Bambini siriani: scontro Verdi Cdu

Nella Siria occidentale, da due giorni, già trentamila persone stanno fuggendo dalla città di Maʿarrat al-Nuʿmān: la nuova offensiva militare di Bashar al-Assad e dei suoi alleati russi contro i ribelli ha intrappolato i civili. Lungo l’autostrada M5, considerata strategica per riaprire l’accesso diretto tra Damasco ed Aleppo, inizia uno dei tanti esodi.

Queste persone cercheranno di raggiungere l’Europa. Il loro destino, nella migliore delle ipotesi, è una lunga permanenza nei campi per i richiedenti asilo. La situazione dei bambini, e soprattutto delle bambine, nei campi profughi greci è al centro di uno scontro nel parlamento tedesco. I verdi, che alle europee sono diventati il secondo partito tedesco col 20,5%, chiedono al governo di Berlino di salvare e di far uscire da questi luoghi quattromila minori, concedendo loro asilo. I cristiano-democratici, che sono al governo con i socialisti, rispondono tramite il sottosegretario all’interno Günter Krings che “concessioni unilaterali per determinati gruppi non sono una soluzione”.

Il leader dei verdi Robert Habek in un’intervista al Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, il domenicale del quotidiano con base a Francoforte, ha lanciato lo slogan “get the kids out first”, fate prima uscire i bambini, che ha presto scalato i social media. Le condizioni dei bambini e delle bambine nei campi greci sono state documentate in video, inchieste e sopralluoghi delle autorità. Affollati, sporchi, pericolosi sono i tre aggettivi che ricorrono maggiormente nei rapporti degli ispettori di enti europei e associazioni umanitarie. L’ultimo audit, finanziato dall’UE a novembre, ha trovato in un campo a Samos, costruito per 640 persone, tremila settecento quarantacinque profughi. Ci sono settantacinque bambini non accompagnati in condizioni critiche e, altra circostanza riportata, dieci bambine che dormono per terra in uno spazio di dieci metri quadrati dentro un container senza finestre e privo di servizi igienici o acqua.

Marco Sandrone, capoprogetto di Medici Senza Frontiere a Lesbo, dove si trova il campo di Moria, ha detto in un’intervista alla televisione Deutsche Welle che la clinica pediatrica e per la salute mentale allestita a Mitilene visita circa cento bambini al giorno. Infezioni, febbre, malattie dermatologiche provocano uno stato di dolore fisico. A questo si aggiungono i traumi psicologici dovuti a ciò che hanno visto e vissuto nei Paesi d’origine, lungo il viaggio e infine nei campi. Sono bambini e bambine spesso privi di risorse affettive, senza genitori o parenti. Molti, anche relativamente piccoli, compiono atti di autolesionismo e tentano gesti di disperazione. La Grecia, da parte sua, ha annunciato a novembre la chiusura del campo di Moria, dove sopravvivono tredicimila persone in uno spazio progettato per tremila.

I Verdi tedeschi chiedono subito un corridoio per i bambini. Alcuni di loro sono arrivati a pochi mesi nei campi profughi: era il 2014. Con la Siria al quarto anno di guerra e lo stato islamico che avanzava verso nord, l’esodo si intensificò. Nello stesso tempo centinaia di migliaia di altre persone fuggivano dalla violenza e dalla povertà da Stati come l’Iraq, l’Afghanistan, l’Eritrea, la Somalia, il Niger e il Kossovo. L’anno dopo, il 2015, i profughi si misero in marcia dalla Grecia verso l’Europa occidentale attraverso la rotta balcanica. La Germania ne accolse la maggior parte, barriere furono invece erette in Ungheria, Slovenia, Macedonia ed Austria. Oggi la situazione sta raggiungendo un nuovo picco di crisi.

L’idea di fondo, ripetuta da tutti, è quella di migliorare le condizioni di vita nei Paesi da cui arrivano i migranti. L’Unione Europea quanto investe in questo? Purtroppo, resta un dato non chiaro, non quantificato in voci di spesa ordinatamente aggregate, come trasparenza contabile vorrebbe. Questo non aiuta a spazzare via i dubbi da tempo avanzati, e riaffacciati a Bruxelles dai Verdi di sinistra olandesi, i GroenLinks. Il campo della cooperazione internazionale può prestarsi a una dispersione delle risorse, all’offerta di progetti scadenti o riciclati, a controlli deboli sull’ efficacia e la durata dei risultati. L’Unione ha deciso di quadruplicare la spesa nel bilancio 2021-2027 per il controllo dei confini, includendo in questo anche programmi di sviluppo.
Varie agenzie ricadono sotto la competenza e il controllo di dipartimenti europei diversi: l’AMIF, Asylum, Migration and Integration, fa parte degli affari interni, ma il DCI, Development Cooperation Instrument è invece controllato dalla cooperazione e dallo sviluppo internazionale, mentre lo Strumento per la stabilità e la pace (IcSP) ricade sotto il Servizio di azione esterna (EEAS), Frontex poi è un ente separato e, infine, c’è il DG ECHO, agenzia per gli aiuti umanitari, European civil protection and humanitarian aid operations.

Non è difficile, osservano gli europeisti favorevoli a una riforma, che in questa frammentazione dei ruoli si possano verificare spese poco efficaci. Eppure, ogni centesimo vale, più che mai in questo campo, con così tante vite in gioco.