Azzurro classico
con psicodramma

Alla vigilia di una partita troppo importante per essere vera (finale mondiale dell’82, ndr), Gianni Mura redige per Repubblica un ‘dicono di lui’ che dispone su due colonnine voci di addetti ai lavori, voci di bar, di strada, di Montecitorio a proposito degli azzurri prima e dopo la cura.

ZOFF PRIMA
Una frana, a quell’età bisognerebbe avere i coraggio di smettere. Non vede i tiri da lontano, è sempre incollato alla linea di porta. Non fosse friulano come Bearzot, garantito che in porta c’era un altro. Già ci ha fatto perdere i mondiali di Argentina. Possibile che in un Paese di portieri non se ne trovi uno giovane migliore di Zoff?

ZOFF DOPO
È come Pertini. O Pertini è come Zoff. O Zini come Pertoff. La classe non è acqua. Portiere leggendario, el abuelo, el arquero de marmo, el caballero del deporte. Grande quercia, riflessi da ragazzino. Attanaglia, blocca inchioda, sventa, si erge, baluardo estremo insormontabile di una pattuglia gloriosa, degno capitano di un manipolo di eroi.

 

ROSSI PRIMA
Intanto è uno scandalo che gli diano la maglia azzurra a questo ladro, a quest’infamone. Come ci si può fidare di uno che ha fatto quello che ha fatto lui? E almeno giocasse bene, si capirebbe perché quel testone di Bearzot insiste. Invece no, Rossi fa piangere, e d’altra parte basta sapere un pochino di calcio per capire che dopo tutti quegli anni fermo Rossi non poteva più essere il Rossi argentino. Là arrivava sul pallone con un secondo d’anticipo su tutti, qui con due secondi di ritardo. Con Rossi facciamo ridere il mondo, te lo dico io.

ROSSI DOPO
Angelo vendicatore, angelo sterminatore, bel morettino mio, ianua coeli, niño de oro. Rossignol, aiutaci a sognare, aiutaci a segnare, mettila dentro, con Rossi facciamo tremare il mondo, te lo dico io, non solo i crucchi. Pensa a quante ne ha passate sto’ ragazzo, l’hanno sporcato che era pulito come un giglio, ha perso più di due anni della sua vita, ha perso quattrini, ha perso quotazione, ha perso fiducia, ed eccolo qui come se niente fosse capitato, bello e sicuro, rapido ed invisibile, mordi e fuggi, sei tutti noi, siamo tutti con te.

 

BEARZOT PRIMA
Non ha mai capito niente di calcio, basta guardarlo in faccia, ha i tic dell’orango, gli sono saltati i nervi. Non ha rapporti con i giornalisti, con gli allenatori, con i giocatori titolari, con le riserve, non ha preparatore atletico, non ha schemi di gioco. Poveraccio, bisognerebbe pure dire che non ha giocatori e fa quello che può. Non hai personalità, non è sufficiente fumare una pipa. Era da cambiare prima del Mundial, ci hanno ragione al Processo del lunedì, male che vada ramazza nuova ramazza meglio.

BEARZOT DOPO
Non ha sbagliato nulla, neanche una virgola. Tutte le marcature azzeccate, per non dire della preparazione atletica. Isolando gli azzurri ha creato un ambiente meraviglioso, dove mai è venuta meno la concentrazione, la voglia di lottare e di imporre il proprio gioco. Uomo di estrema serietà ha difeso le sue scelte al limite dell’impopolarità, ma i fatti hanno dimostrato che aveva visto giusto. Nel ricco giardino del calcio italiano ha scelto il meglio, guidandolo poi da esperto e intelligente stratega.

(da Vittorio Sermonti, “Dov’è la vittoria?”, 1983)