Un animale molto
comune a rischio estinzione: noi

La casa natale di Elisabeth Maruma Mrema, da novembre scorso segretaria alla biodiversità delle Nazioni Unite, guardava il Kilimanjaro, la montagna più alta dell’Africa. Della sua infanzia in Tanzania Elisabeth ricorda come colonna sonora lo scorrere dell’acqua in mezzo alle piantagioni di alberi di banano. Oggi è tutto scomparso, e la stessa finestra inquadra la desolazione: “non ci sono più i cespugli e, più in là, la foresta. L’intera zona è vuota”, racconta.

La varietà delle forme di vita vegetali e animali garantisce la sopravvivenza di ogni specie, che è cibo per altri gruppi, oppure veicolo di vita, perché assicura l’impollinazione o, come le foreste, l’aria pulita. Minore diversità significa minori possibilità di adattarsi, e quindi di sopravvivere. Questo insieme di elementi naturali e forme di vita che esistono ciascuno in relazione con gli altri, si chiama ecosistema.

Il vertice Onu sulla biodiversità

Anche Mrema sperava, per sua stessa ammissione, in qualcosa di più ambizioso nel documento sulla difesa della biodiversità approvato nei mesi scorsi. Allora i Paesi ricchi si sentivano al sicuro, senza ascoltare la scienza e i fatti che essa ci mette davanti. Dal 15 al 28 ottobre prossimi, nella città cinese di Kunming, è stato fissato il vertice ONU che avrebbe dovuto rendere più radicale l’impegno e approvare gli obiettivi dei prossimi nove anni.

coronavirusNon sappiamo se vi saranno le condizioni per tenere questo incontro, perché siamo caduti nel secondo peggior scenario previsto dalla comunità scientifica mondiale, una pandemia. Questa evenienza era preceduta nella lista dei grandi rischi da un conflitto generale e seguita dal terrorismo.

La sesta estinzione di massa

Esattamente un anno fa, a maggio 2019, un gruppo di scienziati di cento Paesi aveva scritto che la natura sta sparendo a un tasso di velocità centinaia di volte superiore alla media degli ultimi 10 milioni di anni. Questo significa, scrivevano, che gli umani stanno provocando la sesta estinzione di massa nella storia della Terra.

Il nesso tra COVID-19 e il vuoto che abbiamo creato si è concretizzato nello spill-over, il salto di vari virus dagli animali, braccati da questa devastazione e senza una nicchia sicura dove vivere, all’uomo, che non ha le difese per rendere insignificante la presenza di questi microrganismi.

Adesso abbiamo veramente paura e ci chiediamo se ci estingueremo. Un vasto studio dei biologi evoluzionisti e dei paleontologi cui ha partecipato Nick Longrich dell’università di Bath, risponde che, nonostante tutte le minacce esistenziali che abbiamo provocato, è probabile che resteremo sulla Terra molto, molto a lungo. Certo, i fossili dimostrano che tutto si estingue alla fin fine. Il 99,9% delle specie che sono vissute non vi sono più. Alcuni hanno lasciato discendenti, altri no.

Un sesto dei decessi mondiali causati dallo smog

Come umanità abbiamo dei punti molto vulnerabili, è vero, afferma lo studio: siamo animali a sangue caldo e risentiamo molto dei disastri ecologici, come il riscaldamento globale. Ci riproduciamo lentamente nei millenni rispetto ad altre specie ed è quindi difficile riprendersi da eventi improvvisi che riducono la popolazione. L’umanità è però distribuita ovunque, a differenza di altri esseri viventi, ed è supremamente adattabile.

Un’arma a doppio taglio

Gli umani sono i mammiferi che occupano tutto lo spettro geografico, tutti i continenti, le più remote isole oceaniche. Da generazioni si adattano ad ambienti ostili: deserti, tundra, vette vertiginose, foreste pluviali. Lo studio afferma che, con 7,8 miliardi di umani, siamo gli animali più comuni della Terra. Siamo generalisti, o onnivori opportunisti, perché possiamo mangiare buona parte di ciò che è al momento disponibile, vegetali, pesce, carne.

L’aspetto forse più importante è che ci adattiamo attraverso comportamenti appresi, attraverso la cultura, e non principalmente tramite il DNA. Possediamo un tipo di intelligenza, a differenza di quella di altri animali, in grado di adeguare le nostre azioni e costruire strumenti in pochi anni o anche in pochi minuti, senza attendere un mutamento dei geni.

Questo stesso enorme, apparente vantaggio, a parere dei biologi evoluzionisti e dei paleontologi che hanno lavorato sul tema dell’estinzione, ci mette mortalmente in pericolo. Non attendiamo di evolverci nel tempo adattandoci all’ambiente, ma modifichiamo l’ambiente in base ai nostri bisogni o a ciò che crediamo sia una necessità. Nei cavalli, ad esempio, hanno fatto lentamente la loro comparsa i denti molari e un apparato digerente adeguati a una vita più lunga e migliore. Gli umani prendono le piante che vogliono e le rendono con varie tecnologie commestibili, dal raccolto fino alla tavola.

Siamo riusciti, finora, a sopravvivere a moltissimi fattori avversi, naturali e artificiali, provocati dall’uomo, mitigando alcuni rischi e creandone di nuovi. Ce l’abbiamo fatta a uscire da ogni trappola che ci siamo creati. Gli umani di una parte del mondo hanno cibo, titoli per scambiare beni, come il denaro, educazione, molti vaccini, vie e mezzi per muoversi facilmente. Gli ottimisti (o chi sottovaluta il rischio ambientale e quello connesso alle disuguaglianze) sottolineano che l’homo sapiens è sulla Terra da duecento e cinquantamila anni, nonostante le ere glaciali, le eruzioni, le pandemie. I pessimisti, o i realisti secondo buona parte della comunità scientifica, dicono che dal punto di vista dell’adattamento stiamo camminando su una lastra di ghiaccio che si è fatta sottile. Abbiamo cambiato troppo la natura e troppo in fretta. Oggi la finestra sul Kilimanjaro della casa di Elisabeth che, nonostante tutto, spera in un buon accordo sulla biodiversità, inquadra il vuoto. Da soli non ce la possiamo fare.