Berlino, una campagna noiosa?

Berlino, in questo scorcio d’estate, è come il salotto di casa: accogliente, comodo, prevedibile, benevolmente consueto. Il 24 settembre è vicinissimo, ma la campagna elettorale vivacchia sotto traccia. La sobrietà dei grandi partiti tedeschi, d’altronde, è proverbiale: qualche manifesto di candidati appeso ai lampioni o appiccicato alle colonnine della pubblicità (non sui muri, per carità!), qualche manifestazione pubblica, preferibilmente al chiuso, su cui le tv di stato riferiranno con esemplare imparzialità, qualche ragionato endorsement sui giornali. Se fosse un film, questa campagna, sarebbe noioso come tutti quelli il cui finale si intuisce dall’inizio. Mancano i cattivi. O meglio ci sono ma fanno le comparse: rumorosi, fastidiosi, ma mai al centro della scena. I fascistoidi di Alternative für Deutschland (chiamiamo le cose col loro nome) hanno avuto i loro exploits e in una elezione regionale nel lontano e negletto Meclemburgo hanno pure sorpassato la Cdu. Hanno inquietato un po’ tutti, ma è acqua passata. Oggi la loro capa Frauke Petry non è più la Marine Le Pen dei tedeschi: d’altronde non ha mai avuto la verve demagogica della francese. E poi s’è visto che fine ha fatto l’originale. Quelli di AfD hanno avuto il loro momento d’oro quando al comando c’era l’economista Bernd Lucke, il quale predicava l’uscita dall’euro ed altre eresie con l’aria di uno che comunque se ne intende e anche per questo incassava la simpatia di una parte del mondo industriale più aggressivamente nazional-egoista. La signora Petry invece è un’estremista pura e dura che non parla d’economia, cavalca le paure dell’immigrazione e della “islamizzazione”e tiene nel suo partito loschi figuri che vorrebbero demolire i monumenti all’Olocausto e cocotteggiano con i neonazisti. AfD prenderà l’8-9% dei voti, dicono i sondaggi. È molto, è troppo, ma non servirà a nulla, se non a segnalare che anche in Germania come in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale c’è uno zoccolo di elettori esposti alla demagogia più primitiva. Ci sono ma, come succede in Francia, nei Paesi Bassi, in Belgio e non (purtroppo) in Italia, non entrano nel gioco del potere. Nessuno li corteggia, nessuno li insegue: restano lì a segnalare disagi, fallimenti della politica, rovine della cultura popolare. Materia per i sociologi.
L’insidia che si nasconde sotto le acque chete di questa campagna tedesca è, semmai, un’altra. Se un cattivo c’è è la FDP, il partito liberale, che si è risollevato dal baratro in cui era caduto quattro anni fa, quando nella costernazione generale mancò la soglia per entrare nel Bundestag. Stavolta i liberali entreranno, ristabilendo la classica costellazione parlamentare della Germania. Ma sotto la guida del giovane e spregiudicato presidente Christian Lindner la FDP ha cambiato pelle. Dire che è diventato un partito antieuropeo forse sarebbe troppo, ma certo s’è allontanato parecchio dalla tradizione dei grandi liberali europeisti, i Genscher, gli Scheel, i Lambsdorff. Nell’alleanza di governo con la CDU, tra il 2009 e il 2013, fu l’ispiratore più coerente della politica di austerity che la Germania impose a Bruxelles, con tutti i guai che ne derivarono. E da allora le posizioni della FDP, che si è fissata come specifico compito quello di recuperare, inseguendoli, i voti “antieuropei” scivolati su AfD, si sono ulteriormente irrigidite. Al punto da giudicare troppo morbido verso i paesi dal debito alto perfino il durissimo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Insomma, dietro l’anima nera dell’austerity ultraliberista made in Germany si profilano anime ancor più nere.
Un assaggio di quel che potrebbe rappresentare un corso economico condizionato dai liberali è venuto proprio in questi giorni, con lo sciagurato parere emesso dalla Corte di Karlsruhe sulla illiceità del quantitative easing praticato dalla BCE. Che il QE di Draghi dovesse essere considerato alla stregua di (illegittimi) aiuti di stato era, per l’appunto, una pretesa di Lindner e compagni, che s’accompagna a quella di una drastica riduzione del contributo tedesco al fondo salva-stati in vista di una sua futura abolizione. È molto difficile che posizioni così estremistiche possano essere adottate da un futuro governo di Berlino. Esse però testimoniano l’esistenza e la relativa forza di un’ultradestra economica che gode di un certo consenso: un “populismo economico” che ha una sponda forte anche nelle istituzioni finanziarie, a cominciare dalla Bundesbank. Questa destra nella legislatura che va finendo ha trovato espressione politica nelle posizioni della CSU bavarese e nei mugugni dell’opposizione anti-Merkel nella CDU; nella prossima potrà contare su un partito e una frazione parlamentare. Su due partiti e due frazioni, anzi, considerando anche AfD.
La sera di domenica 24 settembre, a dispetto di coloro che qui da noi pensano sia una gran bellezza sapere subito che governo si farà, è assai probabile che in Germania non lo si sappia affatto. D’altronde, all’inizio della legislatura in corso per fare il governo ci vollero tre mesi di negoziati. Angela Merkel vincerà, senza dubbio, pur se i sondaggi di metà agosto segnalavano un drastico calo dei consensi dovuto probabilmente alle incertezze sullo scandalo delle emissioni delle auto diesel. Ma non si sa con chi governerà. Comincerà una lunga fase di colloqui e trattative alla fine delle quali, a parere di chi scrive, sarà piuttosto difficile che si arrivi a una coalizione di governo CDU/CSU – FDP. Troppo alto sarebbe il rischio di tensioni non solo con Roma e con Madrid, ma anche con Parigi e pure con Bruxelles. Più probabile una riedizione della groβe Koalition. E però attenzione: l’esistenza di un’alternativa a destra, i liberali resuscitati, renderà più forte la posizione della vecchio-nuova cancelliera nelle trattative con la controparte socialdemocratica. Per la SPD sarà più difficile che quattro anni fa strappare qualcosa come nel 2013, quando nei negoziati ottenne il salario minimo garantito e una certa mobilizzazione degli investimenti pubblici.
E veniamo, allora, ai socialdemocratici. Non c’è dubbio che la scelta di candidare alla cancelleria Martin Schulz abbia rivitalizzato un partito che era andato fossilizzandosi intorno ai posti di potere nel governo e che aveva allegramente rinnovato l’eterna tradizione delle lotte di corrente e delle rivalità personali. Schulz, già presidente del Parlamento europeo, ha in più il vantaggio di una solida esperienza nelle istituzioni dell’Unione, con la fiducia che gliene deriva fuori dalla Germania, dove molti lo apprezzano più che in patria. Ma lo slancio delle prime settimane della campagna è durato poco. Il sorpasso sulla Merkel segnalato dai sondaggi verso aprile-maggio era dubbio, comunque precario e probabilmente indotto più dalle difficoltà della CDU sulla destra che dai meriti della SPD sulla sinistra. Il problema cui neppure il volenteroso Martin pare capace di dare una risposta è la cronica, drammatica, evidentissima incapacità dei socialdemocratici a esercitare una qualsiasi egemonia in fatto di politica economica. Non è una difficoltà solo della SPD: è il Grande Problema che affligge e paralizza tutta la sinistra europea. E va detto, per restare in Germania, che anche i timidissimi e contraddittori segnali di iniziativa che erano venuti in passato sulla comunitarizzazione del debito, sulla riforma del sistema bancario e degli strumenti del mercato, sulla necessità di sottrarre l’economia alla dittatura della finanza sono stati sacrificati dalla SPD sull’altare del pensiero economico unico dominante oppure su quello, più laico ma altrettanto sdrucciolevole per un partito di sinistra, della ricerca del consenso più facile in concorrenza con i solleticatori di egoismi di patria. Immemore del principio che inseguendo inseguendo non si va lontano.
Martin Schulz sta facendo una meritevole campagna sulle ingiustizie sociali che affliggono la Germania della quasi piena occupazione e che invece di diminuire crescono (e si vedono, per esempio con la comparsa di senza-tetto tedeschi nelle strade delle grandi città), sull’allargamento della forbice tra troppo ricchi e troppo poveri, sui salari troppo bassi e sulle regalìe alle grandi industrie e alle banche. Ma è come se nelle sue denunce mancasse un pezzo. E l’impressione è che, mancando quel pezzo, esse non scalfiscano la placida sicurezza di sé che la propaganda della CDU sa abilmente diffondere in giro: le cose vanno bene, in ogni caso meglio che in tutti i paesi vicini pieni di problemi e di irrequietezze. C’è un manifesto che rende in modo propagandisticamente geniale questo messaggio: una bella ragazza stesa sull’erba cui viene detto: “Goditi l’estate e in autunno vai a votare”. Bene, s’intende.
E il resto della sinistra? I Verdi, se vogliamo considerarli della partita (e non è scontato) sono un po’ scomparsi: l’ecologizzazione della società, della cultura politica e anche della cultura popolare li rende sempre meno essenziali, meno innovatori, più politicamente “normali”. Oggi come oggi tutti i partiti sono abbastanza verdi, anche quelli di destra. Tant’è che sono sempre più frequenti le migrazioni dai Grüne alle altre formazioni. Qualche settimana fa uno di questi passaggi, una ministra andata alla CDU, ha messo in crisi il governo rosso-verde di un Land importantissimo come la Bassa Sassonia. A livello locale non sono più una rarità le alleanze con i partiti conservatori e non è più un tabù evocare ipotesi di governi federali in cui i Verdi partecipino a coalizioni con la CDU: non che siano all’orizzonte, ma se ne parla senza scandalo.
C’è poi la sinistra sinistra, la Linke. I sondaggi la dànno in progresso e non solo nei Länder dell’est loro tradizionale bacino elettorale. In molte zone dell’ovest, specie in quelle dov’è ancora presente l’industria tradizionale, hanno un discreto insediamento, benedetto da buoni rapporti di collaborazione con i sindacati. Frutto, questo, soprattutto dell’iniziativa e del prestigio di Oskar Lafontaine, il co-fondatore del partito, ex esponente di primo piano della sinistra socialdemocratica e, ai suoi tempi, innovatore coraggioso. Il programma della Linke comprende tutte le istanze classiche della sinistra: richiesta di investimenti pubblici, interventi mirati contro la disoccupazione, redistribuzione della ricchezza tramite la leva fiscale. Sui capitoli sociali è molto più radicale ma non è sostanzialmente diverso da quello della SPD. La vera, grossa differenza è nella proposizione, da parte della Linke, di una profonda riforma del sistema finanziario, che prevede non solo strumenti di controllo e di regolazione dei mercati ma anche misure più radicali, fino alla nazionalizzazione delle banche. Anche sull’Europa il programma della Linke aspira a rompere la gabbia del pensiero unico economico. Non basta rifiutare l’austerity e la politica dei tagli alle spese sociali, ma andrebbe affrontato il problema dello squilibrio tra i paesi e nei paesi dell’Unione, legando i trasferimenti finanziari verso i paesi più deboli a parametri sociali, come gli impegni sull’occupazione, contro il lavoro precario, una fiscalità più redistributiva.
Siamo all’utopia, si dirà. E un po’ è vero. L’impressione è che lo spirito pubblico in Europa, e massimamente in Germania, stia andando da tutt’altra parte. Ma compito di un partito non è proprio quello di indicare una via, una direzione di marcia? La debolezza della Linke non sta tanto nel carattere utopico del suo programma quanto nella sua stessa natura e nel suo serbatoio di consensi. Il partito è nato dalla fusione di due componenti molto diverse: da un lato ciò che restava dei vecchi tentativi di rinnovare il socialismo nella ex DDR, dall’altro la sinistra socialdemocratica e sindacale che alla fine degli anni ’90 rifiutava il “nuovo corso” della SPD sul modello di Tony Blair e, in Germania, di Gerhard Schröder. Un partito che nasce da due rifiuti porta dentro di sé, specie nella parte orientale del paese, un che di rancoroso, di nostalgico. Non della dittatura, ma della brevissima stagione di speranza che si aprì dopo la sua caduta. C’è anche a sinistra una specie di leggenda del Dolchstoβ, la pugnalata alle spalle che, in questo caso, sarebbe stata inferta alla democrazia dal basso che stava nascendo sulle macerie della DDR dalla prepotente ingerenza dell’ovest: i partiti conservatori (ma anche i socialdemocratici), la grande industria famelica, le multinazionali, la Nato…Come in tutti i miti, c’è qualcosa di vero anche in questo, ma l’impressione è che, passato un quarto di secolo, nell’adesione di molti tedeschi dell’est alla Linke vivano più rancori e nostalgie che una visione del futuro. Nella cultura politica della sinistra-sinistra all’ovest, invece, pesano molti vizi classici della ex sinistra extraparlamentare, tedesca e non, e su tutti uno: la tendenza al frazionismo. Nel partito si contano almeno sei correnti. Si va dai nostalgici della DDR agli anticapitalisti radicali a piattaforme libertarie a gruppi che si richiamano all’eurocomunismo a componenti che si propongono di creare le condizioni di un’alleanza con la SPD. Da quando si sono ritirati i dirigenti carismatici, Oskar Lafontaine e Lothar Bisky, è evidente nel gruppo dirigente, guidato dalla storica “pasionaria” Sahra Wagenknecht, una certa fatica a tenere insieme tutto.
Dalle elezioni del 2013 era uscita una teorica maggioranza di SPD, Verdi e Linke insieme, a conferma della vecchia convinzione di Willy Brandt secondo il quale in Germania esisterebbe strutturalmente una maggioranza a sinistra del centro. Allora non esistevano le condizioni perché quella maggioranza teorica si facesse politica. In queste elezioni, a giudicare dai sondaggi, è probabile che scompaia anche quella possibilità teorica. Ma molti sono convinti che la strada, per la sinistra, è quella.