Attenti a Utopia, l’idea di società perfetta
può generare il mostro dell’Inquisizione

“Non col segregarci dal mondo e col rifugiarci in qualche Nuova Atlantide, in qualche Utopia o in un’altra impraticabile città miglioreremo le nostre condizioni; ma piuttosto prendendo della sagge precauzioni per combattere i mali di questo nostro mondo, dove ci ha messi, inevitabilmente, il Volere divino”.

Quell’idea di società perfetta

Così John Milton nell’Areopagitica (1644). La traduzione italiana è quella elegante e ormai classica di Salvatore Breglia, la cui prima edizione per la “Biblioteca di Cultura Moderna” della Laterza risale al 1933. Nell’originale la cosa da non fare suona to sequester out of the world into Atlantick and Eutopian polities. Il Crizia di Platone descrive a lungo il reame di Atlantide, l’isola che per molti sarebbe stata al di là delle Colonne d’Ercole per essere infine sprofondata nell’Oceano.

L’idea di una società perfetta ricompare nell’Utopia di Thomas More (all’italiana Tommaso Moro) e nella Nuova Atlantide di Francis Bacon (Francesco Bacone). Al di là delle innegabili differenze, Moro e Bacone erano stati due protagonisti – nel bene e nel male – della politica inglese degli anni in cui per “Volere divino” era toccato loro di vivere. In entrambi i casi – sempre con le dovute differenze – si era trattato non di una facile evasione nel fantastico, ma dell’esame critico della realtà in cui essi stessi si trovavano, con un’attenzione particolare alle strutture politiche e sociali (Moro) e alle modalità della nuova «filosofia della natura» – in breve, della scienza – che stava emergendo, seppure tra non poche difficoltà (Bacone).

Perché, allora, un giudizio così severo da parte di Milton? Bisogna ricordare che quella sua opera era un «discorso per la libertà della stampa» che conteneva una coraggiosa e audace concezione della ragione umana. E Milton aveva scritto: «Molti son quelli che biasimano la Provvidenza per aver permesso ad Adamo di peccare. Oh lingua stolta! Quando Dio lo fornì di ragione, egli lo fece libero di scegliere, poiché ragionare non è altro che scegliere: altrimenti Adamo sarebbe stato un mero automa, uno di quegli Adami che vediamo nelle rappresentazioni dei burattini”. E del resto Milton ribadirà nel Paradiso perduto, libro III, verso 124, che Dio “ha formato (l’uomo) libero e libero deve rimanere”.

 

La ricerca della perfezione può generare l’Inquisizione

Nell’Aeropagitica aveva già avvertito che “sicuramente Dio stima più lo sviluppo e il perfezionamento d’un animo virtuoso che la repressione di dieci spiriti corrotti”. La libertà politica e quella scientifica non sono che due aspetti di tale philosophic freedom. Non a caso poche pagine dopo Milton rievova la condanna del “famoso Galileo”, caduto “prigioniero dell’Inquisizione” per il fat034to che “aveva pensato, in astronomia, diversamente da come pensavano i suoi censori francescani e domenicani”

John Milton

Ora, se l’utopista pretende di realizzare una “società perfetta”, non sarà costretto dalla stessa logica del suo progetto a mettere in azione una sorta di “inquisizione” capace delle forme “opportune” di coercizione contro chi “non ci sta”? Non è un atteggiamento perverso tipico solo dell’epoca di Galileo e di Milton. Come ha puntualmente osservato Karl Popper, se l’utopia mira alla normalizzazione che soffoca qualsiasi deviazione dalla “perfezione”, essa non può non imboccare il cammino “violento” della sistematica repressione ai danni di qualsiasi dissenziente, nell’ambito del pensiero come in quello della pratica.

 

Riconoscere il diritto a immaginare la propria condizione

A meno che – come ha indicato con intelligenza Robert Noziek – l’utopia riesca a mantenere tutte le sue tensioni ideali riconoscendo però il diritto di ognuno a immaginare la propria condizione ottimale in piena indipendenza da qualsiasi regime più o meno realizzabile. In conclusione, mi sembra che le varie forme dell’utopia abbiano qualcosa in comune con le varie forme di religione: potenti evocatrici di felicità “celeste”, ma capaci anche di denunciare i mali della nostra Terra.

E poiché – come ben sapeva Milton – non c’è però accordo circa quei mali e su come farvi fronte, la coercizione rischia sempre di distruggere il grano insieme alla gramigna, e magari l’uno invece dell’altra. E così è per le utopie: a meno che esse non lascino la possibilità di uscirne senza danno. Come accortamente aveva intuito Moro a suo tempo: il suo immaginario scopritore della «nuova isola Utopia», il navigatore Raffaele Itladeo, avrebbe potuto trovare una città piena di edifici affascinanti e regolata da norme ammirevoli, ma… priva di cittadini in carne e ossa.

4L’imperfezione teniamocela cara! Essa è sinonimo di «società aperta», una società ove cerchiamo di migliorarci guardando con rispetto ai tentativi altrui e cercando di imparare da essi. Ma se arrivasse qualche «funzionario» dello stato perfetto che ci dice che tutto ciò è «peccato», dovremmo sapere come «accoglierlo». La società aperta si costruisce, giorno dopo giorno, anche con i nostri peccati. E soprattutto va difesa da tutti gli intolleranti, provvisti di buone e cattive intenzioni.

 

* Questo testo è tratto dal nuovo numero della rivista Infiniti Mondi, diretta di Gianfranco Nappi e Massimiliano Amato, in vendita da lunedì 7 ottobre