Biennale, ti disprezzo e ti sberleffo
(ma so che tu mi vuoi), firmato Banksy

È la legge del “Principe e il povero” – dove sta scritto che i ruoli vincono, non i loro interpreti – a governare per l’ennesima volta la scena nel gran teatro di Piazza San Marco a Venezia. Metti Banksy alla Biennale e tutti andranno a vederlo, anzi andranno alla Biennale per vedere soprattutto lui, l’invisibile muralista che ha fatto anche della comunicazione un’arte. Ma sistemalo, accanto ad altri, artisti o impostori poco conta, in uno dei luoghi più attraversati dalla curiosità e dall’incanto, pure accanto a suoi lavori, e nessuno se ne accorgerà. Infatti, nessuno si era accorto di lui.

I collezionisti pagherebbero volentieri milioni di euro per un suo lavoro. Anche per quei frammenti di immagine di una super-nave che al suo passaggio cancella la skyline di Venezia. Banksy stava lì, in piazza, accanto a questa sua opera colorata divisa in più pezzi mentre la folla del turismo di massa accarezzava indifferente, o quasi, uno degli artisti più “ricercati” di questo presente, uno dei più “in the mood” con i tempi, uno di cui molti vorrebbero in salotto un suo disegno, per mostrarlo commosso e soddisfatto agli amici. E non c’è molla migliore di questa, banalissima, per accendere il mercato dell’arte. Migliaia di esseri umani sono passati accanto all’affare della loro vita, alla fortuna grande, senza rendersene conto. E questo è normale, appartiene alla storia dell’umanità. Banksy giocava, stava giocando, pronto a rispettare le regole del gioco, anzi quasi invocandole.

Infatti, se non hai il permesso non puoi stare con le tue tele in piazza San Marco, giusto per venderle ai turisti. Così, un paio di vigili urbani hanno chiesto il documento a quello strano signore imbottito di abiti, accanto alla supernave a pezzi. E siccome non lo aveva, gli hanno chiesto gentilmente di allontanarsi, senza nemmeno chiedere i documenti di identità, pare.

L’artista fa fagotto, raccoglie i suoi lavori su tela e se ne va. Tace per qualche giorno, poi pubblica nel web un filmetto con il suo banchetto in Piazza San Marco chiudendolo con una perculata nei confronti della Biennale, che non l’ha mai invitato ad esporre nei suoi padiglioni. Un riconoscimento irritato del ruolo comunque positivamente centrale della Biennale nel far vedere l’arte, nel costruire uno sguardo di massa sull’arte che emerge, oppure la certificazione sarcastica di un suo fallimento fondamentale, solo marginalmente confermato dall’esclusione di Bansky dalle sue mostre?

Mentre lasciamo perdere queste profonde riflessioni su ciò che forse l’artista voleva fosse compreso del suo “movimento” visuale e di parola, torniamo al personaggio, Banksy, e alle sue coerenze. Sa comunicare, in modo eccellente. L’andamento dell’ultima asta a proposito di un suo lavoro, la bambina col palloncino, racconta che siamo ben oltre una carriera in attesa di promozione: venduto a oltre un milione di dollari, è stato affettato – lì in corso d’asta, appeso ad un muro, grazie ad una ghigliottina invisibile azionata a distanza – in striscioline che tuttavia ricomposte restituiscono la riconoscibilità dell’insieme. Tanto che il collezionista, ma chi era?, ha confermato con gioia la sua offerta. Poi, la sua vita artistica è una continua derisione del mercato e delle sue leggi, e ciò nonostante vola dove gli pare, anche da Sotheby’s, se serve allo scopo. Perché non in Piazza San Marco?

Tutto ciò sembra chiarire ciò che sta a cuore oggi a un discreto pubblico: e cioè se Banksy sia intellettualmente onesto o se invece ciurli un po’ nel manico. Non ha bisogno di promoter, li ha sempre ridicolizzati, grazie al suo modo di comunicare – street art, certo, ma affinata – si è ricavato un’immagine e un ruolo che stanno in piedi benissimo da soli. Ma, sotto il profilo dell’intellegibilità dei suoi messaggi, dei messaggi prodotti dalle sue sempre intriganti immagini, Banksy è davvero un pericolo per l’”ordine costituito”, può esserlo. Messi uno accanto all’altro, i suoi lavori – compreso l’ultimo, sempre a Venezia, dove ha disegnato nei giorni scorsi un bimbo con salvagente e fiaccola in mano – sono un immenso canto di protesta, un immenso coro di denuncia: Stati e vizi, potere e conformismo, segregazioni e cattiverie, tutto al macero di un tratto, per converso, gentile, anzi gentilissimo, fin dove la gentilezza sfiora lo strazio.

Il canto è quindi direttamente politico, interviene sulle scelte strategiche e non solo di chi può permettersi il lusso di decidere per molti. Niente di male: non è il primo bravo artista che spende la sua arte per questo nobile scopo. Il problema è che lo capiscono tutti, che troppi lo conoscono, che l’apprezzamento popolare è vastissimo. Meno d’accordo alcuni critici sulla densità di quell’arte, ma questo è altro discorso.

Resta il fatto che Banksy alla Biennale sarebbe una bomba atomica, proprio per questo paio di ottime evidenze che lo riguardano.

Conviene farci caso: in questi anni recenti, la critica radicale al sistema, ai sistemi non ha mai trovato accoglienza in tv. Se non come oliva in un cocktail che la riduce a simpatica, tutto sommato inefficace, oliva. A teatro si può, in tv no. La tv serve una rete di massa, il teatro serve un circuito tribale, in confronto. E Banksy in quelle sale trasformerebbe la Biennale, da austera-gioiosa lente sui linguaggi, in una televisione capace di trasmettere segnali a parte grande, troppo, del global, informando e formando pensieri di massa.

Che male c’è? Nessuno, per quanto ci riguarda, per quanto riguarda i poteri oggi sulla cresta dell’onda della storia, invece, si registrerebbe un grave, intollerabile danno ai danni di quell’”ordine costituito”. Eppure, nonostante la ragionevolezza istituzionale, per quel che si conosce della reattività dei gangli della Biennale, il grande Ente sarebbe, crediamo, disposto a far carte false pur di “commettere” questo sacrilegio, ospitare Banksy, sarebbe il suo mestiere.

Intanto, nella Venezia che si sta sciogliendo nell’acido dell’affare istantaneo, le grandi navi schiaffeggiano ancora monumenti e chiese. E Banksy ha detto, ancora una volta, cosa non smentibile.

Diranno che è robaccia politica che con l’arte non ha nulla a che vedere. Correttamente, il potere vuole l’arte che vuole, diversamente da tantissimi, se la può comprare, quindi decide lui. Anche chi è artista e chi no. Poi, detto questo, l’affare è l’affare…