A destra arriva Tajani
e Salvini bacia il rospo

Tanto tuonò che piovve: dopo aver fatto uno spericolato slalom tra l’evidenza di quello che voleva e la reticenza di quel che non diceva, Silvio Berlusconi ha rotto gli indugi e ha fatto il nome di Antonio Tajani. Sarà lui il candidato di Forza Italia per la presidenza del Consiglio. Lasciamo stare le sottigliezze giuridico-istituzionali che c’imporrebbero di precisare che con questa legge elettorale è quanto meno improprio parlare di un “candidato”: certi scrupoli dalle parti del centrodestra (e anche del centrosinistra e dei cinquestelle, peraltro) non se li fa nessuno. Più che la scoperta di quel che tutti sapevamo già, la cronaca delle ultime ore ci ha regalato tre spettacolini che dicono molto sulla saldezza ideale e morale dei leader del centrodestra.

Primo: Matteo Salvini dopo l’annuncio berlusconiano si è prodotto in un improbabilissimo elogio del candidato Tajani che, dice lui, sarebbe “molto diverso” dagli altri burocratoni di Bruxelles, a cominciare dall’odiato presidente della Commissione Juncker, e sarebbe tetragono alle prepotenze di Frau Merkel. Come e perché Tajani sarebbe diverso e tetragono, il capo della Lega si è guardato bene dal chiarirlo. E sarebbe stato difficile: l’uomo è stato eletto con i voti del PPE, che è lo stesso partito che ha portato Juncker alla presidenza della Commissione e che è maggioritario nei paesi che hanno scelto Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo, e ne ha sempre sostenuto le posizioni. Anche quando esse venivano espresse dai rappresentanti del partito popolare più convinti del rigore di bilancio alla tedesca, come il presidente del gruppo al Parlamento europeo Manfred Weber, eletto dalla CSU bavarese, pasdaran dell’austerity e nemico giurato dei paesi spendaccioni à l’italienne.

Un po’ d’ipocrisia si può anche capire, ma qui davvero si esagera: per quello che va sostenendo da sempre, Salvini dovrebbe vedere in Antonio Tajani l’incarnazione del diavolo, il servo dei poteri forti europei e di Angela Merkel, il superburocrate che impone agli italiani regole assurde e soffocanti e che, con tutti gli altri di Bruxelles, ruba loro la sovranità. Che è sicuramente quel che il capo della Lega pensa in cuor suo, ma che non può dire perché ci sono pur sempre dei limiti oltre i quali l’alleanza non reggerebbe. Tajani è uno di quei limiti. E il rude Salvini diventa un agnellino: Tajani? Ma certo, oh, com’è diverso.

Secondo: Giorgia Meloni se ne va a Budapest a rendere omaggio a Viktor Orbán. L’autocrate ungherese, certo, è un uomo di destra e quasi un simbolo della democrazia corretta ai valori antichi, nazionali e d’ordine, che fanno un po’ la sostanza del “sovranismo”, la confusa ideologia cui è approdata anche la destra nostrana. La leader di Fratelli d’Italia, però, pare ignorare il fatto che nei suoi furori sovranisti il capo del governo ungherese, chiudendo le frontiere con il filo spinato e rifiutando strenuamente di partecipare alla distribuzione per quote dei migranti, sta impedendo proprio quella presa in carico europea del “problema” dell’immigrazione che la stessa Meloni, in coro con tutto l’italico centrodestra, reclama in ogni momento in nome degli “interessi nazionali” dell’Italia. Il sovranismo ha questo di brutto: finisce per scontrarsi con il sovranismo degli altri. Come il nazionalismo si scontrava con gli altri nazionalismi, cosicché non si è mai data nella storia un’internazionale dei nazionalisti.

Terzo: Silvio Berlusconi, annunciando il lieto avvento dell’era Tajani, dice al popolo che stavolta è andata così, ma alle prossime elezioni il candidato sarà lui, lui stesso, Silvio, tornato vergine dalle condanne e dalle prescrizioni. Col che dà uno sganassone proprio al suo protegé perché implicitamente ci dice che al potere il povero Tajani ci potrebbe restare ben poco. Infatti l’unico scenario in cui effettivamente l’ex cavaliere potrebbe candidarsi è quello di una ripetizione delle elezioni nel giro di pochi mesi, visto che se la legislatura avesse il suo corso naturale lui al momento delle elezioni avrebbe 86 anni: un po’ troppi anche per uno che crede che un giorno vivremo tutti 120 anni.

Il nome di Antonio Tajani arriva in questo contesto del centrodestra. Lo si aspettava da quando erano cadute per manifesta infondatezza le spericolate avances del fu cavaliere a Mario Draghi e Sergio Marchionne, ed era diventato chiaro che l’attuale presidente del Parlamento europeo era rimasto l’unico a corrispondere all’identikit del “personaggio che ricopre un importantissimo incarico del quale non posso fare il nome finché non sarà lui ad autorizzarmi”. Tant’è che veniva da chiedersi: “Anto’, che aspetti? Autorizza e facciamola finita”.

C’è da spiegare perché il Gran Capo abbia esitato tanto. Sperava in qualche miracolo che gli restituisse la verginità in tempo per correre lui stesso? Oppure le ragioni della lunga esitazione vanno cercate a Bruxelles, dove il nostro Antonio vive ancora, sia pure sempre meno poiché quasi ogni giorno lo troviamo a fare comizi, dibattiti, comparsate in tv in Italia per Forza Italia e tutto il centrodestra. Attività che andrebbero esercitate con molta più prudenza visto che, come gli hanno ricordato diversi parlamentari europei, il suo ruolo europeo gli imporrebbe riserbo (ma chi si cura, oggi come oggi, di certe finezze del galateo istituzionale?).

Un’ipotesi che qualcuno ha avanzato è che la non-ufficializzazione della “candidatura” italiana di Tajani fosse effetto di un veto del PPE. Questa ipotesi si reggeva, a sua volta, su un’altra ipotesi: e cioè che il PPE volesse evitare di aprire ufficialmente ora, a un anno e tre mesi dalle prossime elezioni europee, la corsa alla successione dello stesso Tajani alla presidenza dell’assemblea. Una corsa che rischierebbe di non essere proprio semplicissima, come insegna la memoria di quanto accadde nel gennaio del 2017 quando la vittoria del PPE con Tajani fu garantita solo dalle piroette del gruppo liberale di Guy Verhofstadt, passato con grande disinvoltura dall’ipotesi di alleanza con Grillo e company a quella con i popolari. Secondo questa teoria del complotto brussellese (e strasburghese), i vertici del partito popolare europeo avrebbero invitato Berlusconi a soprassedere finché era possibile.

Gli osservatori che a Bruxelles sono informati su quello che succede nel PPE sono però abbastanza scettici su questa ipotesi. La dipartita dell’italiano, dicono, non creerebbe troppi sconquassi poiché per la sua possibile successione anticipata, e anche a per quella a scadenza naturale dopo il voto del maggio 2019, ci sarebbero già due candidati sui quali non sarebbe difficile coagulare una larga maggioranza: l’irlandese Mairead McGuinness e il francese Alain Lamassoure, due figure che potrebbero piacere a tutti o, meglio, non dispiacere a quelli che nel PPE contano davvero, e cioè i tedeschi della CDU e della CSU.

Qualcun altro, però, fa notare che l’abbandono di Tajani potrebbe accendere gli appetiti di un altro possibile candidato, l’ambizioso e iperattivo Manfred Weber, di cui si è già detto. E Weber, a differenza di McGuinness e Lamassoure non sarebbe un candidato “facile”: è un uomo di destra, che finora si è battuto soprattutto per la difesa ad oltranza delle politiche di austerity. Si è distinto, fra l’altro, per aver espresso “comprensione” ai propositi del governo di Londra pre-Brexit di escludere dal welfare gli immigrati e per aver boicottato l’approvazione del rapporto Tavares che denunciava la deriva autoritaria del regime di Victór Orban in Ungheria. Il partito di Orban, ricordiamo en passant, continua ad essere parte integrante del gruppo popolare.

C’è, infine, un’altra ipotesi da considerare. E se la chiave del “mistero Tajani” fosse proprio lui? Se fosse stato lui, insomma, a chiedere prudenza al suo mentore e Grande Benefattore? C’è chi dice che da qualche tempo l’uomo vada confidando a tutti, a Bruxelles, che “se vinciamo andrò a Roma”. “Se vinciamo”. E se avesse intanto maturato la convinzione che “non vinceranno”? Se negli ultimi tempi, quando il silenzio sul suo nome si era fatto davvero inspiegabile, gli fosse comparso uno scenario da incubo nel quale mentre lui rinuncia agli onori di Bruxelles, a Roma il suo Capo perde la partita? Almeno per un anno e tre mesi un lavoro in Europa ce l’ha. O ce lo aveva?