto il continente africano: mentre nel Sahara Occidentale nel giro di meno di un anno si inizia a costruire un muro, l’altro paese ancora sotto il giogo dei bianchi finalmente si sta liberando, e Bob è pronto per cantare l’inno alla “sua” Africa, senza sapere che l’unità è una chimera. La guerra civile in Rhodesia è finita, e mentre lui canta supplicando gli africani di smettere di combattere tra loro – No more internal power struggle – ma non escludendo l’uso della forza – So arms in arms, with arms – chiedendosi chi sia il vero rivoluzionario – Soon we’ll find out who is the real revolutionary –, forse non si rende conto che per il mondo ormai il vero rivoluzionario è lui.

L’avevano capito i berlinesi dell’Ovest, due anni prima, nel concerto che, a riascoltarlo oggi, sembra pensato per spronare la Baby Boom Generation ad alzare la testa e a buttare giù quel simbolo di divisione di cemento armato, attorniato da ostacoli di matrice bellica. Aveva cominciato con Burnin’ and Lootin’I was a prisoner too, dice – per passare dalla “musica del ghetto” e arrivare appunto a The Heathen, la canzone che recita “insorgete e prendete di nuovo posizione”, che come Zimbabwe esorta a vivere per combattere, e a mettere “i pagani” sul muro. Non si riferisce a quello di Berlino, certo, che in quello stesso periodo diventa il bersaglio di grandi artisti che affluiscono a ovest, in quella controversa metà della città che David Bowie definisce la “capitale mondiale dell’eroina” e la cui barriera di separazione è diventata un’attrazione turistica più di quella di Varsavia. Non si riferisce a quest’angolo di mondo, ma Berlino è già a tutti gli effetti il Muro; se si ascolta in loop l’audio del concerto del 1977, è impressionante come nel refrain di The Heathen, che dice De heathen back dey ’pon de wall, i berlinesi facciano l’eco a Bob, di continuo, e sembra che a wall ci mettano la maiuscola.

Da pelle d’oca, ancora, considerato il boato con cui il pubblico sottolinea la fine del pezzo, come se sapesse che in quella line up, una canzone dopo l’altra, Bob sta dando le istruzioni per chiudere l’età dei muri. Il concerto termina con Get Up, Stand Up, come a Seattle, e con Exodus, Sapete dove state andando? pare chiedere alle migliaia di giovani presenti. Ma per i berlinesi, alla fine degli anni settanta, non sembra verosimile assistere alla caduta del Muro (…).

© Carlo Greppi 2019
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

 

Il testo che abbiamo pubblicato

per gentile concessione dell’editore e dell’autore

è tratto dal libro

Carlo Grepi

L’età dei muri

Feltrinelli editore