Baobab, una bella
risposta alle paure
e all’indifferenza

Fa caldo nel campo di Baobab, rovente l’asfalto del parcheggio che ospita le tende. Un progetto nato con la forza della necessità, quando il centro di accoglienza di via Cupa è stato chiuso dal Comune di Roma, il quale non ha più pagato l’affitto dell’ex vetreria che era stata usata da una cooperativa di Mafia capitale per accogliere migranti. Come spesso accade, l’incuria amministrativa ha portato alla luce un dramma e le complicazioni che al dramma aggiunge l’incuria.


D’altronde l’incuria ha segnato tutta la storia di questa vicenda. L’incuria e la sua insopportabilità. Già, per qualcuno è ancora insopportabile lasciare sul marciapiedi persone incolpevoli che hanno fatto un cammino di sofferenza, giovani uomini, giovani donne e anche bambini. Senza nulla.
Così, passo dopo passo, è nata una comunità. Senza adesioni, senza tessere. Senza organigrammi, senza leader. Ma con una dimostrazione di solidarietà forte, silenziosa, tenace.
Ultima tappa del Baobab è in via Gerardo Chiaromonte, dietro la stazione Tiburtina. Dopo una ventina di sgomberi (da via Cupa prima, poi dalla Stazione Tiburtina, vicino all’istituto ittiogenico che probabilmente è già cartolarizzato per far cassa, alla fine ha trovato una casa precaria in un parcheggio protetto alla vista delle poche macchine che passano da teloni agricoli. Tra un vecchio magazzino delle Ferrovie e una fabbrica abbandonata, piena di amianto, recentemente acquistata dall’Università con una buona parte di terreni incolti per farne un polo universitario. Forse, tra anni.
Intanto nel parcheggio tra le due strutture c’è un grande cerchio di tende a igloo, le più lussuose piantate su bancali così da isolarle dall’asfalto. Che ospitano centinaia di persone: in transito, per la maggior parte, ma anche “dublinanti”, respinti dai paesi europei perché identificati in Italia, paese di primo approdo. Panni stesi, tre griglie da barbecue costruite al centro del piazzale, un gazebone-soggiorno con tavoli e panche dove mangiare, fare la riunione settimanale, le lezioni di italiano, gli incontri con gli avvocati.


“Il fatto è che a Roma, e credo nel resto di Italia, non è prevista alcuna accoglienza per chi è in transito, per chi non si vuole fermare in Italia – dice Andrea Costa, tra i coordinatore di Baobab Experience – eppure sono ragazzi che hanno fatto un percorso penoso, difficile, duro. Molti sono stati torturati o abusati. Facile dire: aiutiamoli a casa loro. I migranti non vorrebbero altro. Ma qualcuno va a vedere cosa c’è a casa loro? La siccità che desertifica i campi, la mancanza di acqua rubata dalle dighe, le guerre, l’espropriazione delle terre, il terrorismo. Chi si occupa di quel che è avvenuto per anni nel conflitto tra Eritrea e Etiopia, o di cosa stia avvenendo in Sud Sudan e nei mille conflitti di cui qui, nell’occidente ricco, non di vuole parlare? In più, la clandestinità di questi ragazzi fa comodo a chi li sfrutta, basta andare tra i braccianti nelle campagne di Puglia o della Calabria, e finanche nel nord benestante di Saluzzo. Così in Italia sembra che nessuno si assuma la responsabilità di alleviare le pene di chi ha già molto sofferto”.


Non proprio nessuno. A Roma appunto c’è il Baobab Experience, cinquanta militanti, una ventina i più assidui, e centinaia di persone che fanno quello che possono. Contestando nei fatti, senza proclami ma con l’impegno costante, la narrazione bugiarda e sguaiata che impazza su social e tv, fino nelle stanze di governo.
C’è un gruppo che raccoglie vestiti, sapone e prodotti igienici. Un altro gruppo organizza le lezioni di italiano. Alcuni si occupano delle donne, particolarmente fragili soprattutto dopo gli stupri. C’è un team di assistenza legale, a cui partecipa il Cir, A buon diritto, Radicali romani. Quanto alle questioni sanitarie, ecco i camper attrezzati come ambulatorio di Medici senza Frontiere, Medici per i diritti umani, Médicins du monde. Per le donne con i bambini intervengono Intersos o Save the children, e spesso riescono a trovare per loro situazioni meno emergenziali.
E poi c’è il cibo. Non ci sono cucine al campo, che è senza acqua corrente. Dunque all’inizio della settimana sulla pagina Facebook del Baobab (Pasti Baobab Experience) si apre una sorta di asta, aggiornata in tempo reale. Servono 10 chili di pasta per la cena di sabato? Cinque li faccio io, risponde una signora, ma non posso portarli. Ed ecco che arriva un Baotaxi, altro gruppo di volontari, a fare il trasporto. C’è chi offre lenticchie e patate, chi riso e tonno, chi pollo speziato, frittate, panini. Maiale no, non tutti sono islamici ma meglio evitare.
Il gruppo è vastissimo, si fanno riunioni per i nuovi aderenti, cuochi e tassisti, al grido di “Yes we cook”. Poi ci sono le emergenze, certo: “Ma in qualche modo si risolve – sorride Costa – noi navighiamo a vista, e sempre sull’orlo del burrone. Ci aiutano in tanti, dall’elemosiniere del Papa ai centri sociali, dalle parrocchie alle chiese evangeliche, alle reti europee di attivisti per i diritti umani. Siamo stati tra gli organizzatori del Centro Eufemia a Ventimiglia, adesso facciano progetti su Brennero con Bozen accoglie. Siamo in rapporto con Cédric Herrou, il contadino francese accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e recentemente assolto. Sì, sappiamo fare rete, ed è una necessità: senza, non potremmo far nulla”.
Niente settarismo, niente steccati: “Niente muri ideologici – dice Costa, che ha avuto una piccola esperienza politica di consigliere nel II municipio con Rifondazione, sinistra Pd, Sel – a volte, alle riunioni di gestione del martedì mi sembra di essere in una sezione del Pci, quando il Pci era, nonostante le rigidità e gli errori, una cosa davvero importante dove convivevano e si mescolavano il cattolico e l’ateo, il pensionato e il ragazzo ribelle. Anche qui, tra noi, molti tra i volontari sono stranieri, giovani dell’Erasmus o impiegati della Fao. Del resto, se ci fossimo lasciati chiudere in un ghetto, non saremmo andati così lontano”.

Foto di Ella Baffoni

E ora, nel parcheggio nascosto in un pezzo di città che non è città ma è molto più civile di altre zone, quanto resisteranno quelli del Baobab? Ogni tanto si affaccia la polizia di zona, i carabinieri, la Polfer: fanno un controllo, identificano e rilasciano i transitanti. Proprio stamattina un gran spiegamento di polizia è entrato nel parcheggio, ha imposto che i transitanti si mettessero in due file. Questo l’allarme del Baobab: “Migranti fatti posizionare su tre file per “censimento” direttamente al campo. Chi non ha documenti verrà portato in via patini, all’ufficio immigrazione. Il piazzale è isolato e non c’è modo di entrare o uscire”.

Trentacinque persone sono state portate in questura per approfondimenti, e dopo qualche ora tornati  nel piazzale Maslax (così si è chamato il parcheggio del Baobab) perché tutti hanno un documento. Conclude il Baobab su Faceboock: “Finché mancherà un luogo di prima accoglienza per migranti in arrivo e in transito nella capitale, fino a quando non ci si curerà della vera inclusione di chi ha un permesso di restare, luoghi come il nostro presidio informale non saranno mai obsoleti”.

Certo, quando i due ruderi urbani verranno messi a profitto dovranno andarsene anche da lì. “Ci sarebbe un modo civile per far fronte a questa situazione – sospira Costa – fare un hub, un centro di prima accoglienza aperto ventiquattrore, con mediatori linguistici e culturali, un pronto soccorso medico, legale, informativo. Avevano detto che l’avrebbero fatto al Ferrhotel, proprio qui alla stazione Tiburtina, che avrebbe dovuto aprire un anno fa. Invece è tutto fermo: chi, di questi tempi, ha il coraggio di investire in assistenza per le emergenze sociali?”.


Quanti migranti sono passati nelle varie location del Baobab? Andrea Costa è sicuro: “Almeno 75.000. Alcuni tornano a salutare, altri li abbiamo incontrati a Parigi, o in Germania, quando siamo andati per meeting o conferenze. Molti lavorano, regolari e finalmente vicini alle loro famiglie”. Il rammarico è, anche per chi ce l’ha fatta, il tempo sprecato nel viaggio, e non solo quello necessario all’attraversamento del Sahara. Anche quello sprecato qui, nel campo di tende battuto dall’afa d’estate o sotto la neve di quest’inverno, aspettando la possibilità di partire e spinti dalla necessità di nascondersi. Se ci fosse un’accoglienza degna potrebbero invece studiare, lingue e non solo. Perché qui, altro che propaganda cieca o interessata, viene la meglio gioventù dell’Africa. Raramente valorizzata, spesso umiliata e ferita, quasi sempre sfruttata.