Berlino, l’ instabilità
fa tremare l’Europa

E ora che cosa succederà in Germania? Questa domanda ne nasconde un’altra, che ci riguarda molto direttamente: che ne sarà dell’Europa se il “paese di mezzo” precipiterà nell’instabilità di sistema senza avere gli strumenti politico-istituzionali, gli strumenti culturali e neppure – verrebbe da dire – la stabilità psicologica per dominarla?
Guardiamo alla sostanza dei fatti usciti dalle urne. L’ipotesi di una riedizione della groβe Koalition è stata esclusa in tutti i modi e con tutta l’ufficialità dai dirigenti della SPD e si sa che è larghissimamente impopolare alla base del partito. In queste ore si sta assistendo, in Germania e fuori (anche in Italia et pour cause), a una specie di chiamata dei socialdemocratici alla union sacrée: tornate all’ovile dell’alleanza con Frau Merkel per evitare che si sfasci tutto. E’difficile che questi appelli vengano raccolti. Non solo perché nessuno mette volontariamente la testa sotto la ghigliottina, e questo sarebbe per Martin Schulz e tutti i dirigenti del suo partito la riedizione dell’alleanza con la CDU/CSU che, con ottime ragioni, considerano la causa principale del loro disastro elettorale. Ma anche per un motivo assai meno egoistico, per un senso di responsabilità democratica questo sì, fondatissimo. Tutte le esperienze di grandi coalizioni, in Germania, hanno segnalato un certo restringimento degli spazi di democrazia. Ma una nuova grande coalizione ora avrebbe come principali oppositori proprio i protagonisti dell’eversione di sistema che il 13 per cento degli elettori ha voluto entrassero nel parlamento “per aprirlo come una scatoletta di tonno”, come si disse in altri tempi a un’altra latitudine.

Non è una questione astratta e solo di principio. Costituzione e consuetudini dànno al più forte gruppo dell’opposizione poteri istituzionali, come il privilegio di intervenire subito dopo il cancelliere nei dibattiti in aula, presidenze di commissioni, spazi e tempi garantiti per la presentazione di leggi e via elencando. L’idea che un deputato di AfD si alzi per rivendicare l’onore dei soldati tedeschi nelle guerre mondiali, o per sostenere che la memoria dell’Olocausto è una scusa per far dimenticare i problemi della Germania d’oggi è già molto sgradevole; che lo possa fare in un dibattito politico rappresentando in qualche modo tutta l’opposizione fa venire davvero i brividi.
La seconda, e ultima, opzione per la formazione di un governo, la “coalizione Jamaica” (CDU/CSU-FDP-Verdi) non ha prospettive migliori. I programmi dei liberali e dei Grünen in materia economica e sociale, sull’ambiente, sull’euro e sull’Europa sembrano l’opera di un burlone che si sia divertito a scrivere tutto da una parte e il contrario di tutto dall’altra. Se nonostante questo si andrà in quella direzione, le trattative potrebbero durare mesi e poi finire nel nulla.

E allora? La Costituzione tedesca non preclude, all’articolo 67, la possibilità che il presidente della Repubblica sciolga il Bundestag e, quindi, si convochino nuove elezioni. Ma Berlino non è Madrid (e neppure Roma): chiunque conosca un po’ la storia della Germania da Weimar in poi e lo spirito pubblico della Repubblica federale, così icasticamente ancorato al valore della stabilità da aver sancito l’istituto della sfiducia costruttiva (un governo viene sfiduciato solo se è pronta un’alternativa), è in grado di capire che impatto micidiale avrebbe un tale sviluppo non solo sull’autoconsiderazione dei tedeschi, ma anche sull’immagine esterna del paese, sul suo sistema di relazioni. Può darsi che alla fine ci si debba arrivare, ma intanto si sarà fatto abbondantemente scorrazzare nel cuore d’Europa il fantasma della Grande Incertezza evocato all’inizio. La possibile instabilità tedesca sarebbe, automaticamente, una instabilità europea.

Dobbiamo prepararci a questo. Ma per essere pronti a farlo, prima dobbiamo affrontare le ragioni per cui il rischio di questo vuoto si è creato e diventa sempre più minaccioso. L’ascesa dell’estrema destra xenofoba, il caotico venire al dunque un po’ in tutti i paesi d’Europa (e non solo) delle spinte irrazionali, degli egoismi e delle paure che in modo un po’ riduttivo e anche un po’ improprio chiamiamo “populismo” è nello stesso tempo il sintomo e il prodotto della crisi dei grandi partiti. Di tutti i grandi partiti, della politica tout court, dei sistemi istituzionali, delle leggi elettorali. Ma abbiamo il dovere di chiederci se la sinistra non abbia responsabilità sue proprie. Se, per restare alla Germania, a generare il mostro uscito dalle urne non siano stati soprattutto gli errori, i fallimenti, le omissioni del riformismo tedesco. E le responsabilità non sono solo quelle, evidenti quanto dolorose, derivanti dall’incapacità che è andata crescendo negli ultimi decenni a rappresentare politicamente strati di società e complessi di interessi che un tempo, con un termine di cui molto impropriamente oggi molti si vergognano, si dicevano “popolari”. Ma anche quelle che derivano da debolezze e contraddizioni più antiche e, in qualche modo, più strutturali.

Anni di liberismo economico trionfante e di austerity hanno fatto molto per farcelo dimenticare, ma l’Europa, la costruzione europea, ha, per così dire, un’anima socialista. È fondata sulla pretesa di governare l’economia e di garantire, in prospettiva, sicurezza sociale e progressive eguaglianze tramite gli strumenti del welfare e di una certa socializzazione sovranazionale delle risorse. Cosa che, en passant, rende molto poco “europeo” il rifiuto testardo opposto da molti paesi, Germania in testa, ad ogni ipotesi di socializzazione del debito. A lungo a questo carattere “socialista” ha trovato corrispondenza negli orientamenti politici e nei rapporti di potere negli stati. Poi qualcosa si è rotto.

Cosa? Come? Quando? Qualcuno forse ricorda un lontano Consiglio europeo dell’autunno 1998 in cui Massimo D’Alema, appena nominato presidente del Consiglio italiano, si compiaceva del fatto che quasi tutti i leader dei paesi presenti fossero socialisti o di centro-sinistra. Proprio in quel periodo D’Alema era uno dei protagonisti del dibattito sulla Terza Via, insieme con Tony Blair e Gerhard Schröder, il quale studiava da cancelliere mettendo a punto la sua riforma del welfare e del mercato del lavoro dell’Agenda 2010. Quella con cui ancor oggi i suoi compagni di partito stanno facendo difficili conti, al punto che più d’uno si chiede (quasi vent’anni dopo!) se non siano state proprio quelle misure a innescare il disamore della base verso i vertici che si è andato manifestando in quasi tutte le elezioni dal 2005 in poi.

Si può discutere ovviamente se le scelte in nome della Terza Via furono giuste o no, ma certo segnarono una svolta. Ed è un fatto che qualche anno dopo la maggioranza dei leader, ai vertici europei, avevano tutt’altro orientamento politico. E che pochi, a sinistra, possono oggi contestare il fatto che in tutta la lunghissima vicenda della crisi dell’euro e dei debiti, ma probabilmente anche da un bel po’ di tempo prima, i partiti della sinistra europea abbiano mostrato una clamorosa incapacità di esercitare egemonia in materia di economia, mercato del lavoro e rapporti con i mercati finanziari, siano stati succubi del pensiero unico economico che ha portato non solo alle strette di bilancio, al fiscal compact e alle politiche punitive verso i paesi della Dolce Vita, ma anche all’illusione che dall’austerity si potesse uscire negoziando briciole di flessibilità invece che riforme coraggiose.
Bisogna cambiare strada, probabilmente bisogna cambiare alleanze: ai tempi difficili che l’inedita instabilità del “paese di mezzo” sta preparando all’Europa, la sinistra dovrebbe arrivare con questa consapevolezza.