Bianca Pitzorno e la “superba” Genova

Nonostante da tempo Bianca Pitzorno abbia diradato la sua scrittura per ragazzi per dedicarsi a quella per adulti, resta la scrittrice più amata, soprattutto dalle bambine che non smettono di leggere “Ascolta il mio cuore”, “Streghetta mia” o “L’incredibile storia di Lavinia”. Oggi Bianca Pitzorno torna alla scrittura per ragazzi con una storia che parla ai più piccoli ma è rivolta anche ai più grandi. Ci torna con “La canzone di Federico e Bianchina”: album cartonato edito da Mondadori, bellissime illustrazioni di Sonia Maria Luce Possentini e una doppia storia che si dipana. Un aspetto importante del libro riguarda il racconto (non per i più piccoli) della ricerca archivistica fatta da Bianca Pitzorno che riscopre la sua passione da “archeologa dei tempi andati” per scavare tra documenti del Trecento, tra Genova e la sua Sardegna,e trasformare il cuore dei ritrovamenti in una “canzone” che parla ai bambini.

La storia reale è quella di Eleonora D’Arborea, donna ricca e decisa, di famiglia nobile (al fratello andrà  il Principato D’Arborea, uno dei regni indipendenti della Sardegna), che sposa Brancaleone Doria e ottiene di diventare cittadina di Genova trasferendosi nella Repubblica marinara. Ma il suo progetto è più ambizioso. Stringe un patto con il Doge di allora, Nicolò Del Guarco, affinchè suo figlio ancora piccolo, di nome Federico, sposi la figlia del Doge, la piccola Bianchina. Ci vorranno tanti anni, almeno dieci, perché i due bambini raggiungano l’età del matrimonio. Ma intanto il patto è stabilito, suggellato da un generosissimo prestito che la ricca Eleonora fa al Doge.

Sin qui la storia vera, complessa, piena di emissari, di scrivani, di cancellieri, di notabili di cui Bianca Pitzorno ripercorre le vicende che hanno un finale diverso da quello immaginato dai protagonisti. Il Doge viene cacciato da Genova e di Bianchina non si sa più nulla, Federico invece torna in Sardegna per guidare il regno di Arborea con la madre a fare da reggente ma muore verso i dieci anni. I due bambini che dovevano crescere assieme, conoscersi, giocare, magari anche litigare e poi sposarsi sono separati. La vita è diversa da come la immaginiamo, ci suggerisce Bianca Pitzorno che intreccia al racconto storico il ricordo di lei bambina e poi adulta che affronta, infinite volte, il viaggio per nave tra la sua Sardegna e il “continente”.

Nel corso di questo importante e appassionato scavo nell’archeologia della storia, Bianca Pitzorno si ritrova a fantasticare su cosa davvero pensassero e come vivessero i due bambini, Federico e Bianchina, giustamente ignari o disinteressati di ciò che avevano stabilito per loro gli adulti. Nasce una “canzone di stile medioevale” che è anche un omaggio a Genova, al suo mare e al vento che nella “Superba” città del Trecento, soffiando sulle vele, faceva avanzare le navi e con esse la prosperità e la potenza di un regno.