Autonomia speciale per tre regioni? I rischi di “una secessione dei ricchi”

“Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale”. Questo è il titolo di un libro di Gianfranco Viesti, pubblicato in forma digitale dall’editrice Laterza che lo ha messo a disposizione gratuitamente (https://www.laterza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2179:gianfranco-viesti-verso-la-successione-dei-ricchi&catid=49:in-questione&Itemid=112&Itemid=112&catid=40:primopiano&Itemid=101). Riguarda la scelta della cosiddetta “autonomia differenziata” che dovrebbe essere varata il 15 febbraio a favore di Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna. Pubblichiamo qui, per gentile concessione dell’editore Laterza, il capitolo finale del libro di Viesti.

L’autonomia differenziata regionale così intesa può profondamente modificare le modalità di funzionamento del paese, parcellizzare alcuni fondamentali servizi pubblici, determinare diversi diritti di cittadinanza in base alla residenza. Merita una attenta discussione [42]. Vi sono almeno tre punti critici di grandissima rilevanza.

Il primo sono le modalità di finanziamento delle materie trasferite alle regioni. Se appare condivisibile l’idea che si debba superare il criterio della spesa storica, il processo di determinazione dei fabbisogni standard su cui calcolare la spesa da trasferire andrebbe certamente preceduto dalla determinazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni previsti dalla Costituzione; dovrebbe essere attuato con parametri ed indicatori validi per l’intero territorio nazionale e non solo per le regioni coinvolte; in una sede istituzionale nella quale siano rappresentati tutti gli interessi; con una chiara simulazione degli impatti a regime e con una valutazione finale da parte del Parlamento. Dai criteri per la determinazione dei fabbisogni dovrebbe essere escluso ogni riferimento al gettito fiscale.

Il secondo riguarda l’estensione delle materie coinvolte. Vanno certamente salvaguardate le legittime richieste di autonomia su specifiche questioni, e le possibilità di pervenire ad un’azione pubblica più efficiente anche grazie a modalità di decentramento più funzionali. Ma appare evidente come le 23 materie coinvolte siano assai disparate, e non si possa fare di tutt’erba un fascio. Andrebbe ad esempio attentamente verificato se le richieste delle regioni non possano essere semplicemente soddisfatte attraverso un maggiore decentramento amministrativo ed una diversa organizzazione delle attuali politiche pubbliche. In alcuni casi, un passaggio delle competenze alle regioni che le richiedono potrebbe non presentare rilevanti criticità; piuttosto potrebbe essere verificato se e in che misura possa essere esteso anche alle altre, anche in tempi diversi. In altri ambiti, quantomeno per le grandi reti di trasporto e di navigazione, la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia e la tutela della salute, il passaggio ad una competenza regionale esclusiva non pare certamente opportuno. La regionalizzazione della scuola fa storia a sé: è una scelta politica radicale, che può indebolire e distorcere gravemente una delle istituzioni fondamentali per la vita del paese e che andrebbe senz’altro evitata. In generale va fatta una riflessione molto attenta sulle difficoltà di attuazione delle politiche pubbliche in un paese con quattro regioni a statuto speciale e due province autonome, tre regioni (ma che potrebbero presto diventare almeno sette) con ambiti diversi di autonomia rafforzata e le altre a statuto ordinario; e con un’autorità centrale che si troverebbe a gestire ritagli di competenze e funzioni residuali.

Il terzo riguarda il processo decisionale. Il Parlamento dovrebbe poter analizzare questo coacervo di temi e di materie, dibattere approfonditamente sulle diverse questioni ed esprimere la propria volontà: ad esempio con una risoluzione o con un atto di indirizzo su una bozza di intesa, e comunque prima che il Governo sottoscriva qualsiasi Intesa vincolante. Potrebbe altresì essere inserita nelle Intese una clausola di salvaguardia, in base alla quale il Governo possa avere il potere di verificarne l’attuazione e gli impatti ed eventualmente sospenderne la validità anche senza l’assenso delle regioni coinvolte.

Più in generale tutto questo processo dovrebbe essere avviato dopo una profonda, e ormai necessaria, riflessione su e revisione di alcuni cruciali aspetti del regionalismo italiano. Anche perché “senza integrali e preliminari riforme del suo funzionamento il distacco di quote di funzioni per aree territoriali circoscritte non porta al decentramento per alcuni, ma allo sgretolamento per tutti” [43]. Appaiono indispensabili attente riflessioni, ad esempio sul numero e sulla dimensione delle regioni; sulle evidenti disparità di trattamento fra i cittadini delle regioni a statuto speciale e a statuto ordinario; sul ruolo del tutto particolare di Roma Capitale, assimilabile molto più ad una regione che ad una municipalità; sulle modalità per assicurare una efficace collaborazione interistituzionale, tanto verticale (fra Stato e Regioni) quanto orizzontale (fra diverse regioni); sugli assetti dei poteri sub-regionali, delle grandi città e delle aree metropolitane, ora in una fase di grande confusione.

[42] Se possibile, evitando posizioni come quelle del Presidente della Lombardia, Attilio Fontana, secondo il quale (intervista al Quotidiano Nazionale del 5.1.2019) “questa riforma sicuramente non la vogliono i cialtroni, gridano a un pericolo inesistente per non affrontare questa sfida”.
[43] M. Cammelli, cit., 2018.