Arrestato il modello Riace. Ai domiciliari
il sindaco Mimmo Lucano

Alla fine qualcuno ha eseguito l’ordine. Domenico Lucano, il sindaco di Riace, è stato raggiunto da un provvedimento restrittivo, gli arresti domiciliari, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. L’arresto è l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Locri su richiesta della Procura della Repubblica. Un atto che indigna. Perché adesso? L’indagine è aperta da anni. Qual è il pericolo? L’accusa parla di matrimoni combinati e di un sistema di raccolta dei rifiuti affidato a cooperative non iscritte negli elenchi regionali. “Un provvedimento esagerato – dice Enzo Ciconte – che appare abnorme e del tutto pretestuoso fossero pure vere le accuse. E’ un paradosso: si arresta uno come Mimmo Lucano e si lascia a piede libero chi ha rubato e nascosto 49 milioni di soldi pubblici. E il divieto di dimora alla compagna, poi… Vedo che Salvini esulta, ma devo ricordare che l’inchiesta non inizia ora, già il ministro Minniti volle fare le pulci all’amministrazione comunale. Un piccolo comune che tenta una generosa esperienza di integrazione… una cosa che lascia sgomenti”.


Nel 2016 il sindaco di Riace era stato inserito nella lista delle 50 persone più influenti del mondo dalla rivista americana Fortune Magazine. A studiare Riace e il suo esperimento di accoglienza e gestione partecipata sono arrivati ospiti illustri, come Wim Wenders. Giovanna Marini ha dedicato a a quell’esperienza una cantata. Fiorello ha girato una fiction sul paese dell’accoglienza, per ora bloccata dalla Rai in attesa della fine dell’inchiesta. Sul sindaco sono piovuti premi.
Ma anche disprezzo. Il ministro Salvini, ad esempio, disse: sì che andrò a Riace, quando ci sarà un altro sindaco. E lo definì “uno zero”. “Ha ragione il ministro, io sono uno zero – rispose Mimmo Lucano – Io condivido la mia vita con gli zero, con gli ultimi. Lui invece immagina un mondo completamente diverso, una sorta di ideologia della razza che non mi appartiene”.


Sta di fatto che la solerte inchiesta della magistratura sta scavando da tempo attorno al sistema Riace. Un progetto Sprar – proprio il sistema di accoglienza diffuso che il decreto Salvini vorrebbe abbattere – che ha visto grazie ai fondi europei ripopolarsi le case abbandonate del paese, riaprirsi le botteghe, riscoprire antichi lavori come la filatura e la tessitura delle fibre delle ginestre. E accogliere migranti e profughi.
Non i grandi edifici che ammassano indistintamente le persone, ma appartamenti nel borgo antico, le case abbandonate dagli emigrati. D’estate, l’albergo diffuso, un sistema di ospitalità per turisti nelle case riattate, così da pagare i mutui della ristrutturazione accesi per l’accoglienza dei migranti. Turismo alternativo che fa leva sulla qualità antica di queste terre, l’ospitalità.

Grazie anche all’incontro con Recolsol, la rete dei comuni solidale, Riace diventa un progetto che potrebbe far scuola, e ripopolare i paesi in via di abbandono. Irpef comunale a zero, occupazione di suolo pubblico a zero, certificati comunale e carta di identità a zero. Grazie all’apertura di un pozzo comunale, l’acqua costa una piccola quota fissa per l’elettricità della pompa e della manutenzione. Per i rifiuti, due cooperative sociali si occupano della raccolta porta a porta. Non con mezzi dedicati, ma con una coppia di asini.


Ci voleva un appalto pubblico, invece. E i finti matrimoni tra italiani e stranieri, matrimoni di comodo? Quanti se ne fanno, per evitare i provvedimenti di espulsione, in un’Italia che non ha altro modo di ingresso che la richiesta di asilo? Ma se poi fossero sodalizi reali? La gente s’incontra, si conosce, convive. Al matrimonio di Cinzia con un profugo afghano ha partecipato tutto il paese. Sta di fatto che la scuola è di nuovo in funzione, e così l’ambulatorio. E Mimì è al terzo mandato.
A Riace ci sono 1.600 abitanti e 500 stranieri, che costano un terzo che nei grandi centri di accoglienza. Però poi, se trovano un inserimento, i bimbi vanno a scuola, e trovano un lavoro, restano, mentre i progetti Sprar sono a tempo, scaduto il quale si deve uscire dal progetto e dall’accoglienza. Anche se i fondi non vengono più erogati, le persone scelgono di fermarsi. Poi c’è l’invenzione dei bonus: quando il ministero rallenta i versamenti, il comune dà dei bonus equivalenti alla diaria, spendibili nei negozi del paese. Una sorta di “pagherò quando arriveranno i fondi”, che consentono di non interrompere il progetto, ricorrere alle banche sarebbe molto più costoso. Ispirazione tratta anche da “L’arte di non essere governati” di Ekkehart Krippendorf, che intendeva rifondare la politica su basi etiche, racconta il libro di Tiziana Barillà “Mimì capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace”, Fandango.


“Tutto è cominciato – ha raccontato Lucano a Roma, il 13 settembre scorso – venti anni fa con l’arrivo di 250 profughi dal Kurdistan. In paese la gente andava via, c’era una forte rassegnazione, unica voce era la mafia. Il senso di questa esperienza è il sogno possibile di un’altra Riace. Oggi che le mafie non uccidono più la strategia è infangare, bloccare chi si muove diversamente. Condividere e non avere pregiudizi è diventato fatto straordinario, la propaganda va in un’altra direzione. Il nostro progetto è vissuto come pericoloso”.

Riace è nella Locride, terra di ‘ndrangheta, e minacce interessate al business dell’accoglienza al sindaco e ai riacesi ne sono arrivate tante, finora invano. Il modello Riace e la sua speranza si sta espandendo nei comuni vicini: a Camini, per esempio. Vedremo cosa uscirà dalle indagini della magistratura. Per ora vale il buon esempio.