Baviera: destra bloccata
Spd in crisi
Successo dei Verdi

La destra estrema, populista e sovranista, non passa. Neppure quando crolla la destra più moderata. La sinistra tradizionale affonda, perché non sa più parlare con gli elettori, neppure quelli che le erano rimasti leali nonostante tutto: non ha programmi, solo alleanze di potere. E sulla scena viene avanti prepotentemente il vecchio-nuovo partito dei Verdi. Nacque dalla contestazione del vecchio ordine e oggi appare il più corrazzato contro le sirene bercianti del populismo. Predica la ragionevolezza della democrazia e ne difende i valori. Un solo dato per chiarire di che cosa stiamo parlando: nel gran bailamme delle prime analisi del voto in Baviera, i sondaggi dicono che il motivo principale del successo dei Verdi è il loro atteggiamento “più umano” nella politica verso gli immigrati. Questa “umanità” piace al 53% dei bavaresi. Una cifra che ci sentiamo di invidiare, qui e ora in Italia.

In Baviera c’è stato un terremoto politico, come si dice. Era atteso, ma le proporzioni fanno impressione. La CSU, il partito che ha governato ininterrottamente da solo dal 1957, perde una dozzina di punti e cala al 35,3%. Franz-Josef Strauss, storico padre padrone del partito e del Land, si starà rivoltando nella tomba. Horst Seehofer, che pensava di essere il nuovo padre padrone, invece, si rigirerà nel letto: la sua poltrona di ministro federale dell’Interno, rissoso alter-ego della cancelliera Merkel, vacilla paurosamente. Il suo Markus Söder, il rozzo fedelissimo che aveva piazzato sei mesi fa alla guida del governo regionale, passerà alla storia come il primo candidato Ministerpräsident bavarese che dovrà negoziare la permanenza al potere sua e del proprio partito. E con chi negozierà? Con la formazione politica meno organizzata e meno strutturata mai comparsa sulla scena politica tedesca: i Freie Wähler, i Liberi Elettori, che già nel nome fanno dell’indeterminatezza una bandiera. Rivendicano l’importanza dei poteri locali, un po’ come la nostra Lega Nord all’inizio, e sono vagamente conservatori. Ma di programmi proprio non se ne parla.

A Berlino non saranno in molti a piangere la débacle di Seehofer, di cui qualcuno dà già per certe dimissioni imminenti. Frau Merkel ha perso un nemico insidioso e la continua e fastidiosissima fronda con cui i cristiano-sociali hanno per mesi e mesi messo in croce i fratelli cristiano-democratici con cui debbono convivere nell’Unione CDU-CSU (due partiti distinti ma un unico gruppo parlamentare al Bundestag) è probabile che diventi un po’ meno chiassosa. E però bisogna capire se il disastro della CSU è un disastro della CSU e basta oppure è tutta l’Unione che è caduta in disgrazia agli occhi dell’elettorato moderato. Se, insomma, la große Koalition che governa il paese si sta sfaldando non solo per le misere sorti della SPD, ma anche per la crisi del centro moderato. Per ora si dice che la sconfitta di Söder e Seehofer è avvenuta perché è mancato il Rückwind, il vento che gonfia le vele, da Berlino, ma fra due settimane esatte suonerà l’ora della verità: le elezioni in Assia, il Land in cui si trova Francoforte con tutto il suo valore simbolico di capitale finanziaria della Germania e dell’Europa. Se i rapporti tra la CDU e i Verdi, che ora formano insieme la maggioranza del governo regionale presieduto da Volker Bouffier, dovessero rovesciarsi a favore dei Verdi e diventasse evidente la crisi democristiana, allora sì che anche a Berlino si sarebbe costretti a tirare le conseguenze e la “debolezza della Merkel” che è diventata da qualche tempo uno dei luoghi comuni più frequentati in tutta Europa potrebbe davvero sfociare in una crisi a livello federale.

Staremo a vedere. Per ora c’è da occuparsi (brevemente) di un altro sconfitto dal voto bavarese. Non è tedesco e si chiama Matteo Salvini. Il nostro Ministro della Paura vede evaporare un altro pezzo del “Fronte della Libertà” (già Lega delle Leghe) proclamato una settimana fa insieme con Marine Le Pen. Seehofer, che già ai sovranisti italiani aveva fatto lo sgarbo di annunciare massicci ritorni in Italia di profughi “secondari” o “dublinanti”(sic), pare proprio perso ormai e il “Fronte della Libertà” deve fare a meno di un personaggio che aveva un bel peso, ministro d’un governo importante e capo di un partito che sta nel PPE. Ma neppure l’altro alleato sovranista, il partito xenofobo, razzista e di tanto in tanto nazisteggiante Alternative für Deutschland sembra tanto in salute. Il suo presidente Alexander Gauland, che nel suo profilo facebook è “orgoglioso” di ospitare (in effigie) “l’amico Salvini”, è comparso in tv come un cane bastonato. Gli “alternativi per la Germania” contavano, assecondati da qualche spericolato sondaggio, di sfondare e prendersi il posto di secondo partito. Sono ruzzolati al 10,9%, due punti in meno rispetto alle elezioni federali, e sono, in Baviera, al quarto posto, dietro a CSU, Verdi e anche ai Freie Wähler, alla cui concorrenza Gauland attribuisce stizzito il mancato boom. L’altra capintesta di AfD, Alice Weidel, si è presentata invece arrogante come sempre e ha offerto una dimostrazione da manuale di come siano impossibili le alleanze tra partiti nazional-sovranisti di paesi diversi. A noi interessa solo la Germania, ha detto, spiegando poi che la caduta della CSU dimostrerebbe che non esiste più una maggioranza della große Koalition a Berlino e che perciò bisognerebbe andare al voto anticipato. E chissenefrega delle elezioni europee. E dei frontidellelibertà: non l’ha detto ma probabilmente lo pensava.

La chiave dell’insuccesso della destra sovranista, in Germania così com’è stato in Francia a suo tempo e poche settimane fa in Svezia, è l’isolamento. Dove con l’estremismo e il gioco spregiudicato con le pulsioni egoistiche e le paure della gente praticato dai populisti di destra gli altri partiti non civettano, l’estrema destra resta al palo. Nelle società dei paesi europei occidentali gli estremisti sono una minoranza e tale restano, eccetto dove, com’è successo da noi e in Austria, i partiti moderati non li corteggiano per mere considerazioni di potere o non si tuffano dentro l’illusione di scalzare i loro consensi adottando le loro parole d’ordine. È quanto avrebbe potuto succedere in Baviera, dove la CSU di Horst Seehofer e Markus Söder ha inseguito AfD nelle campagne anti-immigrati, fino a portare i rapporti con la “cancelliera dell’accoglienza” al limite della rottura e fino a condizionarne pesantemente da destra la politica verso l’immigrazione.

Questo inseguimento a destra, invece, non solo non ha fatto recuperare voti alla CSU, ma è stato il motivo di un formidabile travaso di consensi dai cristiano-sociali ai Verdi. La politica “più umana” verso i profughi reclamata dai Grünen ha avuto un riscontro – dicono le primissime analisi del voto – soprattutto tra gli elettori più vicini alla chiesa cattolica e, fatto relativamente nuovo, non solo nelle grandi città dove il radicamento dei Verdi è un fatto consolidato da anni, ma anche nei piccoli centri e nelle campagne. Il voto verde, in Baviera come già in altre regioni della Germania, sta diventando un voto istituzionale, ancorato alla Costituzione, di centro-sinistra ma anche potenzialmente moderato. Non a caso, alleanze nero-verdi (CDU e Grünen) si sono affermate negli ultimi anni in molte amministrazioni locali e anche al governo dei Länder, come dimostra il caso dell’Assia.

Appare evidente che i Verdi hanno approfittato anche della crisi di idee, di linea politica e di dirigenza politica della SPD da cui sarebbero emigrati verso di loro almeno 180 mila voti. Il disastro in Baviera, dove la SPD, scesa un paio di decimali sotto il 10 per cento, ha praticamente perso metà del proprio elettorato, è stato commentato dalla presidente del partito Andrea Nahles, per la quale c’è già chi preannuncia richieste di dimissioni, con una certa onestà. Certo – ha detto – è mancato il Rückwind da Berlino, i nostri elettori sono stati disgustati dalla continua litigiosità nella große Koalition e moltissimi non hanno mai digerito la decisione del vertice di allearsi di nuovo con la CDU-CSU. Ma il nostro problema è di non avere una linea chiara, di non avanzare proposte di riforme. Mentre parlava sugli schermi della tv comparivano i dati di un sondaggio lampo sul perché della disfatta elettorale socialdemocratica: più del 70% degli elettori lamenta che la SPD non abbia un programma autonomo.

Faremo un’analisi severa, ho promesso Andrea Nahles. Tutta la sinistra europea deve sperare che la facciano davvero e che ne traggano le conseguenze. Intanto resta una considerazione che fa sperare: la pretesa avanzata della destra populista e sovranista che nella luogocomunistica di tanta parte dei media italiani dovrebbe travolgere tutto e stravolgere l’Europa, almeno in Germania, come poche settimane fa in Svezia, non c’è stata affatto. Coraggio.