Tre estremismi
in campagna elettorale

Uno spettro si aggira per l’Italia: l’estremismo. Anzi, tre spettri si aggirano per l’Italia perché tre sono gli estremismi. Tre forze in lotta tra loro che rischiano di caratterizzare la campagna elettorale che è ormai cominciata e che si annuncia come una delle più difficili della storia repubblicana. Ai due estremismi che conosciamo – quello berlusconiano-leghista che ha segnato l’ultimo ventennio italiano e quello grillino di più recente conio – se ne sta affiancando un terzo, impensabile fino a qualche anno fa: quello del Pd. Meglio: quello renziano. Le ultime mosse di Matteo Renzi hanno infatti portato una ventata di inquietudine nelle stanze che contano. Persino Giorgio Napolitano, solitamente misurato nei giudizi, riferendosi alla mozione dem contro Bankitalia ha parlato di un fatto “deplorevole”. E anche dentro il Pd lo stato di agitazione è palpabile. Se ne è fatto interprete Walter Veltroni definendo “ingiustificabile” quell’attacco a Ignazio Visco. Lo stesso Romano Prodi guarda alle vicende politiche delle ultime ore con un certo turbamento e considera “improvvida” la scelta compiuta dal Pd. “Sono quasi disperato”, confida a chi gli chiede un commento sullo stato del centrosinistra.

Insomma, si naviga in acque agitate senza poter contare sull’abilità e sull’equilibrio di un bravo comandante.

In poco meno di una settimana il low profile di Matteo Renzi, tanto sbandierato nei retroscena ispirati dal Nazareno, è deflagrato. Al suo posto un estremismo tanto ricercato quanto esibito con il quale si tenta, in malo modo, di supplire all’assenza di un’idea politica e di un progetto di coalizione e alla fragilità di una strategia che non si sa dove possa portare se non a un probabile nuovo fallimento. E’ successo con la forzatura del voto di fiducia sulla legge elettorale, si è ripetuto con l’attacco senza precedenti al governatore di Bankitalia Ignazio Visco. E in mezzo c’è finito tutte e due le volte, chissà com’è, l’uomo che veniva considerato il più papabile inquilino di Palazzo Chigi anche in un futuro governo di coalizione: Paolo Gentiloni. Costretto a subire un voto di fiducia sulla riforma elettorale che aveva considerato, al momento del giuramento, di “natura parlamentare” (e quindi non governativa), e obbligato poi a raccogliere le macerie del terremoto istituzionale provocato dalla mozione anti-Bankitalia che ha inquietato non poco Sergio Mattarella.

Se questi sono gli anticipi della campagna elettorale da parte del principale partito di governo c’è da stare poco sereni. Perché se così sarà, vorrà dire che si profila appunto uno scontro tra tre diversi estremismi. Uno scontro che rischia di travolgere il sistema politico, di sottoporre a ulteriori tensioni la democrazia e soprattutto di disorientare ancora di più gli elettori finendo con l’ingrossare l’area già affollata dell’astensionismo.

Le formazioni in campo sono già schierate in vista del voto, carico di incognite, del 2018. C’è, infatti, un estremismo grillino che ha già dato prova di sé in questa complicata legislatura. Di Maio, sotto osservazione dentro il suo stesso partito, userà tutte le armi antipolitiche per catturare nuovi consensi, farà l’impossibile per presentarsi come l’unico combattente anticasta e antisistema e farà leva, nei modi a lui congeniali – molta aggressività – su quel sentimento anti-establishment che ha già premiato il M5S e che non sembra per nulla scalfito nemmeno dalle pessime prove di governo di Roma e di Torino. Un assaggio di questa strategia lo abbiamo già avuto prima con l’attacco ai sindacati (“o vi riformate o lo faremo noi quando saremo al governo”), poi con l’assalto a Bankitalia (con una mozione che chiedeva di cacciare Visco) e infine con la denuncia di possibili brogli alle elezioni siciliane e la richiesta di intervento di osservatori Osce. Pensate un po’, questo è solo l’incipit.

Dell’estremismo leghista conosciamo vita morte e miracoli: da Umberto Bossi a Matteo Salvini abbiamo assistito a una sorta di involuzione della specie che è iniziata con il peggio ed è approdata al pessimo. Il ventennio che abbiamo alle spalle ci ha fornito ampie dimostrazioni della spinta sovversiva della Lega. Ora il leader del Carroccio si gioca tutto e si appresta a rispolverare, con maggiore virulenza, i cavalli di battaglia dei lumbard: dalla guerra agli immigrati a quella contro l’euro e l’Europa, dalla sintonia con la peggiore destra europea (vedi Le Pen) e italiana (vedi Casa Pound) alla negazione di qualsiasi diritto civile, per le coppie omosessuali come per i bambini figli di immigrati. Sarà una battaglia senza esclusione di colpi alla quale si affiancherà un Silvio Berlusconi redivivo che in fatto di estremismo, come sappiamo bene, non è secondo a nessuno e che peraltro sarà costretto ad alzare egli stesso i toni per evitare che la Lega nelle urne sorpassi Forza Italia indebolita da tre anni di quasi immobilismo.

Infine l’estremismo ultimo arrivato: quello renziano. Anche Renzi, come ha dimostrato in questi anni e confermato negli ultimi giorni, ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire. Oggi ancora di più da un Paese che non si lascia più incantare dalle promesse. Il segretario del Pd non riesce a coltivare l’equilibrio che è proprio di un leader e di un uomo di Stato. E’ inutile crederci come ha fatto Eugenio Scalfari, pentendosi poi con un editoriale nel quale ha chiesto, per il segretario del Pd, addirittura l’intervento di un neurologo. Non c’è nulla da fare: le fasi zen non si addicono a Matteo Renzi. Non sono in sintonia con la sua natura. Per di più, dopo la clamorosa sconfitta al referendum costituzionale e dopo la molto probabile batosta delle elezioni siciliane, l’unica carta che può giocarsi è quella dell’attacco: tenere alto il livello dello scontro, accreditarsi come il più antipolitico degli antipolitici e il più antisistema degli antisistema nel tentativo di salvare se stesso e di risollevare le sorti di un partito che in tre anni, grazie a questa linea di uno contro tutti, ha perso città importanti come Roma e Torino, ha perso voti, iscritti, militanti, qualche padre nobile e ha subìto persino una scissione.

Difficile però che questa missione impossibile riesca. E anche questo, oltre agli agguerriti grillini e ai tonanti berlusconian-leghisti, renderà la partita tra gli estremismi particolarmente cruenta.
Alla sinistra a sinistra del Pd e a quelli che nel Pd non sono disposti a farsi trascinare in questa guerra a perdere, spetta il compito, se ne saranno capaci, di rappresentare un’altra storia: quella di un riformismo di governo che ha fatto del rispetto delle istituzioni e della battaglia contro il settarismo e il populismo uno dei suoi capisaldi. Proprio adesso, proprio di fronte a questo scenario preoccupante, c’è bisogno di un nuovo centrosinistra che sia credibile e lungimirante e non si lasci trascinare nel “presentismo”  che soffoca la politica italiana.

Altrimenti a pagare il prezzo di questa pericolosa involuzione estremista sarà il sistema democratico già sottoposto a troppi scossoni. Ma saranno soprattutto gli italiani che continueranno, con tutti i loro problemi irrisolti, a vivere in un Paese dove si supplisce alla mancanza di progettualità con quello che Antonio Gramsci chiamava il sovversivismo delle classi dirigenti.