Lo dico da “sfollato”:
i doveri civili
non sono un optional

Sono uno “sfollato”. “Sfollato” lo si diceva di chi, donne e bambini, in tempo di guerra lasciava le città, come Milano appunto, per rifugiarsi in campagna, in una campagna al sicuro dai bombardamenti e dove magari ancora si trovava qualche cosa da mangiare. Sono uno “sfollato” un po’ ingenuo e comunque poco accorto: non ho previsto che da una futura zona rossa (Milano) sarei finito in un’altra futura zona rossa. Non avevo inteso con la sufficiente chiarezza che il virus cammina, anzi corre, spessissimo sfreccia a bordo di immancabili e ospitali suv su autostrade e tangenziali che giungono fino all’imbocco di questa valle, di per sé assai quieta fuori stagione e a prescindere dai week end sciistici. Dopo due giorni di permanenza avevo incontrato il sindaco e la signora che gestisce l’unico negozio, il capraio e l’idraulico e poi un tale, un turista della “bassa”, ottantenne almeno, a rischio quindi, che con voce stentorea spiegava che non è niente, è tutta una balla. Non il solo a pensarla così: potrei citare amicizie varie, variamente unite dalla superficialità (o dalla stupidità).

L’onda anomala degli sciatori

Sabato il colpo grosso, inatteso nella sua dimensione. Altro che le ondate dei migranti, altro che le invasioni, le valanghe, gli tsunami. Gli sciatori dei fine settimana, ecco il virus non immaginato neppure dalla professoressa Gaeta o dal professor Burioni. Nei parcheggi attorno alle stazioni di partenza delle funivie, nei prati già liberi dalla neve, lungo le strade e sui marciapiedi un tappeto di auto esteso per filamenti per chilometri, con la polizia costretta a intervenire per bloccare a un certo punto gli accessi. Dal cancelletto di salita la fila degli sciatori in attesa, sci impugnati come l’asta di una bandiera o come un universale lasciapassare, s’allunga per decine e decine di metri. Un serpentone, uno appresso all’altro, perché non sia mai che lasciando un varco, quello consigliato dai medici, qualcuno non s’infiltri. Una ressa come fossero profughi siriani al confine tra Turchia e Grecia. Solo che da noi le facce sono quelle beate e trepidanti di chi è pronto all’assalto dello skilift. Nei bar, in alto, ai bordi delle piste, colazioni al sole, a contatto di gomito e di fiato. Tanto quassù l’aria è buona.

Al tramonto, sul piccolo schermo dell’iphone, compare inattesa l’anticipazione della bozza del decreto che disegna nuove zone rosse, che regolamenta, che vieta, che consiglia, che minaccia addirittura sanzioni. La corsa è a ritroso, verso le città, prima che s’alzino i cavalli di frisia e che l’esercito orienti le bocche da fuoco. Una ritirata di Russia, che lascia questa valle di nuovo deserta e silenziosa.

Nel quadro abbozzato in poche ore si disegna la fisionomia dell’italiano medio, individualista, egoista, diviso tra lo sprezzo delle leggi e il delirio di onnipotenza, convinto che nessuno lo perseguiterà per le imprudenze commesse o per i regolamenti elusi e sicuro che “tanto io non mi ammalo”, lo stesso italiano che una volta raggiunto dal virus, speriamo di no, si lamenterà dell’ospedale strapieno, della lentezza delle pratiche, della scarsità dei medici e degli infermieri, che non rispondono al campanello, e di Juventus-Inter, “perché mai non te la fanno vedere in televisione”. E che naturalmente, a partita conclusa, inveirà contro il governo, accusato a ore alterne di drammatizzare o di sdrammatizzare, di misure troppo severe o di lassismo, di un governo “che non sa che cosa fare” o che “deve lasciar fare”. La scienza del day after è sempre quella più gagliarda, quella più prodiga di consigli.

La grande fuga da Milano

Nei telegiornali si ripete l’inquadratura (splendida) dall’alto dell’atrio della stazione Garibaldi, Milano, ancora. Formichine attaccate ad un trolley che corrono, corrono per esportare il virus altrove, mentre dovrebbero rimanere ferme il più possibile. Nei servizi dalle città rosse malcapitati cronisti documentano il vuoto: piazze deserte, strade deserte. Di vivo resta la coda al supermercato (come se ci dovessero mancare pane e verdure), con l’immancabile protesta di chi non trova l’acqua minerale: si vede che ormai anche i pozzi sono avvelenati. Seguono le quotidiane interviste al “confine” di Codogno, la madre di tutte le zone rosse, il pulmino dei carabinieri e i curiosi attorno. C’è chi, oltre il “confine”, tra gli assediati, invoca la liberazione (qualcuno ha già fatto da sé, tagliando per i campi).

L’ultimo decreto, ultimo per ora, e i numeri, il numero dei contagiati e quello terribile dei morti, stanno forse inducendo qualche pensiero. Quelle macchie rosse sulla cartina della penisola agitano le paure, dopo l’indifferenza, dopo le alzate di spalle. Più ancora, pesano gli indici sempre al ribasso delle Borse: gli italiani sono tutti azionisti, sentono alle porte il tracollo dei loro risparmi… Ma forse anche le raccomandazioni degli scienziati e di quei cortesi e rassicuranti signori, i signori dell’Istituto superiore della sanità e della Protezione civile, si fanno strada, anche se tocca di sentire ancora domande del tipo: “Ho la febbre a trentasette. Che cosa devo fare?” , anche se capita di leggere che la neosenatrice (leghista), eletta in Umbria, festeggia con decine di amici.

 

Abbiamo i nostri diritti, rispettiamo anche i doveri

L’informazione, talvolta scorretta (vedi i titoli di Libero, a proposito di stragi, di complotti, di nord e sud), talvolta assillante, potrebbe aiutarci. Qualche volta ci riesce. Peccato che parallela scorra la teoria delle fake news. L’ultima che ho sentito (di una ginecologa, peraltro) è che sarebbe sufficiente sciacquarsi la bocca con acqua e sale, la penultima è che stanno togliendo i respiratori ai vecchi (“me lo ha confidato una vecchia amica infermiera”). L’irresponsabilità non conosce limiti.. Probabilmente una cattiva comunicazione ha scatenato le rivolte nelle carceri. Quale siano le ragioni, la paura del contagio o il timore che vengano interrotti i colloqui, è il segno terribile delle tragedie cui ci possono condurre l’abbandono della ragione e la somma delle ansie, le bugie e le invenzioni, le provocazioni e le strumentalizzazioni.

A scuola, ai miei tempi (ma probabilmente ancora oggi), si studiava Mazzini per le sue idealità patriottiche. Si trascurava l’altro aspetto del suo pensiero, quello che attiene i diritti e i doveri, soprattutto, che avrebbero dovuto guidare il nuovo italiano (“I doveri dell’uomo”).

Siamo generazioni cresciute inseguendo diritti, molti dei quali via via abbiamo conquistato. Per tutti. I doveri restano un optional. Ciascuno faccia come crede. Varrebbe la pena di riscattare quel capitolo per superare i guai d’oggi e magari per ripensare il nostro futuro.