Bandite le storie
che finiscono bene

La fiaba è uno dei generi letterari “più violenti”, imbevuta di inganni, seduzioni, sotterfugi e castighi feroci. Spesso il lieto fine non è previsto. Non è previsto nemmeno nelle filastrocche di Donatella Bisutti Storie che finiscono male, che Einaudi Ragazzi ha da poco mandato in libreria.
In queste filastrocche c’è il trifoglio Emilio triturato, per eccesso di vanità, dalla mandibola di una mucca. C’è la pecora Maria che, per seguire la moda ed essere uguale alle altre, finisce in un burrone. La lucertola Lucy muore perché per farsi bella e sfilare ha smesso di mangiare mentre l’anatrino Carlino per non voler imparare a nuotare annega sotto lo sguardo di fratelli e mamma anatra.
Sono racconti che vivono su tre costanti: i protagonisti sono animali o piante, tutte le storie finiscono male, tutte sono raccontate con il tono lieve, giocoso, ritmato della filastrocca.
L’autrice, che è poetessa di mestiere, mi dice di averle scritte un’estate pensando a Pierino Porcospino, l’ottocentesco libro illustrato di Heinrich Hoffmann che tanta fortuna e riscritture ha avuto. Quelle di Hoffmann sono dieci filastrocche che raccontano le malefatte di altrettanti bambini e bambine, primo tra tutti di Pierino Porcospino. Sono bambini maleducati, disobbedienti, talvolta cattivi. Su di loro piombano castighi tremendi, persino la morte. Lo stesso avviene nelle filastrocche di Donatella Bisutti.
“Ho voluto scrivere qualcosa che non fosse eccessivamente buonista. Dobbiamo indicare ai bambini anche quelle realtà che sono meno piacevoli, serve metterli in guardia dai pericoli”. Sono storie che fanno paura ma anche strappano il sorriso. Sono meno cruente delle fiabe di antica memoria perché i bambini non sono mai protagonisti. Lo sono, invece, il mondo animale e vegetale. I pericoli che Donatella Bisutti addita, senza mai citarli esplicitamente, sono quelli suggeriti dalle cronache del vivere quotidiano; sono i modelli imposti dallo show business, l’insofferenza per le regole, l’egoismo, un distorto rapporto con il cibo (si chiami bulimia o anoressia), il rischio della droga.
Ad “alleggerire” queste storie che finiscono davvero male ci sono le belle illustrazioni di Eleonora Marton e l’ironia surreale del registro linguistico scelto. Perché, come scrisse anni fa Rita Valentino Merletti in Libri e Lettura da 0 a 6 anni (Mondadori) “filastrocche e storie in rima dovrebbero rappresentare una dieta linguistica più che giornaliera per i bambini”.
Resta la domanda: fanno bene ai bambini le storie che vanno a finir male, quelle dove il lieto fine è bandito? A sentire la poetessa Bisutti, sembrerebbe proprio di sì. Ad ascoltare i ragazzi e i bambini, pure, perché non c’è nulla di più potente, che li spinge a interrogarsi, a cercare una scappatoia, a sperare di capovolgere i destini di una storia che finisce male. Sarà meno consolatoria ma colpisce e fa pensare di più. Soprattutto ciascuno pensa con la propria testa.