La Croazia blocca chi indaga sui diritti dei migranti

Non era mai successo e non deve più succedere. Una delegazione del Parlamento europeo è stata bloccata dalla polizia croata che le ha impedito di svolgere i compiti di controllo e di ispezione che sono non solo un diritto, ma anche un dovere dei parlamentari europei. È un fatto gravissimo, un abuso che le istituzioni di Bruxelles non possono tollerare.

I parlamentari, Pietro Bartolo, Brando Benifei, Pier Francesco Majorino e Alessandra Moretti, tutti eletti con il PD nelle file del gruppo socialista, volevano raggiungere il confine tra la Croazia e la Bosnia nella foresta di Bojna, un luogo nel quale secondo molte e drammatiche testimonianze avvengono da settimane gravissimi episodi di violenza ai danni di migranti della cosiddetta rotta balcanica che cercano di entrare in Croazia e quindi nell’Unione europea. Uno schieramento di agenti li ha bloccati e, nonostante le proteste e i richiami alla legge, li ha costretti a fermarsi qualche centinaio di metri prima della frontiera. Evidentemente nella foresta c’era qualcosa che i parlamentari non dovevano vedere e persone con le quali non dovevano parlare. I quattro, poi, hanno raggiunto attraverso un varco di confine normale il famigerato campo di Lipa, sulla piana di Bihać, in Bosnia, dove hanno potuto constatare le condizioni inumane e indegne di un paese civile in cui sono costretti a sopravvivere almeno tremila profughi, in maggioranza provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan, dalla Siria e quindi tutti in diritto di chiedere asilo politico nell’Unione europea.

Aberrazione giuridica

Nei giorni e nelle settimane scorse i giornali, le tv, la Rete ci hanno fatto arrivare immagini e racconti tremendi da quel passaggio cruciale della rotta balcanica. Non si può dire che l’opinione pubblica e le autorità degli stati e di Bruxelles siano all’oscuro di quello che succede. Ma forse non ci rendiamo conto fino in fondo della enorme ingiustizia, della aberrazione giuridica che c’è dietro a quelle sofferenze.  Ripetiamolo: è più che verosimile che gran parte delle persone che si trovano a Lipa otterrebbero il permesso di restare dentro i confini dell’Unione, in attesa di risposta alla loro domanda d’asilo o come rifugiati sotto protezione umanitaria, se riuscissero a presentare la domanda. Per presentare la domanda però dovrebbero essere fisicamente già dentro l’Unione, e quindi in Croazia, in Slovenia, in Italia o in tutti gli altri paesi che si frappongono tra loro e la loro meta (la Francia, i Paesi Bassi, la Svezia, ma soprattutto la Germania). È proprio però per impedire che accedano a questo loro diritto che i profughi sono espulsi rapidamente dall’Italia e dall’Austria in Slovenia, dalla Slovenia in Croazia e dalla Croazia in Serbia o in Bosnia, paesi europei che non sono in Europa, nella nostra Europa, l’Unione in cui in teoria a tutti sarebbe garantito l’esercizio dei diritti fondamentali.

È una catena, una specie di corridoio di negazione del diritto che va da Trieste o Klagenfurt (Austria) giù giù fino in Turchia, perché il tratto “europeo” della rotta balcanica comincia dal braccio dell’Egeo che separa la Turchia dall’isola di Lesbo, dove c’è la prima stazione di questa via crucis dell’era moderna, il campo di Moira, dove si soffre e si muore come a Lipa e come nei tanti accampamenti di disperati disseminati lungo i binari di quello che fu, in tempi coloriti da ricordi d’un altro mondo, il percorso dell’Orient Express.

Un gioco sporco

È un gioco sporco questo rimpallo di poveri cristi. Un gioco ben congegnato, che ha pure le sue regole: per impedire che chi ha intenzione di farlo possa trovare il tempo di fermarsi abbastanza per dichiararsi profugo politico davanti a un ufficiale di polizia, in un comune, davanti a un’autorità qualsiasi che sia tenuta a raccogliere la sua intenzione e a trasmetterla, sono stati studiati anche i tempi. La catena di espulsioni deve scivolare veloce. I migranti respinti debbono partire dall’Italia o dall’Austria entro una certa ora (le 16,30 ci dicono) in modo che i passaggi in Slovenia e in Croazia siano “indolori”, niente pernottamenti, niente soste in campi di passaggio: prima di notte gli indesiderati debbono essere già in Bosnia o in Serbia. Fuori dai piedi. Provino poi a rientrare: i poliziotti croati sono ben addestrati, hanno i cani, contano sulla collaborazione delle ronde di “patrioti” che aiutano nella caccia ai musulmani.

Su questo andavano ad indagare i quattro eurodeputati. Questo non voleva che fosse indagato chi comanda a Zagabria e ha messo in moto la catena di comando che è arrivata allo sbarramento di facce stolide, orecchie chiuse e scuse penose (non si può andare avanti perché le auto potrebbero saltare sulle mine: come se tre-quattrocento metri non si potessero percorrere a piedi…) dello schieramento di agenti davanti alla foresta di Bojna.

Solo che non si può fare. Impedire il lavoro dei parlamentari europei è una violazione clamorosa del protocollo delle immunità e dei privilegi di cui godono gli eurodeputati come tutti i membri di tutti i parlamenti democratici del mondo. La portavoce della Commissione a Bruxelles lo ha detto e ripetuto, il presidente dell’Europarlamento David Sassoli ha espresso “stupore” e – vogliamo sperare –  ha cominciato a pensare a qualche più pratica contromossa, il Movimento Europeo ha diffuso un comunicato di fuoco, sottoscritto da una quantità di enti e organizzazioni, in cui si legge che “quello che sta avvenendo in Croazia e in Bosnia comincia ad assumere i contorni di delitto contro l’Umanità” e si chiede che le responsabilità del grave atto contro i parlamentari vengano accertate dalla Commissione europea. Hanno alzato la voce l’Unhcr e tutte le organizzazioni umanitarie che sono presenti e attive lungo la rotta balcanica.

“Superate le difficoltà”

E il governo italiano? La Farnesina, ieri sera, ha fatto sapere che “le difficoltà sono state superate grazie all’intervento delle nostre ambasciate a Zagabria e Sarajevo”.  Forse sarebbe il caso che spiegassero quali “difficoltà” sarebbero state superate e in che senso.  Ai quattro parlamentari è stato garantito che potranno portare a termine la loro missione?  L’ambasciatore a Zagabria ha chiesto le scuse del governo croato per aver agito illegalmente contro quattro eurodeputati di cittadinanza italiana? L’Italia proporrà qualche iniziativa a Bruxelles?

A dire il vero, non sono molte le iniziative che la Commissione e l’europarlamento possono prendere perché, com’è noto, le competenze in materia di immigrazione sono saldamente tenute dalle mani degli stati nazionali. Ma qualcosa si può fare e sarà bene che si faccia. La violazione dei diritti dei parlamentari può essere punita con una procedura promossa dalle due istituzioni, c’è sicuramente materia per una denuncia alla Corte di Giustizia e la Commissione può minacciare a Zagabria il taglio dei fondi, quanto meno quelli specialmente deliberati per aiuti alle politiche migratorie. Qualcuno avanza l’ipotesi della creazione di un corridoio umanitario per portare in sicurezza almeno quella parte dei profughi ora in Bosnia dei quali sia evidente il diritto a chiedere asilo e protezione umanitaria. Sarebbe utile se il ministero degli Esteri e quello agli Affari europei a Roma dicessero qualcosa. E anche il ministero dell’Interno dovrebbe parlare. Per esempio, per dire che rinuncia al proposito, annunciato a mezza bocca, di ricorrere contro l’ordinanza del Tribunale di Roma che ha giudicato illegittime le “riammissioni” in Slovenia, ovvero i respingimenti attuati sulla base di un accordo bilaterale tra Roma e Lubiana del 1996, in contrasto con le norme del diritto internazionale, delle Convenzioni dell’Onu e della legislazione europea. È il primo anello della catena di infamie che portano all’inferno di Lipa.