Bisogna agire subito
per indirizzare
la rivoluzione del lavoro

La crisi che stiamo vivendo avrà un impatto enorme sul mondo del lavoro. Sarà una crisi che accelererà a una velocità vertiginosa le trasformazioni, soprattutto legate ai fenomeni di digitalizzazione, che già erano in corso. E soprattutto sarà una crisi che aumenterà le disuguaglianze. È vero infatti proprio l’esatto opposto del sentimento intuitivo che ha accompagnato l’arrivo del virus, l’idea cioè che si trattasse della famosa livella che mette tutti sullo stesso piano. In verità si è capito presto che non è così. Anzi. proprio la lotta alle disuguaglianze dovrà essere la stella polare. Ecco perché sarà su una nuova centralità dei concetti di «lavoro» e di «sociale» che si dovrà ricostruire.

«Una società senza lavoro: è il futuro al quale cominciare a prepararsi». Una considerazione del genere, fino a qualche tempo fa, era archiviabile tra le previsioni di studiosi particolarmente visionari. Una provocazione per molti, un esercizio di stile da scenaristi per altri. Comunque, un argomento prevalentemente di nicchia, sulla falsariga degli allarmi lanciati a ogni passaggio d’epoca sulle conseguenze delle rivoluzioni tecnologiche.

Oggi questo scenario è molto di più: non una provocazione e neppure il corollario funesto di teorie contro il progresso. Fioccano dossier e prospettive futuribili, si susseguono dibattiti più o meno autorevoli. L’idea della fine definitiva del lavoro aleggia come l’approdo ultimo della rivoluzione digitale che ha trasformato in questo decennio le nostre vite e le nostre relazioni. Essa fa da sfondo al cambiamento più significativo che mai si sia verificato, quello connesso alla rapida diffusione degli smartphone, all’incidenza dei social media sulla formazione del consenso e della pubblica opinione, ai progressi sul terreno dell’intelligenza artificiale o dell’Internet delle cose. Non c’è ambito della vita associata che non sia investito da questi mutamenti e nessuna attività è più la stessa. Dieci anni fa vivevamo proprio in un altro mondo. E non è una frase fatta.

La dignità della persona

Il lavoro – cuore dell’azione umana ed elemento fondante della dignità della persona – è davvero sottoposto a una rivoluzione, profonda e senza sosta. Qualcosa di simile era successo al tempo delle due rivoluzioni industriali dei secoli scorsi, ma in entrambi i casi le trasformazioni nei processi produttivi si erano tradotte nella migrazione della forza lavoro da un settore all’altro: dall’agricoltura all’industria, dall’industria ai servizi. Oggi tutto è più rapido e pervasivo e per la prima volta nella storia si paventa, sia pure su un orizzonte medio-lungo, il predominio delle macchine su ciò che rende un uomo tale: la sua intelligenza, la sua creatività, la sua unicità.

L’impatto di questa rivoluzione di certo ha già cambiato, e radicalmente, i singoli lavori. Insegnare al tempo di Google, Wikipedia e dei Mooc non è più lo stesso mestiere. Esercitare una qualunque attività medica – anche in condizioni ordinarie, al di là dell’emergenza sanitaria di questo drammatico 2020 – oggi non è minimamente paragonabile a ieri. L’imprenditore e il commerciante devono riadattarsi completamente, reinventarsi, per non chiudere. E soprattutto devono farlo in fretta. L’elenco è lungo, potrebbe essere infinito: il giornalista, l’edicolante, l’editore, l’agente di viaggi, l’albergatore. Mi tornano in mente, a questo proposito, i risultati di una ricerca di circa cinque anni fa per la quale, nei paesi del mondo sviluppato, tutti i mestieri sarebbero stati trasformati fino a rischiare la scomparsa. Tutti tranne uno: quello dei sacerdoti. Allora sembrava paradossale, ora decisamente meno.

Questo ragionamento sulla rivoluzione in corso può applicarsi naturalmente anche ai lavoratori dipendenti. L’automazione spinge a una generalizzata sostituzione dell’attività umana con forme di digitalizzazione più o meno invasive. In particolare, ciò investe tutte le occupazioni che hanno a che fare con la clientela. Quante azioni svolgiamo direttamente, in quanto consumatori, durante la nostra giornata, in sostituzione di quello che un tempo era delegato a qualcun altro? Facciamo da soli ticket di viaggio, transazioni bancarie, pagamenti al supermercato, biglietti del cinema o del teatro, acquisto e lettura del quotidiano, per citare le attività più semplici e ripetitive nelle nostre giornate. Nel passato recente tutti questi servizi corrispondevano a un numero considerevole di posti di lavoro. Alcuni anche dignitosamente retribuiti. Oggi molti di questi sono scomparsi o si sono trasformati in occupazioni di bassissima qualità e di ancor più infima retribuzione. E soprattutto in lavori privi di garanzie. basti pensare alla quantità di persone che operano nell’ambito delle consegne a domicilio, che si tratti di pasti, spesa, libri. vale – per tutti questi nuovi stressanti e sottopagati lavori – la storia drammatica e purtroppo molto realistica raccontata da Ken Loach nel suo ultimo Sorry we missed you.

Incognite e opportunità

Discutere del futuro del lavoro a partire da queste elementari considerazioni sulle esperienze di vita che tutti viviamo è più che urgente, anche se rischia di alimentare un pessimismo spinto sul futuro delle nostre società. In verità, dobbiamo farlo non solo per senso di responsabilità verso le future generazioni, ma anche e soprattutto per avere gli elementi che ci consentano di riequilibrare il quadro. Concentrarsi solo sugli effetti negativi legati all’automazione e alla conseguente cancellazione di milioni di posti di lavoro tradizionali sarebbe infatti un esercizio dannoso e tutto sommato inutile. Questo perché sono talmente numerose le potenzialità che l’innovazione e la digitalizzazione dischiudono da rendere superfluo farne un’analisi in questa sede. Basti solamente pensare al dato più evidente: all’aumento della speranza di vita dei cittadini in larga parte riconducibile ai progressi della medicina, alla necessità di servizi dedicati a una fascia di popolazione che, come da ultimo l’emergenza coronavirus ha dimostrato, ha bisogno di cura, assistenza, strumenti di protezione in larga parte non ancora supportati da servizi all’altezza della domanda di mercato.

Dinanzi a queste incognite e alle molte, spesso sottaciute, opportunità, occorre uno straordinario sforzo di elaborazione di soluzioni inedite, non solo in termini di policy. La bussola, oggi come in tutti gli snodi fondamentali della storia, non può che essere il rapporto tra dignità e lavoro. Quello che facciamo contribuisce a definire chi siamo, arricchisce di senso le nostre vite, ci rende donne e uomini liberi. Semplicemente il lavoro è dignità e libertà. Se questa equazione salta, se viene meno la naturale, potente, spinta degli esseri umani a migliorare la propria condizione attraverso la fatica e il lavoro, torneranno a contare fattori quali la condizione alla nascita, la famiglia di provenienza, il censo, l’accesso a relazioni privilegiate. Questo condizionamento è ancora potente, troppo. Ma se si annulla la possibilità di cambiare i destini inscritti nella carta d’identità attraverso il proprio impegno e il lavoro, che senso ha la vita?

Il tema chiama in causa i valori della nostra civiltà, incide sulla dignità della persona. I cambiamenti travolgenti che stiamo vivendo hanno allora bisogno non di tamponi regolamentari o di «pannicelli caldi». Occorre un profondo, serissimo e coraggioso ripensamento del paradigma di sviluppo e welfare fin qui dominante, fino all’elaborazione di nuovi codici etici e valoriali. per questo sforzo è necessario partire dai valori universali che hanno animato e poi scandito la scrittura dello Statuto dei lavoratori, cinquant’anni fa. Un’opera straordinaria. Uno dei passaggi virtuosi che ci rendono fieri della storia repubblicana del nostro paese. Quei principi unificanti devono essere rilanciati e aggiornati, come nell’ispirazione dei bei saggi che compongono questo libro, completo e di grande attualità.

Dobbiamo farlo con l’urgenza resa necessaria dal rapido cambiamento in corso. E dobbiamo farlo con il rispetto per le storie e le aspettative delle persone. E soprattutto per la loro speranza che è la forza delle nostre società.

Il testo di Enrico Letta è la prefazione del libro “Lavorare, è una parola”, curato da Altero Frigerio e Roberta Lisi. Da mercoledì 20 maggio (cinquantenario dello Statuto) in e-book, sarà poi a giugno in libreria per l’editore Donzelli.