Berlino, la città che non volle
fare la pace con la sua Lola

 

 

La mattina del 17 maggio del 1992 a Berlino un vecchio signore uscì di casa, prese la metropolitana, raggiunse il quartiere di Friedenau, entrò nel cimitero di Schöneberg e andò a sputare sulla tomba nella quale nel pomeriggio del giorno prima era stato calato il corpo di Marie Magdalene Dietrich, detta Marlene. Anche i gesti ignobili e le piccole infamie possono avere una loro profondità di significato: il vecchio, a suo modo, concludeva una storia cui il suo odio aveva dato una ragione. Qualche tempo dopo, in una mostra vennero esposte alcune delle lettere che dagli anni ’30 fino alla morte l’attrice aveva ricevuto dalla Germania a centinaia, ovunque si trovasse: lettere di insulti in cui quasi tutti la chiamavano “puttana americana”.  Ma ce n’era una in cui il mittente l’apostrofava invece come “scrofa tedesca”. Anch’egli faceva i conti con la ragione vera del proprio odio:  Marlene (con la e finale ben udibile come in tedesco e non muta come nella pronuncia francese o americana) era tedesca. Profondamente, irrimediabilmente tedesca anche se due terzi della propria vita li aveva vissuti lontano. E non perché l’avessero cacciata, ma perché aveva voluto andarsene.

Tedesca, anzi berlinese. “Ich hab’noch einen Koffer in Berlin”, ho ancora una valigia a Berlino: non è una metafora la canzone che dopo quelle dell’”Angelo azzurro” è forse la più nota di Marlene Dietrich.  D’altronde il testo fu scritto da Hildegard Knef, attrice, cantante, scrittrice che ebbe una storia molto simile alla sua. Qualche tempo fa la scrittrice Birgit Wetzig-Zalkind ha pubblicato un libro in cui sono indicati tutti i luoghi della città legati alla memoria dell’attrice. Sono quasi duecento: dalla casa in cui nacque in Leberstraβe 65, a Schöneberg, in una famiglia borghese fino all’osso, padre ufficiale della polizia prussiana e madre imparentata con una ricca stirpe di orologiai, fino al cimitero di Friedenau, dove ha voluto essere sepolta accanto alla madre. Abitazioni in cui è cresciuta dopo la morte del padre e il secondo matrimonio della madre, scuole che ha frequentato, teatrini in cui ha mosso i primi passi da ballerina e recitato le prime battute da attrice comica, negozi dove comprava i fiori per i divi per cui si struggeva, la fatalona Henny Porten, il bel tenebroso Willi Forst, la musa Claire Waldoff. E poi ristoranti di lusso e bettole, locali dove si faceva l’alba in compagnia, la Gedächtniskirche, la chiesa del primo (e unico) matrimonio, la piccola casa di Nassauischestraβe a Wilmersdorf in cui visse con il marito Rudi Sieber e con la figlia Maria: i luoghi dei primi ventotto anni di vita d’una donna che non era mai sazia coprono la mappa della città come una ragnatela. Segnalano tutte le esperienze meno una: la “prima volta” di Marie Magdalene, almeno con un uomo, non fu a Berlino. Fu a Weimar, con il professore della scuola di musica dove la madre l’aveva spedita a 16 anni a studiare il violino e forse a smorzare un po’ la sua “vivacità”, anche perché non contagiasse la sorella maggiore Ottilie Elisabeth.

Questa mappa della Berlino di Marlene la si può ripercorrere, riempiendo con l’immaginazione e vecchie fotografie sgranate i vuoti lasciati dalle distruzioni della guerra. È un percorso che ricostruisce la memoria di tempi difficilissimi ma non privi di speranza, e anche di una qualche incosciente spensieratezza. Il primo dopoguerra, l’inflazione con il pane a un miliardo di marchi al chilo, la depressione dopo il ’29, le contorsioni politiche provocate dalle debolezze della Costituzione di Weimar. E poi gli scioperi, le manifestazioni, le avvisaglie di guerra civile, l’eco della Grande Rivoluzione che arriva dalla Russia e le repressioni delle insurrezioni operaie da parte dei Freikorps, le prime scorribande della teppa nazista, i giornali che cominciano a parlare di quel caporale austriaco che ha tentato il putsch in una birreria di Monaco. Ma non c’è cupezza, a Berlino. La città è viva, moderna, frenetica, vive di notte come di giorno: è proprio come la racconta “Berlin, die Sinfonie der Groβstadt”, lo splendido documentario di Walter Ruttmann. Per la sua vita culturale, per le mostre, i concerti, il jazz, e soprattutto per i teatri e per il cinema la capitale prussiana compete con Parigi, con New York, con Londra. È la capitale dell’espressionismo, con Otto Dix, Max Beckmann, George Grosz, che Fritz Lang con “Metropolis” traduce nel modernissimo linguaggio del cinematografo.

D’altronde, negli anni ’20 e fino all’arrivo di Hitler vivono e lavorano qui tutti i registi e gli attori che faranno grande, dagli anni ’30 in poi, il cinema di Hollywood: oltre a Lang, Billy Wilder, Ernst Lubitsch, Joseph von Sternberg, Friedrich Murnau, Conrad Veidt, Paul Leni. E come tutte le grandi metropoli Berlino ha uno spirito tutto suo. Esprime le angosce della modernità, dell’oscenità della guerra e degli spiriti animali che ha evocato, dell’alienazione delle catene di montaggio, della volgarità violenta dei pescecani arricchiti, ma si colora anche di una speciale leggerezza, di un gusto per il bien vivre che non fa distinzioni di classe. La città è piena di parchi per i picnic, di canali e di laghi per nuotare e remare, di locali dove si balla e si fa musica. C’è un gran mescolamento di ceti sociali e di culture e una grande libertà sessuale. Un’anarchia di costumi che affascina e turba gli stranieri, come il calabrese Corrado Alvaro, che si sente capitato in una specie di inquietante Gomorra, o il siciliano Luigi Pirandello, approdato qui dalla tranquillissima Bonn, che se ne scappa dopo qualche mese.

L’adolescenza e la giovinezza di Leni, come chiamano Maria Magdalene in famiglia, trascorrono in questo clima, se ne nutrono. Marlene, come decide di chiamarsi al liceo, non è una ragazza ribelle. Va bene a scuola, rispetta i rigidi orari di casa, accetta il futuro da violinista che la madre ha pensato per lei ed è molto brava, finché una malattia alla mano non stronca la sua carriera ancor prima che cominci. Però è una ragazza libera. Sa di essere un oggetto del desiderio, per tutti gli uomini e per molte donne, e ne gode. Ha le gambe più belle di Berlino, dicono, veste sfacciatamente da femmina ma ama anche i vestiti da uomo, il frac, il cilindro, compiacendosi dei turbamenti che suscita la sua ambigua androginia. Ha una voce roca e sensuale che sembra fatta apposta per le melodie di Friedrich Hollaender, che scriverà le musiche dell’Angelo azzurro. Sogna di recitare al Deutsches Theater o alla Volksbühne di Max Reinhardt, ma intanto accetta particine da soubrette leggera, canta in un paio di operette e compare in qualche particina nei film. Con la bella Henny, con gli altri attori del cinema che erano stati i suoi idoli tratta ormai da pari a pari, stringe un legame con Claire Waldoff che ostenta la propria omosessualità, ma sono gli uomini che le cadono ai piedi uno dopo l’altro. Beve, fuma, passa le nottate in giro per locali. Ma sul lavoro ha una disciplina prussiana. Ed è questa serietà professionale il motivo che spingerà il regista Joseph von Sternberg, ormai più americano che tedesco, a volerla, contro tutte le opinioni, per la versione cinematografica del romanzo di Heinrich Mann “Der blaue Engel”, il film che ha deciso di girare contemporaneamente in inglese e in tedesco.

Il film, si sa, ha un successo straordinario e consacra Marlene nel firmamento delle grandi dive. Ma segna anche il divorzio tra l’attrice e la città. Senza aspettare neppure la prima berlinese, il 1° aprile del ’30, lei parte per New York. Il dovere verso la professione è più forte di ciò che dovrebbe trattenerla. Perfino della figlia Maria. Tornerà solo per qualche settimana, in inverno, per sistemare i suoi affari e prendersi la figlia. Poi, fino alla fine del nazismo e della guerra, mai più. Marlene non è un’esule, potrebbe rientrare quando vuole. Anzi, i nuovi padroni della Germania, Goebbels e anche Hitler, la corteggiano e cercano di costringerla a rientrare. I legami restano forti, nonostante la lontananza. Con la madre e la sorella, ma anche con gli amici e con i pochi colleghi restati laggiù. “Ho speso qualche milione di dollari in telefonate”, dirà molti anni dopo. Tratta i suoi interessi in città, aiutata dal marito. Liquida il negozio di orologi della famiglia sulla Unter den Linden, si occupa di sistemare la madre e la sorella quando la loro casa viene bombardata. Scrive molte lettere, moltissime ne riceve e man mano che la sua fama di diva cresce nel mondo, dalla Germania insieme con i complimenti e le congratulazioni arrivano, sempre più spesso, gli insulti.

Nel settembre del ’45 l’attrice è di nuovo a Berlino. Ma riannodare i fili della memoria dei luoghi è quasi impossibile. La città è un mare di macerie e anche Marlene è diversa. Porta la divisa dell’esercito americano. Per vedere la madre e i pochi vecchi amici deve chiedere il permesso al comando delle truppe alleate e deve ricorrere a tutta la sua arte di seduttrice per ottenere di restare una decina di giorni in più. Tornerà ancora negli anni successivi, ma non saranno tournées trionfali. Solo il borgomastro Willy Brandt è dalla sua parte, le autorità federali la ignorano (neppure al funerale ci saranno esponenti del governo) e i giornali, se non la criticano, la ignorano anch’essi. Marlene Dietrich è Marlene Dietrich nel resto del mondo, ma a Berlino è l’”attrice americana”. I teatri dove le organizzano le serate non hanno il tutto esaurito e finisce nel nulla anche un progetto dei dirigenti della DDR di impegnarla nella produzione d’un disco di canzoni tedesche antifasciste.

La storia d’amore di Marlene con Berlino è finita, in realtà, quando è finito il mondo colto, tollerante, leggero, spregiudicato in cui una ragazza con delle belle gambe, uno straordinario talento e una volontà di ferro poteva diventare la padrona della città. Il mondo che guardava con distaccato disprezzo a quegli esaltati che cominciavano ad agitarsi e se la pigliavano con gli ebrei, con gli stranieri, con gli omosessuali e gli artisti degenerati, senza avere la minima idea che sarebbero diventati loro, in pochi anni, i padroni della Germania. E che un giorno un vecchio signore sarebbe andato a sputare sulla tomba della “traditrice”.