No-hate sui social
parte una campagna
contro Zuckerberg

Facebook, Instagram, Messanger, Whatsapp, Oculus, Portal, FAN, tutte reti sociali dell’imprenditore statunitense Mark Zuckerberg, sono al centro di una campagna per i diritti civili che ha mobilitato migliaia di aziende americane ed europee, e una costellazione di associazioni no-profit. L’iniziativa per ridurre il potere dei media sulla nostra vite ed evitare di considerare l’utente un prodotto, si chiama #StopHateforProfit, ferma l’odio per fare profitti.

Una campagna che ha indotto colossi industriali e piccole imprese a ritirare da luglio la propria pubblicità su Facebook. L’iniziativa è sorta da pochi mesi, come filiazione di Color of Change, all’indomani della morte di George Floyd, il cittadino afroamericano sospettato di aver dato in un caffè una banconota da venti dollari falsa.  Arrestato Floyd, un ufficiale di polizia ha tenuto schiacciato il ginocchio sul collo dell’uomo per quasi otto minuti fino al suo decesso. Color of Change è la più grande organizzazione online contro l’ingiustizia razziale, con un milione settecentomila aderenti nel mondo.

Mark Zuckerberg

Stop Hate for Profit protesta e chiede che un gruppo di esperti affianchi Facebook e Instagram nel prevenire la pubblicità ingannevole, la violenza, gli incitamenti ad agire con odio.  Si chiede anche che le vittime di persecuzioni siano messe immediatamente in condizione di poter raggiungere una persona fisica che rappresenti Facebook. A parere di Stop Hate for Profit i livelli di odio e disinformazione presenti nelle due reti sociali richiedono cambiamenti sistematici.

Aziende e associazioni no-profit

Gli slogan sono “smettetela di far prevalere i profitti sull’odio, il fanatismo, il razzismo, l’antisemitismo e la disinformazione. Ogni giorno riceviamo segnalazioni di contenuti che incitano alla violenza, sostenuti dalla pubblicità a pagamento”.

Quali sono le aziende che hanno ritirato la pubblicità? Impossibile dar conto dell’elenco completo. Tra queste vi sono, Boeing, Levi’s, Puma, Volskwagen America, Bayer, Novartis e Pfizer farmaceutici, Unilever, il colosso olandese-britannico con quattrocento marchi per l’igiene, Mozilla, Sesame Street BBC, il grande gruppo olandese dei fiori Bloemenhuis Feenstra.

Le associazioni no profit vedono impegnate l’Islamic Speaker Bureau che promuove la comprensione interreligiosa, il Jewish Board, consiglio ebraico di New York per la salute e il sociale, con le sue cliniche, le università cattoliche con le scuole di teologia, l’Unione Sikh, l’ospedale pediatrico di Boston, il consiglio delle donne musulmane, alcuni musei dell’Olocausto, l’Associazione mondiale degli avvocati per i diritti civili, la Chiesa luterana, Free Press, la Fondazione Hindu e altri gruppi di diverso orientamento filosofico, religioso, culturale con vari obiettivi sociali per aiutare le comunità.

Il 17 giugno il presidente di Facebook e Instagram Mark Zuckerberg ha incontrato, per sua stessa richiesta, i rappresentanti di Stop Hate for Profit. Mostrando un incredibile chiusura, dice l’associazione per i diritti civili, l’imprenditore ha chiarito che non intende fare nessuno dei passi richiesti per rendere i social meno pericolosi. Le richieste erano tre: fondare e potenziare una struttura permanente per valutare casi di razzismo, discriminazione e odio; mostrare sostegno agli inserzionisti che hanno ritirato o messo in pausa le loro pubblicità come segno di protesta;  rendere chiaro che crescenti guadagni non compensano alla lunga il sostegno a contenuti che producono odio.

Questione di concorrenza?

Che nell’iniziativa ci possa essere una componente di ostilità, commerciale o politica, da parte dei competitor nessuno è così ingenuo da escluderlo. Il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo per mettere al bando le piattaforme cinesi TikTok e WeChat. Questo significa che le aziende non possono fare pubblicità su questi social media, fare accordi per ottenere licenze o offrire loro di scaricare a pagamento alcuni contenuti.

Tik Tok offre video brevi da dispositivi mobili, creatività e allegria sono le lievi parole d’ordine che, a parere di Trump, celano una perfida penetrazione orientale e “preoccupazioni per la sicurezza nazionale”. Le altre sedi di Londra, Parigi, Berlino, Dubai, Mumbai, Singapore, Jakarta, Seoul e Tokyo non sono state colpite da alcuna sanzione. Aumentano le tensioni tecnologiche tra USA e Cina e le vie del cyberspionaggio sono innumerevoli.

Non che la corazzata Facebook sia una mammola. Da poche settimane ha lanciato Reels, un copia e incolla di un brevetto di Tik Tok che consiste in un’integrazione di brevi video tra Instagram e Facebook. Il presidente di Tik Tok, l’ingegnere statunitense Kevin Mayer, non ne ha fatto un dramma e ha incoraggiato le altre aziende a trarre profitto dalla ricerca cinese, “i consumatori possono avere da questo beneficio”. Finché i gruppi di interesse, in una democrazia, si bilanciano in una competizione cooperativa (vediamo chi è più bravo e offre il meglio al pubblico) e non posizionale (la distruzione del concorrente) per Meyer va tutto bene. D’altronde il CEO di Tik Tok ha accusato Mark Zuckerberg di condurre attacchi “maligni” ai competitor, e a Tik Tok in particolare, “travestiti da patriottismo”.

Tik Tok ha dalla sua l’abilità di parlare alle nicchie, anche sugli argomenti più curiosi, destinazione ideale i giovani. Facebook è maggiormente orientato a mantenere nel tempo relazioni lontane.

Quanto a privacy, intrusione nelle scelte quotidiane di vita e sorveglianza nessuna piattaforma social è sicura: l’anno scorso Facebook ha dovuto ammettere che milioni di utenti Instagram e Facebook sono stati vittime di una breccia del sistema. Un enorme volume di password non era stato criptato. Facebook ha detto di essersi accorto tardi che le password erano state memorizzate in forma leggibile.

Tutto sembra ruotare attorno a un dilemma che a nessuna società che sviluppa prodotti in rete fa comodo risolvere. Ad ogni scandalo o abuso i social media precisano di essere contenitori, non editori con una responsabilità di fronte al pubblico.