Barcellona-Madrid,
il dramma dell’incomunicabilità

“Le parole sono importanti” urlava Nanni Moretti in un film che tutti abbiamo visto. E allora prendete nota di questa: “vinculante”. La trovate nel titolo della legge con cui il 6 settembre scorso il parlamento catalano ha indetto il referendum e indicato il che fare nel caso che – com’è poi avvenuto, seppure nella minoranza che è andata a votare – avessero vinto i sì. Testuale: “Ley del referéndum de autodeterminación vinculante sobre la independencia de Cataluña”. In quell’aggettivo c’è un bel pezzo del folle dramma (folle dramma: anche qui le parole sono importanti) in cui si sta avvitando lo scontro di questi giorni tra Madrid e Barcellona. Quella parola stabilisce un automatismo che toglie base di legittimità ad ogni possibile mediazione, che chiude per principio e con la forza della legge scritta ogni eventuale terreno di confronto. Mette a nudo una ineluttabilità assoluta, indica un destino già segnato.

Ora andiamo dall’altra parte della barricata. Il governo spagnolo afferma che, se la Generalitat farà quello che si è “vincolata” a fare proclamando davvero l’indipendenza, ricorrerà all’articolo 155 della Costituzione. In questo caso non si tratta di una parola, ma di molte parole, e significano il fatto seguente: i poteri esercitati dalle autorità di Barcellona saranno sequestrati dalle autorità di Madrid. La Catalogna non solo non sarà indipendente, ma perderà anche tutte le forme di autogoverno di cui gode oggi. Adios autonomia.

La sostanza è la stessa: la minaccia dell’articolo 155, pure agli occhi di chi con buona volontà la voglia considerare la risposta inevitabile a una provocazione, il necessario ristabilimento d’una situazione di legalità, ha le medesime conseguenze del “vincolo” con cui si legano dall’altra parte: sancisce un automatismo, cancella ogni possibilità di negoziare checchessìa. Quale politico catalano, anche moderato, anche anti-indipendentista, potrebbe mai trattare con un governo centrale che ha fatto un gesto tanto ostile? Come reagirebbero i cittadini della Catalogna? Non solo gli indipendentisti duri e puri, ma anche quelli che non lo sono, che il 1° ottobre non sono andati a votare e che magari sono scesi in piazza gridando “hablamos” e “parlem”? E nient’affatto più consolante è l’ipotesi alternativa che circola nelle ultime ore tra Madrid e Barcellona: il ricorso, invece che all’articolo 155, alla Ley de los estados de alarma, excepción y sitio approvata nel 1981 sull’emozione del tentativo di golpe di Tejero.

C’è una storiella che racconta d’un capostazione che, accortosi che due treni stanno correndo uno addosso all’altro, dopo aver provato in tutti i modi di fermarli manovrando invano scambi e semafori, chiama il figlio e lo fa sedere davanti ai binari. “E che posso fare io, papà?”. “Niente, ma almeno vedrai un bello scontro”. Viene da chiedersi se per evitare lo scontro degli automatismi in Spagna ci sia qualcuno che sia in grado di manovrare scambi e semafori. Se lo sta facendo. Se lo farà. E se lo farà in tempo, prima che il discorso di Puigdemont stasera davanti al parlamento di Barcellona sancisca l’ineluttabilità dello scontro finale.

C’è ragione per qualche speranza: la consapevolezza crescente del fatto che l’indipendenza romperebbe automaticamente la continuità del rapporto con l’Unione europea, che tutto, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe essere rinegoziato con Bruxelles sta aprendo crepe significative nelle superficialissime certezze delle settimane scorse. E poi c’è l’appello in extremis della sindaca di Barcellona Ada Colau, che si è impegnata molto negli ultimi giorni in eroici tentativi di mediazione e ieri ha invitato a non considerare definitivo, “vinculante” appunto, quello che Puigdemont dirà, qualsiasi cosa dica oggi. E poi la “neutralità attiva” di Podemos. E anche le stesse esitazioni del Psoe: i socialisti spagnoli e anche quelli catalani si sono schierati chiaramente contro l’indipendenza ma non hanno, almeno fino al momento in cui scriviamo, dichiarato che voteranno il ricorso all’articolo 155.

Qualche voce critica si è sentita anche nel partito popolare: se non altro nei confronti del vicepresidente Pablo Casado e del suo sciagurato richiamo al precedente di Lluis Companys, il presidente della Generalitat che proclamò la secessione nel ’34 e poi finì fucilato perché i nazisti lo arrestarono in Francia e lo consegnarono a Francisco Franco.

Ma ci sono anche molte ragioni per essere pessimisti. Non solo perché Mariano Rajoy sembra nel suo partito saldamente in sella e ha, fuori, anche la sponda “populista liberale” (come le parole anche certi ossimori sono importanti) dei Ciudadanos, ma anche perché la storia ci insegna che le escalation da un certo punto in poi hanno una dinamica propria, che mette fuori gioco la praticabilità delle mediazioni. È già stato superato quel punto critico? La fuga dalla Catalogna delle banche e delle grandi imprese, ultimo il gestore delle autostrade Abertis, sembrerebbe indicarlo. Potranno, certo, tornare, ma il segnale della ineluttabilità lo hanno dato e dai segnali non si torna indietro.

Non ci resta, allora, che sederci davanti ai binari e prepararci, con il cuore triste e la mente piena di preoccupazioni, al Grande Spettacolo? Non lo sappiamo. Vedremo che cosa succederà stasera. Intanto però una morale dal dramma in tanti atti che sta andando in scena non lontano da noi possiamo tirarla fuori. Ricordando che ancora più vicino a noi, e in tempi anch’essi vicini, a un altro dramma di lacerazioni e impossibilità di convivere abbiamo dovuto assistere e che quello, nei Balcani occidentali, è finito in tragedia e nel sangue.

La morale è che quando viene intesa come l’arte di creare fatti compiuti, di mettere l’avversario con le spalle al muro, di fare delle proprie ragioni e dei propri interessi dei princìpi assoluti la politica muore. Senza mediazioni resta solo lo scontro duro e se non si sa guardare alle ragioni degli altri non resta che la forza bruta per far prevalere le proprie. Saremo forse troppo pessimisti, ma ci pare che questa malattia della politica stia dilagando nel mondo intorno a noi: nei rapporti tra gli stati, tra gli stati e le realtà territoriali e anche all’interno delle nostre società. Speriamo che da Barcellona non ce ne arrivi la conferma.