Beat e emozioni. Al Maxxi le idee anni ’70

«Se una nuova vocalità deve esistere, deve essere per tutti»: in questa frase di Demetrio Stratos, che pare presa di peso dal Galileo di Bertolt Brecht, c’è tutta l’essenza degli anni Settanta; del loro sogno collettivo infranto sugli scogli dell’egoismo che dilagò in Occidente a partire dal decennio successivo. Tutti gli indicatori macroeconomici sono concordi nel dimostrare che gli anni Settanta del secolo scorso sono stati quelli in cui nell’Occidente si è realizzato il massimo di equa distribuzione del benessere. Si pensava che da allora in avanti il mondo non potesse che essere migliore. E invece sappiamo come è andata, con la vendetta del capitalismo imposta a colpi di kalasnikov e spot televisivi. E la disparità sociale divenuta elemento fondativo e imprescindibile della “rinascita” dopo la crisi del 2009, con il beneplacido di destra, sinistra e tutte le sfumature intermedie.

Agli anni Settanta, per riflettere su come eravamo, come potevamo essere e, soprattutto, come non siamo diventati, il Maxxi di Roma sta dedicando un ciclo di incontri curati da Mario Sesti e incentrati su tre documentari ciascuno dei quali approfondisce un aspetto culturale di quel decennio. La scorsa settimana, appunto, si è parlato della musica e della ricerca di Demetrio Stratos a partire da un bel documentario di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato (La voce Stratos). Domani, 19 luglio, sarà proiettato Il Politecnico: una storia romana degli anni Settanta di Amedeo Fago, infine mercoledì 26 luglio sarà la volta di Estate Romana di Matteo Garrone, documentario dedicato all’epopea di Renato Nicolini.

Il percorso analitico è chiaro. All’inizio c’è il tormento musicale e politico milanese: la cultura beat che trasfigura in jazz-rock facendosi al tempo stesso luogo di creazione, identificazione generazionale e presa di coscienza politica collettiva. Demetrio Stratos, in questo contesto, è forse il rappresentante più alto di un azzardo utopistico che, nel suo caso, cozzò contro la drammatica realtà della leucemia che lo condusse improvvisamente alla morte, nel 1979: dai pugni chiusi dei Ribelli (puro beat anni Sessanta) al “Settembre nero” degli Area fino alla sperimentazione con John Cage e Merce Cunningham sull’onda delle diplofonie e triplofonie (l’ottenimento di due o tre note contemporaneamente con la medesima fonazione). Una parabola, dunque, che va dalla cultura giovanile come oggetto di consumo alla nuova avanguardia, sempre nel segno della funzione sociale dell’arte: Demetrio Stratos è stato un po’ un Prometeo del Novecento che ha tentato di rubare il fuoco al Capitale per metterlo a disposizione della sete di conoscenza degli uomini. Ma il documentario di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato ce lo mostra come un normale uomo del suo tempo, dotato di una estensione vocale unica e quasi miracolosa (la scienza ancora non è riuscita a spiegarne la ragione), normalmente inserito nella temperie creativa della società italiana degli anni Settanta: una società, beninteso, piena di contraddizioni e conflitti, ma dove il primato della ricerca, della cultura e dello spirito critico era accettato da tutti, amici e nemici. Ciò che ormai abbiamo perso, con questi tre pilastri dell’umanità (ricerca, cultura e spirito critico) trattati alla stregua di zavorra obsoleta da una società che si vuole proiettata verso la democrazia della rete e la perfezione del profitto individuale: il peso della guerra contro la complessità combattuta sul medesimo fronte per trent’anni da Berlusconi, Bossi, D’Alema, Renzi, Grillo e via dicendo grava come un macigno su questo bellissimo documentario (è già disponibile su Dvd). «Se una nuova vocalità deve esistere, deve essere per tutti»: non è esistita. Punto.

Come non esiste più il Politecnico, spazio multifunzionale sulle rive del Tevere, in un angolo di Roma un po’ defilato (il Flaminio), che negli anni Settanta e Ottanta è stato fulcro di creatività confuse e vitali a metà strada fra teatro, cinema, poesia e filosofia. In fondo, il caos creativo della “multisala” di Via Fracassini si specchia in quello dell’intera stagione dell’Estate Romana, èra Nicolini. Vale a dire una stagione che ha prima cercato di portare alla luce emozioni e desideri e passioni variamente sopiti delle nuove generazioni, a Roma, e poi ha tentato con un colpo di coda di dar loro un spazio che doveva dare concretezza all’effimero: la città intera come museo vivo delle emozioni quotidiane. Mostre, cicli cinematografici, festival di teatro d’avanguardia: negli anni di Nicolini la cultura in sé è diventata un evento; esattamente il contrario di quanto, sempre a Roma, poco più di vent’anni dopo fece Walter Veltroni il quale suggerì che bastava un evento per fare cultura… Ancora una volta, il confronto passato/presente è per metà triste e per metà ingiurioso: ci fa capire come lo sviluppo della nostra società dagli anni Settanta a oggi abbia fatto una memorabile corsa all’indietro. Al termine della quale (ma davvero siamo al capolinea?) l’avanguardia di Demetrio Stratos o la confusione creativa di Renato Nicolini non vengono più riconosciute; ma, via via, a forza di negare la complessità, finiremo col mettere in dubbio – che so? – anche la penicillina di Alexander Fleming.