Assistenti civici,
autoritarismo vs
solidarietà organizzata

In settimana la Protezione civile dovrebbe lanciare il bando per reclutare 60.000 volontari come “assistenti civici”. Chi assisteranno civicamente? Per ora il loro destino è abbastanza generico: non saranno più gli “sceriffi” evocati in un primo momento, a guardia del corretto distanziamento sociale; però svolgeranno compiti di utilità pubblica durante la “fase 2” dell’emergenza-Covid-19. La prima ipotesi – quella delle “guardie” – era stata svelata il 25 maggio mattina, in diretta sul Tg1, dal ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, d’accordo col presidente dell’Unione dei Comuni italiani, Antonio Decaro, sindaco di Bari. Alla domanda precisa della giornalista del Tg1 – “Che compiti avranno questi assistenti?” – Boccia aveva risposto testualmente così, mostrando pure la loro “divisa”: “Gli assistenti civici indosseranno questa pettorina (con la mansione scritta in bianco su fondo blu, ndr) e saranno a disposizione dei sindaci. Con il loro sorriso e la loro educazione ricorderanno nei luoghi di assembramento che bisogna fare ancora qualche sacrificio. Non bisogna stare insieme, bisogna restare lontani, mantenere le distanze, avere la mascherina e, soprattutto, tutelare con questi atteggiamenti i nostri cari, perché solo così noi sconfiggiamo il virus”.

Levata di scudi e marcia indietro

Di fronte alle levata di scudi da parte dell’opposizione e anche nella stessa maggioranza (con accenti particolarmente allarmati da parte dei ministri dell’Interno e della Difesa, che vedevano un accavallamento con i compiti delle forze di polizia e temevano pure di doversi accollare la formazione dei volontari), c’è stata una virata. Nella tardissima serata dello stesso 25 maggio, su Patriae (Rai2), Boccia ha cambiato formula: “Non c’è mai stata nessuna guardia civile, nessuna ronda, nessun esercito: sono volontari per finalità sociali che regalano tempo al proprio comune di appartenenza”. Ha fatto pure alcuni esempi di compiti: “Portare cibo a chi non può uscire di casa, medicine, se serve ad aprire e chiudere parchi, fare tutto quello che gli chiede il sindaco” (Decaro ha aggiunto che, “per esempio, aiuteranno a scaglionare gli ingressi fuori dai mercati”). La sterzata c’è stata dopo una riunione serale tra Boccia, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e quella del Lavoro Nunzia Catalfo, che hanno circoscritto i compiti degli assistenti civici, escludendo i contestati ruoli di controllo e vigilanza e limitandoli a quelli di “pubblica utilità”.

Non sceriffi ma pacati assistenti

Insomma, contrordine o, per lo meno, corposa precisazione. Al primo impatto, a dire la verità, faceva sorridere la surreale pensata di arruolare decine di migliaia di cittadini qualsiasi, muniti di pettorina, pronti a “persuadere” qualche altra decina di migliaia di persone. Come faceva sorridere immaginare frotte di volontari – pensionati, disoccupati, beneficiari del reddito di cittadinanza – che inseguivano presunti “colpevoli”, senza alcuna preparazione e senza alcuna autorità formale. Ci sarebbe voluto Paolo Villaggio per scrivere un copione all’altezza, con i ragionieri Fantozzi e Filini protagonisti. Quello originale del 1976 si adatta bene: “Apertura della caccia (in questo caso al cittadino smascherato, ndr). Travolto dall’implacabile Filini, sempre assatanato da nuove, tragiche iniziative, anche Fantozzi ha deciso di parteciparvi…”.

Però, una volta esauriti i sorrisi, viene da pensare che il confinamento deve aver esaltato qualcuno. Già c’è gente che dai primi di marzo passa le giornate fotografando, attraverso le serrande, presunti untori beccati per strada, per poi metterli alla gogna sui social network; già da settimane nei cortili privati dei condomini si odono le urla di quei residenti che non vogliono sentire e vedere i rari bambini mentre giocano, nonostante sia la loro unica ora d’aria. Quindi, dopo le prime dichiarazioni al Tg1, forse era pronto all’azione qualche aspirante “assistente civico” più focoso, di quelli che sognano di mettere una tacca sul flacone di spray al peperoncino per ogni presunto untore cuccato sul fatto. Per fortuna, è stato chiarito nell’arco di una giornata che non ci saranno sceriffi e sceriffe, ma pacati e gentili assistenti. Formati come e da chi? Forse frequenteranno corsi online di buone maniere? Vedremo.

Perché non coinvolgere il Terzo settore?

Di certo, nel nostro Paese – dove dai vigili urbani fino alle Forze armate, passando per le varie forze di polizia – sono in servizio decine di migliaia di controllori (preparati e in divisa), non si dovrebbe sentire alcun bisogno di arruolare di sana pianta 60.000 cittadini allo sbaraglio, con compiti di vigilanza. D’altra parte in Italia esistono 350.000 tra organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e imprese sociali, con 5 milioni e mezzo di volontari e 850.000 dipendenti: fanno parte del cosiddetto Terzo Settore, piuttosto bistrattato ma indispensabile, tanto più di questi tempi. Sarebbe meglio valorizzare e finanziare loro (nella foto qui sotto, un gruppo di City Angels, associazione fondata nel 1994 a Milano proprio da Mario Furlan), che hanno già una formazione verificata e sul campo.

Solidarietà o autoritarismo?

City Angels durante l’emergenza Covid-19

Tuttavia non è solo una questione di competenze. Ci sono altri due spunti di riflessione, dopo questa vicenda. Prima riflessione: dietro quell’idea dei vigilantes volontari, avanzata e ritirata nel giro di una giornata, c’è – più o meno consapevolmente – qualcosa che non c’entra niente con i legittimi appelli alla prudenza e al senso di responsabilità. Traspare semmai la voglia di nominare un tot di capiclasse, con la lavagna d’ordinanza per segnare i buoni e i cattivi. Significherebbe che si preferiscono l’autoritarismo improvvisato rispetto alla solidarietà organizzata, la delazione occasionale rispetto alla comunicazione corretta. Non è un bel segnale, perché rischia di sedimentarsi nell’immaginario della gente, di trasformarsi in consuetudine. È il contrario dell’educazione civica e del liberalismo democratico.

Solo questione di comunicazione?

Seconda questione: le raffica di gaffe – che ha contraddistinto anche questa partenza sbagliata per quel che riguarda gli “assistenti civici” – conferma che le nostre istituzioni sono impreparate, a tre mesi dall’avvio del “caso Covid19”, nella gestione della comunicazione in emergenza, pratica tuttora pressoché sconosciuta nel nostro Paese. Lanciare messaggi contraddittori in una situazione di allarme generalizzato come questa è un grave errore e vale in quest’ultimo caso come sul fronte della prevenzione e delle misure di contenimento. Non è possibile che chiunque, nelle alte sfere, possa lanciare segnali senza che nella catena di comando tutti siano consapevoli di quello che sta accadendo, a partire da chi sta ai vertici. Capita perché mancano strutture e procedure preparate preventivamente per gestire le emergenze. Gli effetti molto negativi di questa carenza sono evidenti: a partire dalle notizie – spesso contrastanti e confuse – fornite a raffica dai “governi” di enti statali periferici, come le Regioni, in una sorta di concorrenza con lo Stato centrale; per finire con le stesse “incomprensioni” tra ministri e alleati di governo, come in quest’ultima occasione.

Eppure gli esperti nella gestione della comunicazione in situazioni di crisi ci sono, nelle nostre università e nei nostri istituti di ricerca. E puntano il dito contro l’impreparazione delle istituzioni da molti anni, ormai da decenni (per la precisione, almeno dal disastro nucleare di Chernobyl, nel 1986). Purtroppo questi esperti di solito riescono soltanto a svolgere corsi accademici per un numero ristretto di studenti, qualche occasionale lezione destinata a chi si occupa di protezione civile, sporadiche riunioni istituzionali cui partecipano alcuni funzionari ma non i responsabili politici. Sarebbe ora di cambiare. Perché noi italiani saremo pure un po’ allergici alle gerarchie, ma non ci sentiamo bambini né rimbambiti: siamo in grado capire e condividere quello che si deve fare, purché siano capaci di spiegarcelo coloro che stanno nelle stanze dei bottoni.