Arriva il “Salva Mare”
un decreto del governo
che fa ridere i…polpi

L’hanno chiamato “Salva mare”. E’ un invito, premiale, per i pescatori che porteranno a riva i rifiuti finiti nelle loro reti!  Azzz ….dicono a Napoli per intendere l’eccezionalità dell’evento. Ma, quando i grillini hanno sposato questa modalità di comunicazione truffaldina che spara imprese mirabolanti e produce invece piccoli passettini anche piuttosto insicuri? Salvare il mare, lo sappiamo bene, abbisogna di ben altre imprese e decisioni. Occorrono pugni sui tavoli più disparati. E occorrono fior di normative che impediscano consuetudini legali e non, che vietino pratiche e abitudini consolidate, che disintegrino sistemi negazionisti che inondano di fake news la comunicazione mondiale. Perché la situazione è molto più semplice di quanto non si voglia camuffarla: il mare è diventato il nostro contenitore di rifiuti in cui buttiamo di tutto, comprese sostanze tossiche e inquinanti che ne stanno alterando definitivamente l’equilibrio. E se non scarichiamo schifezze direttamente nel mare,  le facciamo arrivare dai fiumi che sono diventati portatori d’acqua sporca e inquinata!

Immaginiamo una grossa industria che ogni giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, scarichi in mare una sostanza tossica. Le quantità di sostanza possono essere minime ogni volta ma queste, piano piano, si accumulano sul fondale, nei sedimenti e negli organismi che vivono in prossimità degli scarichi. Molti di questi organismi cominceranno ad avere problemi sempre più gravi fino a quando, quelli più deboli, che si possono adattare meno facilmente alle nuove condizioni, o che non possono spostarsi in altre zone, cominceranno a scomparire per lasciare spazio a quelli più resistenti.

Il mare rappresenta oggi un serbatoio nel quale vengono convogliati ed immessi i prodotti finali di molti processi e attività che sono sviluppate in città, in campagna (agricoltura) e nelle industrie. Molteplici sono le fonti e le cause e tutte sono dovute alle attività umane. Gli scarichi di sostanze pericolose sono stati, ad un certo punto della nostra storia patria, vietati. Ma i problemi , su questo versante non si sono risolti, da un lato, per via del mancato rispetto della normativa e, dall’altro, per il peso del passato, dato che nei sedimenti marini si concentrano ancora metalli pesanti e residui di sostanze chimiche oggi vietate. Così come sono sempre più determinanti  tutti i materiali non biodegradabili che vengono scaricati in mare, più o meno accidentalmente (sacchetti di plastica, polistirolo, spazzatura di vario genere ma anche reti e lenze abbandonate), rimangono a lungo integri e vengono successivamente trasportati dalle correnti lungo le coste o in mare aperto. Lungo le coste provocano danni agli organismi marini sessili che vengono ricoperti e danneggiati, e sulle spiagge creano un evidente impatto negativo dal punto di vista igienico e visivo. In mare aperto questi materiali possono comportare un pericolo per alcuni animali che rischiano di rimanere accidentalmente impigliati in reti abbandonate o di ingerire rifiuti scambiandoli per prede. Le tartarughe marine, ad esempio, nutrendosi di plancton, scambiano talvolta sacchetti abbandonati per cibo e muoiono soffocate in seguito alla loro ingestione.

Ma contro l’azione devastante dell’inquinamento da rifiuti non biodegradabili, non si è mai fatto nulla, come se il problema non sussistesse, tranne gli ultimi timidissimi passi (direttiva europea sulla plastica monouso, ordinanze di alcuni Comuni più avvertiti),  fino al roboante “Salva il mare” per dare ai pescatori la patente di spazzini del mare. Eppure…. occorrono da due a quattro settimane perché un biglietto d’autobus si dissolva in mare; sei mesi per un mozzicone di sigaretta, da cento a mille anni per una bottiglia di plastica, da 200 a 500 anni per una in alluminio e cento per una in ferro. Sei milioni di oggetti che si stima siano gettati ogni giorno nel nostro mare. Reti da pesca, plastica, rifiuti di ogni genere vengono abbandonati  in aree sempre più vaste dei fondali, provocando una crescente forma di degrado degli ecosistemi marini costieri e di mare aperto. Per non parlare poi degli scarichi fognari che immettono nell’acqua un eccesso di sali nutritivi (nitriti, nitrati e fosfati) che provocano la proliferazione della flora acquatica, la quale consumando  ossigeno mette in pericolo la vita presente nel corpo idrico. Questo fenomeno è all’origine delle maree rosse, verdi o marroni. Cause principali di questo apporto di nutrimenti sono l’agricoltura intensiva e il suo ricorso sistematico ai fertilizzanti naturali o chimici, nonché gli insediamenti urbani che non procedono al trattamento delle rispettive acque reflue.

Se non ne avete ancora abbastanza….. l’acqua di mare viene talvolta prelevata per raffreddare impianti industriali e viene poi reimmessa  in mare ad una temperatura superiore; tale aumento determina una profonda modificazione nelle specie marine presenti nel tratto di mare interessato dal fenomeno, favorendo lo sviluppo di gruppi più “termofili”. E poi ci sono gli scarichi accidentali di petrolio con effetti devastanti . E’ la più visibile e familiare forma di inquinamento del mare quella legata agli sversamenti di petrolio dalle petroliere e si ha l’idea che abbia effetti solo a breve termine. Invece,  a distanza di 15 anni dall’incidente alla Exxon Valdez, avvenuto in Alaska nel 1989, ad esempio, sono ancora rilevabili in quella zona tracce di petrolio. Così come la Prestige, che naufragò al largo delle coste spagnole nel 2002 ed ha causato perdite economiche ingenti, danneggiando gravemente anche la pesca locale.

Tralasciando altre fonti d’inquinamento come l’acquacoltura (in Italia non molto sviluppata per via della mancanza di spazi sufficienti) o la contaminazione da radioattività, c’è lo sfruttamento eccessivo delle risorse  a fare la parte da leone nella distruzione dell’equilibrio dei nostri mari. Per esempio la pesca a strascico. Una rete a strascico  trainata dall’imbarcazione, sfiora il fondo e raccoglie tutto quello che incontra sul suo cammino. La maglia del sacco, se di dimensioni troppo piccole, non lascia uscire i piccoli pesci determinando una distruzione totale degli stadi giovanili. È per questo motivo che non è possibile effettuare questo tipo di pesca sotto costa che è presente in tutti i litorali italiani, anche se è più praticata in Adriatico dove operano 2.107 barche, pari al 56% della flotta a strascico nazionale, e in Sicilia con 684 battelli (18% della flotta nazionale). I danni delle reti a strascico coinvolgono molte specie protette come le tartarughe Caretta caretta che vengono ripetutamente pescate dalle paranze,  alcune specie di cetacei, e organismi sessili che vivono sul fondo come la Pinna nobilis e la Posidonia oceanica. Un altro esempio di sfruttamento è rappresentato dallo shark finning ovvero l’amputazione delle pinne pettorali e dorsale di numerose specie di squali che per questo stanno diminuendo in maniera critica in molti oceani.

Se volessimo seriamente salvare il mare, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta!