Avviso ai croceristi:
sotto c’è l’oceano

Mentre le terre salivano e i mari si ritiravano, una strana creatura simile a un pesce emerse sulla terraferma e col trascorrere dei millenni le sue pinne divennero zampe e le branchie si trasformarono in polmoni: questo primo anfibio lasciò la sua impronta nell’arenaria del Devoniano. Quando approdarono, gli animaIi che intrapresero una vita terrestre portarono con sé, nei propri corpi, una parte del mare, un’eredità che tramandarono ai figli. Ognuno di noi porta nelle vene un flusso salino in cui gli elementi sodio, potassio e calcio sono contenuti in rapporti quasi uguali a quelli dell’acqua del mare. E come la vita stessa ebbe inizio nel mare, così ciascuno di noi comincia la sua vita individuale in un oceano in miniatura all’interno del grembo materno e, negli stadi del suo sviluppo embrionale, riproduce le fasi attraverso cui si è evoluta la sua razza, dagli abitanti a respirazione branchiale di un mondo acquatico alle creature in grado di vivere sulla terraferma.

Immobile sulle sue rive, l’uomo deve averlo osservato con stupore e curiosità, miste a un inconscio riconoscimento della propria discendenza. Non poté tornare a immergersi nell’oceano, come avevano fatto foche e balene, ma nel corso dei secoli, con tutta l’abilità, l’ingegnosità e il raziocinio della sua mente, ha cercato di esplorare e d’investigare anche le sue zone più remote, in modo da poterne rifare parte con la mente e l’immaginazione.

Ha costruito imbarcazioni per avventurarsi sulla sua superficie, quindi ha scoperto il modo per discendere nelle sue profondità portando con sé l’aria di cui, come mammifero terrestre oramai disabituato alla vita acquatica, aveva bisogno per respirare. Affascinato dai mari profondi nei quali non poteva penetrare, ha trovato il modo di scandagliarne gli abissi, ha calato reti per catturare le creature, ha inventato occhi e orecchie meccaniche che potessero ricreare per i suoi sensi un mondo da tempo perduto, ma che nel suo subconscio non aveva mai completamente dimenticato.

Tuttavia egli è ritornato al mare, madre di ogni forma di vita, solo alle sue condizioni. L’uomo non può controllare o mutare l’oceano, come, durante la sua breve occupazione della Terra, ha domato e saccheggiato i continenti. Nel mondo artificiale delle sue metropoli e delle sue città, spesso dimentica la reale natura del suo pianeta e la sua lunga storia, in cui l’esistenza della razza umana non ha occupato che un insignificante lasso di tempo.

Il senso di queste riflessioni gli appare più chiaro durante un lungo viaggio per mare, quando, giorno dopo giorno, osserva la linea dell’orizzonte che si allontana, increspata e solcata dalle onde, oppure di notte si rende conto della rotazione della Terra, man mano che le stelle gli passano sulla testa, o ancora quando, sospeso in questo mondo di acqua e di cielo, avverte la solitudine della Terra nello spazio.

Allora, come mai gli succede sulla terraferma, si convince della verità che il suo è un mondo di acqua, un pianeta dominato dal manto ricoprente dell’oceano, in cui i continenti non sono altro che passeggere intrusioni di terra sulla superficie del mare che tutto racchiude.

(Rachel Carson,  Il mare intorno a noi, 1951)