Berlinguer e quel malore sul palco
di Padova il 7 giugno del 1984

Il 7 giugno 1984 Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano, dopo un comizio elettorale a Padova viene colto da un malore. Morirà l’11 giugno, dopo 4 giorni di coma, a 62 anni. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini farà trasportare la salma sull’aereo presidenziale dichiarando: “Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”. Si racconta che Craxi e Martelli lo abbiano accusato di aver fatto aumentare i voti del Partito comunista portando la salma di Berlinguer da Padova a Roma sull’aereo presidenziale. Pare che la risposta del presidente sia stata: “Voi due fate una cosa: tornate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta e io vi porto in aereo a Roma. Vediamo se il Psi prende voti” .

Un milione e mezzo di persone

Al funerale, a Roma il 13 giugno, parteciperà circa un milione e mezzo di persone. Il corteo con la bara sfila dalla sede del Pci, in via delle Botteghe Oscure, a Piazza San Giovanni. Occhi lucidi di pianto, segni della croce e pugni chiusi. Un grido collettivo che risuona in continuazione: “Enrico, Enrico”. A rendere omaggio alla salma andrà anche il nemico per eccellenza, quel Giorgio Almirante capo dei fascisti del Msi, cui Enrico non rivolgeva nemmeno la parola, perché – come disse in una tribuna politica del ’72 – “Io coi fascisti non parlo”. Eppure Almirante andrà lo stesso, senza scorta, mettendosi in fila come gli altri. Risponderà ad un giornalista: “Sono venuto a rendere omaggio ad una persona onesta che credeva nei suoi ideali”. Gli va incontro Giancarlo Pajetta senza nessuna protesta per la sua presenza e per un attimo l’Italia sembra riconciliarsi con se stessa.

 

 

Il sogno di Roberto Benigni

Su «l’Unità» del 13 giugno 1984, giorno dei funerali, scriverà Roberto Benigni: “Una vita sprecata. La mia. Perché non si può tornare indietro nel tempo? Io invece ci ritorno. Ecco, siamo nel 1970, ho 18 anni, non so niente di teatro, di cinema, di comicità; una sola aspirazione: la medicina. Mi iscrivo all’Università. Laureato a pieni voti. Un tirocinio esemplare. Si comincia a parlare di me. Sempre di più. Mi specializzo in ictus cerebrale. Ma perché? Perché sì! Sono sempre più famoso, il più grande ictusologo del mondo. Si parla di me all’estero. Passa il tempo. E’ il 1984, 7 giugno, giovedì. Sono a Padova a cena da un mio cugino. Non mi piace la politica. Mi piace Berlinguer. Andiamo a sentirlo. Sono in mezzo alla folla, nelle ultime file, ma riesco a vedere. Entra Berlinguer, noto subito che c’è qualcosa che non va nello sguardo. Comincia a parlare, l’articolazione non mi piace. Non ho più dubbi. Salto come in preda a un raptus in mezzo alla folla, arrivo fino al palco, le guardie del corpo mi fermano, riesco a passare, mi blocca Tatò; gli spiego la situazione, Tatò mi crede, effettivamente Berlinguer non si sente bene. Andiamo all’ospedale di corsa, dicendo alla folla di aspettare; faccio stendere Berlinguer, dopo venti minuti usciamo, sta benissimo. “Grazie dottor Benigni”, “Niente caro Berlinguer, ti voglio bene”. Oh, mi viene da piangere. Io non sono un medico, il 7 giugno non ero a Padova e non ho mai sentito nominare l’ictus cerebrale. Non so niente. Sento sempre quei tremendi bollettini medici che parlano di “attività elettrica” e ogni volta mi sembra che Berlinguer stia male solo perché non ha pagato la bolletta della luce. Si sa chi muore ma non si sa chi nasce. Mi sarebbe piaciuto di più scrivere queste righe per la nascita di Berlinguer, invece quando nacque non se ne accorse nessuno. Una volta, a un festival dell’Unità,per ricambiare tutte le volte che mi ero sentito sollevato da lui, volli sollevare fisicamente Berlinguer in braccio. Ricordo che era leggero leggero, tant’è che gli sussurrai all’orecchio come usava fare mia madre con me: Enrico, mangia… Chissà se mangiava. Oh, il dono breve e discreto che il cielo aveva dato a Berlinguer era di unire parole e uomini, ora la sua voce è sparita e se è vero, come dice un poeta, che la vita si spegne in un falò di astri in amore, in questi giorni è bruciato il firmamento […]”.

 

L’ultimo regalo: il 33,3% al Pci

Riprendendo le parole di Benigni dirà Natalia Ginzburg: “Abbiamo tutti pensato non soltanto che era successa una “tragedia politica”, ma abbiamo pensato che la sua morte era per ognuno di noi una disgrazia personale, una perdita personale. Ci siamo accorti che ognuno di noi aveva con lui un rapporto fiducioso e confidenziale, anche se ci eravamo limitati ad ascoltarlo nella folla d’una piazza. Fu un momento in cui, come aveva detto Benigni, “il firmamento bruciava”. La sensazione che “bruciava il firmamento”, in quei giorni, l’abbiamo avuta tutti”.

Il 17 giugno alle elezioni europee il Pci decide di lasciare Enrico Berlinguer come capolista. Il Partito comunista italiano raggiungerà il 33,3% superando la Democrazia cristiana. Sarà questo l’ultimo regalo di Berlinguer al suo partito, quel Partito che era riuscito a portare al suo massimo storico, quando nel 1976 il Pci arrivò al 34,4%.