Basta con la retorica del 2 novembre
Pasolini leggiamolo sul serio

E Pasolini il 3 novembre? Pasolini il 4 e il 5 novembre? Pasolini il 6 novembre? È l’unico scrittore italiano del Novecento ricordato ogni anno, ogni 2 novembre, nell’anniversario della sua morte. E gli altri giorni? Per carità, meglio che niente. Ma il rischio di una cerimonia ripetitiva e un po’ esteriore è altissimo – tanto più da quando basta piazzare una fotografia del caro estinto su un social per partecipare al rito. Non voglio nemmeno chiedermi «cosa avrebbe detto Pasolini», delle sue foto su Facebook e di tutto. Non voglio più chiedermi «cosa avrebbe detto Pasolini». E vorrei che nessuno più se lo chiedesse.

Perché da decenni insistiamo sul Pasolini profetico, sul Pasolini che prediceva il futuro in cui viviamo. E, di conseguenza, riduciamo a formulette facili il suo pensiero complesso e contraddittorio, neutralizziamo la sgradevolezza della sua provocazione continua, giocando appunto sull’«avrebbe detto» per evitare di fare i conti con ciò che ha effettivamente detto. Non so se il «santino» pasoliniano sia – come sospetta Walter Siti – il segno della nostra cattiva coscienza. Di sicuro lo è della nostra cattiva lettura. Mi piacerebbe contare i lettori ancora “in carica” di Pasolini – e non solo di quello corsaro, ma del bulimico, fluviale, inarginabile Pasolini narratore, poeta, critico (Descrizioni di descrizioni è un concentrato di intelligenza di lettore fuori dall’ordinario). I romanzi sono invecchiati? Ragazzi di vita e Una vita violenta sì, abbastanza. Ma l’accensione lirica di certe pagine di Amado mio? E gli appunti di viaggio italiano di La lunga strada di sabbia? Un incanto! Il battello carico di «turisti sacrileghi» a Capri. I monti della Versilia «ridenti o foschi». La spiaggia di Forte dei Marmi liscia a inizio estate come la pista di una sala da ballo. «Maratea, Maratea, nome magico». E Livorno – «la città d’Italia dove, dopo Roma e Ferrara, mi piacerebbe più vivere».

E Petrolio? L’abbiamo letto così poco, così male. Pagine impressionanti, al di là di ogni pista allarmante sull’omicidio “politico”. Cupo, morboso, testamentario in senso assoluto: «Questo romanzo – scrive a Moravia – non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli si aspettava!». Leggere Pasolini non significa citarlo, evocarlo, renderlo simile a un proverbio. Leggere Pasolini significa accettare il patto che propone, qualche mese prima di morire, a un giovane interlocutore immaginario: «Sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c’è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci». Prima di doverci riconoscere anche come «stupidi automi adoratori» del feticcio Pasolini, sconsacriamolo e ricominciamo a leggerlo davvero.

Da oggi, 3 novembre, fino al 1° novembre dell’anno prossimo. Lasciando il 2 libero, per dimenticarci di lui.