Attacchi a Enikas TV:
donne e società civile
nel mirino dei talebani

“Era una ragazza timida ma attiva, e da sempre si batteva per i diritti delle donne. Sperava di andare all’università a studiare legge; ma come vedete l’abbiamo sepolta qui con tutte le sue speranze”. Un colpo diretto alla testa, Sadia Sadat, 20 anni, è morta così a Jalalabad, mentre tornava a casa dal suo lavoro di doppiatrice alla Enikas Tv. Uccise come lei altre due ragazze, Mursal Wahidi, di 25 anni e Shahnaz Raofi, 20, anche loro dipendenti della stessa emittente. Una quarta collega, è stata ferita gravemente, la sua vita è appesa a un filo. Tutte giovanissime, diplomate da poco alle scuole superiori, una nuova generazione di donne che sperava di potersi ritagliare uno spazio in Afghanistan, senza pace ormai da decenni.

La loro è stata un’esecuzione in piena regola, avvenuta in due punti diversi della città, tra le strade affollate, a rendere evidente l’esistenza di un piano preordinato e un intento dimostrativo. Omicidi mirati, come quello della giornalista Malalai Maiwand, anche lei di Enikas Tv, freddata nel dicembre scorso o di due donne giudice della Corte suprema, uccise a Kabul a gennaio mentre andavano al lavoro.

Le donne sono tra le vittime di un’ondata di attentati contro i civili nel paese che le truppe Usa, secondo gli accordi sottoscritti da Trump, si preparano a lasciare dal prossimo 1° maggio. Nel mirino soprattutto i media – sei i giornalisti uccisi da settembre, 30 dal 2018 – ma anche attivisti dei diritti umani, funzionari pubblici, uomini di legge, medici, membri delle forze di sicurezza, in carica o meno. Qualcuno aveva ricevuto minacce che sono state ignorate dalle deboli autorità locali, altri non hanno avuto alcun avvertimento prima di incontrare i loro killer. Non ci sono cifre ufficiali, il New York Times ha tenuto una sua contabilità: 136 civili e 168 membri delle forze di sicurezza uccisi solo nel 2020.

Gli omicidi mirati si sono intensificati dopo gli accordi di pace tra Stati Uniti e talebani il 29 febbraio dello scorso anno, come a segnare una nuova strategia degli ex studenti coranici che sembrano aver dirottato le loro forze nelle città, lasciando in secondo piano gli attacchi a roccaforti territoriali e obiettivi militari, specie se statunitensi. E nessuno dubita che ci sia un collegamento tra l’impennata di violenza, l’annunciato ritiro Usa e i negoziati di pace teoricamente in corso in Qatar tra il governo afghano e talebani.

Per questi ultimi, seminare terrore non è una novità, come pure l’attacco a quegli esponenti della società civile che nella loro interpretazione della legge coranica rappresentano una pericolosa degenerazione. L’obbiettivo in questo caso sarebbe duplice: seminare sfiducia nei confronti delle autorità afghane e eliminare possibili oppositori in prospettiva di un ritorno al potere, qualunque sia l’esito dei negoziati di pace. Terrorizzare la società civile, insomma, per indebolire qualunque resistenza futura.

I talebani negano il loro coinvolgimento, anche se gli osservatori sul campo sono convinti del loro ruolo diretto e indiretto in molti degli attacchi mirati. Ma non sono loro i soli detentori dell’arma del terrore. L’omicidio delle tre doppiatrici di Jalalabad è stato rivendicato dallo Stato islamico, come anche quello di Malalai Maiwand. Nel novembre scorso l’Is ha anche rivendicato l’assalto all’università di Kabul, costato la vita a 20 persone, come anche le bombe nella capitale afghana qualche settimana più tardi.

E la lista di quanti confidano nel caos non finisce qui. “Dietro questi attacchi ci sono trafficanti di droga, accaparratori di terre, funzionari corrotti e coloro che si oppongono alle riforme del governo – ha detto al New York Times, Dawlat Waziri, un ex generale afghano e analista militare -. Vogliono far fallire i colloqui di pace e puntano a una guerra civile, perché più caos e guerra ci sono nel paese, più loro ne beneficeranno”.

Vittime di questa situazione sono ancora una volta le donne e la società civile, con i media in prima linea. Il clima di intimidazione è fin troppo evidente. La Enikas TV, fondata nel 2018, aveva tra i suoi dipendenti 10 donne, quattro sono state uccise. E la paura ha spinto altre donne ad abbandonare la professione se non addirittura l’Afghanistan. I giornalisti tutti, uomini e donne, si trovano sotto una cappa di terrore, che – denunciano associazioni locali – spingono inevitabilmente all’autocensura o alla rinuncia.

L’ambasciata statunitense a Kabul ha condannato gli attacchi come quello di Jalalabad. L’amministrazione Biden potrebbe fare di più: la Casa Bianca sta riconsiderando le date del ritiro delle forze Usa dall’Afghanistan e altrettanto sta facendo la Nato, che vorrebbe lasciarsi alle spalle condizioni minime di sicurezza. Ma senza la presenza e la logistica Usa, sarebbe complicato restare per le forze dell’Alleanza atlantica. “Ci troviamo davanti molti dilemmi, non ci sono opzioni facili – scrive su Twitter il segretario generale Jens Stoltenberg -. Non abbiamo ancora preso una decisione”.