Arriva il Sei Nazioni con l’Italia acciaccata

Sono passati 18 anni da quando l’Italia è entrata nell’élite del rugby e, grazie al Sei Nazioni, questo sport è diventato più familiare nella repubblica del pallone. Il 4 febbraio inizierà una nuova edizione del torneo: all’Olimpico arriveranno i maestri inglesi, dominatori delle ultime edizioni. L’altra partita in casa, il 17 marzo, contro la Scozia.

Nell’anno appena passato, il 2017, la nazionale italiana ha perso 10 match su 11 giocati. Elogiata dalla stampa inglese per la gagliarda prova di Twickenham dove gli azzurri misero in difficoltà l’Inghilterra, crollata poi miseramente nell’ultima partita contro la Scozia (0-29), l’Italia resta il fanalino di coda della manifestazione: 12 volte si è aggiudicato il “cucchiaio di legno” , cioè l’ultimo posto, e 7 volte il “whitewash”, “l’imbiancata”, il “premio” che si dà a chi perde tutte le partite. Insomma, sediamo negli ultimi banchi della classe (insieme alla Scozia, che pure ha conosciuto anni di gloria nel Cinque Nazioni, vinse l’ultima edizione, e ancora prima, alle origini dei tornei).

Sono in molti a chiedersi che senso abbia mantenere la squadra azzurra, diretta dall’irlandese Conor O’Shea, ultimo di una serie di allenatori, tra le migliori squadre d’Europa. Perché dal 2000 in avanti, questa nazionale non è che abbia fatto passi avanti. Tant’è che chi le vuole male sostiene che è stata messa dentro al prestigioso torneo per incrementare il business turistico, gli spostamenti tra le capitali del grande rugby europeo. E il Bel Paese si può permettere – come la Francia e più delle squadre britanniche – di ospitare il variopinto ma inoffensivo stuolo di tifosi della palla ovale. Non molto tempo fa, qualcuno aveva chiesto l’ingresso della Georgia al posto dell’Italia perché Tbilisi ci aveva superato nel ranking mondiale. Anche la Romania preme. Ma l’attacco, diciamo così, è stato sventato. Tuttavia, chi vuole un Sei Nazioni con promozioni e retrocessioni non desiste, nonostante il torneo sia una manifestazione ad inviti (pagati bene, l’Italia ha un contratto fino al 2024).

Quello che lascia perplessi è che in tanti anni la qualità del nostro gioco non sia affatto migliorata e le prestazioni della nazionale siano a volte molto deludenti. D’accordo, gli altri hanno una tradizione che noi non possiamo vantare. Sotto accusa è il campionato, un perfetto sconosciuto, qualitativamente scarso e ignorato dai media. In più i settori giovanili languono e non sembrano in grado di sfornare buoni elementi. Sergio Parisse, capitano della nazionale, ha osservato: “I giovani hanno appreso di più stando qualche mese con la squadra azzurra piuttosto che qualche anno nei propri club”. La federazione riceve contributi e incentivi che hanno portato il bilancio intorno ai 50 milioni. Ma le cose non vanno bene, nonostante buone intenzioni e proclami della vigilia. Nonostante la familiarità e la popolarità, grazie anche agli spot pubblicitari, di certi campioni: dal vecchio Dominguez ai Bergamasco a Martin Castrogiovanni che hanno contribuito anche ad accrescere il numero di tesserati e di ragazzini che scelgono la palla ovale. Nonostante i 70 mila spettatori all’Olimpico. Nonostante, infine, quelle ormai lontane vittorie (2007) contro Scozia e Galles che provocarono tanti applausi.

E’ un peccato perché attorno al rugby si è creato un flusso positivo fatto non solo di entusiasmo. Forse per la prima volta tifare per una squadra ha significato altro – almeno dalle nostre parti, altrove è quasi sempre così – dalle scene insopportabili che il calcio continua a mostrarci. Anche a costo di enfatizzare certe cose che poi nella realtà non sono proprio come ci vengono mostrate. Il rugby ci ha introdotto al fair play, al tifare insieme al “nemico”, ci ha fatto guardare uno sport duro, durissimo ma senza manfrine e violenza, non ci ha fatto ascoltare buu razzisti, ci ha insegnato che la propria squadra va sempre sostenuta anche nei momenti peggiori. Ci vuole anche un pizzico di retorica per fare le cose belle.