Aritanga romba cojota: così alla fine
Albertone ritrovò Titino in Africa

Ve l’avevo promesso, mantengo. Nei giorni in cui va in onda su Raiuno (martedì 24, prima serata) il film tv “Permette? Alberto Sordi” diretto da Luca Manfredi, mi piace ricordare la più strepitosa collaborazione fra Sordi – di cui, ricordiamo, continua a ricorrere il centenario della nascita – e l’amico-rivale Nino Manfredi, papà di Luca.

Sordi e Manfredi non hanno girato molti film assieme. Non erano una “coppia”. Del resto fare coppia con Sordi, che tendeva a scrivere i propri film (anche se non compariva mai, ufficialmente, come sceneggiatore) e ad essere accentratore, non era facile. Vittorio Gassman lo fece in “La grande guerra”, reggendo benissimo il confronto: ma quello era un film unico, governato dalla mano ferma di Mario Monicelli e da una produzione forte come quella di Dino De Laurentiis. Ugo Tognazzi, per dire, con Sordi non ha quasi mai lavorato: hanno scene assieme in “Nell’anno del Signore” di Magni ma nessuno dei due è protagonista. Lì il mattatore è Manfredi, ma il suo personaggio e quello di Sordi non si incontrano mai. Più o meno la stessa cosa avviene nel film corale “Crimen”, un delizioso giallo-rosa di Mario Camerini girato nel 1960, dove c’è anche Gassman. Curiosamente Sordi e Manfredi recitano assieme in un film in cui Manfredi… non c’è: pochissimi ricordano, o sanno, che Nino doppia Franco Fabrizi in “I vitelloni” di Federico Fellini, film nel quale Sordi è uno dei protagonisti. Come Sordi (i cui doppiaggi di Oliver Hardy sono celebri), Manfredi ha fatto doppiaggio a inizio carriera, e per lo più in film italiani. Fellini l’ha voluto ben tre volte (c’è la sua voce anche in “Le notti di Cabiria” e in “Il bidone”), e Nino poi c’era rimasto un po’ male per il fatto che, una volta divenuto famoso, non l’avesse mai voluto come attore. Forse il doppiaggio più clamoroso e divertente di Manfredi è la voce off di “Totò Fabrizi e i giovani d’oggi”, che recita riproducendo il ciociaro (“fusse che fusse la vorta bbona”…) che l’aveva reso popolare a “Canzonissima”. La verità è che Manfredi, diplomato all’Accademia e attore di sopraffina tecnica e chirurgica precisione (Dino Risi lo chiamava “l’orologiaio”), non avrebbe mai potuto lavorare con Fellini, che come noto non dava la sceneggiatura ai suoi attori, e avrebbe potuto invece essere un grande doppiatore per la sua duttilità vocale e, appunto, la sua tecnica. Per fortuna, sua e nostra, è divenuto un divo.

L’aveva fatto anche Pippo Tarzan

Il film più importante che Alberto e Nino hanno girato assieme è anche quello con il titolo più lungo: “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”. Lo diresse Ettore Scola nel ’68 e fu girato in Angola. È un film sul quale ho racconti diretti piuttosto divertenti, e vorrei condividerli con voi.

Premessa: ho visto “Riusciranno” (d’ora in poi così, altrimenti il pezzo viene troppo lungo) un’infinità di volte, lo so letteralmente a memoria e ogni volta che vedevo Ettore Scola lo stuzzicavo lanciandogli battute del dialogo. “Aritanga romba cojota”, la frase in ciociaro-swahili che Manfredi declama quando vede Sordi e Bernard Blier nel villaggio africano dove si è imboscato, era per noi una sorta di parola d’ordine. Ma anche “non ho le idee chiare”, “qui muoiono anche i leoni”, “e se eravamo in tre te menavamo in tre” e uno spettacolare scambio di battute fra Manfredi e Blier, sempre nel villaggio africano, quando il primo spiega che ha appena fatto un rituale magico per chiamare la pioggia: “Ma perché lei fa piove, dotto’?”; e Manfredi, dopo una pausa e uno sguardo sapientissimi – da orologiaio: “Ce provo”. Una volta andai a casa di Scola per intervistarlo non so più su che cosa e gli portai le fotocopie di una storia a fumetti che avevo recuperato apposta. Nel 1957 l’edizione italiana di “Topolino” aveva pubblicato una meravigliosa storia intitolata “Topolino e il Pippo Tarzan”: Topolino, Pippo e Gambadilegno andavano in Africa per rintracciare uno dei tanti parenti squinternati di Pippo, sparito nella giungla; si scopriva che in realtà Pippo Tarzan viveva fra i selvaggi (per nulla tali) e le bestie feroci come un nababbo, non di meno lo convincevano a tornare in America con loro… ma lui rifiutava all’ultimo momento, tuffandosi dalla nave già partita e tornando alla sua vita fra alberi e liane. Il finale di “Topolino e il Pippo Tarzan” è assolutamente identico a quello di “Riusciranno”, e sarà bene ribadire: la storia, scritta e disegnata dal grande Romano Scarpa, è del ’57. Scola guardò con gusto le fotocopie che gli avevo portato, rise sotto i baffi (e la barba) e mi giurò che non la conosceva, ma ammise che o Age o Scarpelli (i due sceneggiatori) potevano benissimo conoscerla. Ribadì che lo spunto del film era “Cuore di tenebra” di Conrad, ovviamente in chiave ironica; e che c’erano molte memorie di Salgari e del fumetto avventuroso a puntate (da qui il titolo, che rimandava alla scansione seriale dei fumetti), da “Mandrake” a “Cino e Franco”).

Gli spaghetti di Erminia

Chi ricorda il film, sarà d’accordo che è forse l’unico nel quale, nell’ultima mezz’ora, Sordi si lascia rubare la scena. Da quando lui e Blier (anch’egli straordinario, doppiato in marchigiano da Max Turilli) trovano “Titino” nel villaggio sperduto, Manfredi si porta via il film. Del resto si parla di lui in ogni scena, le sue malefatte e la sua “arte della fuga” acquistano uno status leggendario: è il classico ruolo per il quale, in America, si vince l’Oscar come attore non protagonista. E Nino è semplicemente stupendo, tanto quanto lo è stato Sordi per i precedenti 90 minuti. Pensare che il cast era nato al contrario: Manfredi doveva fare l’editore Di Salvio e Sordi, appunto, Oreste Sabatini detto “Titino”, visto l’ultima volta alle cascate del Duca di Bragança: ma Manfredi non era disponibile per tutta la lavorazione e dovettero scambiarsi i ruoli. Così Manfredi girò relativamente poco, un mesetto o giù di lì, e in una parte dell’Angola davvero remota.

Su quella lavorazione, durante un viaggio in auto condiviso verso un’edizione del Fondi Film Festival, ho rotto le scatole alla vedova di Nino – la simpaticissima, adorabile Erminia Ferrari – e mi sono fatto raccontare tutto. Le do la parola.

“Andai in Africa con Nino, non mi sarei mai persa una simile occasione. Raggiungemmo Scola e Sordi che stavano lì già da parecchio, avevano girato tutto il resto del film in giro per l’Angola. Il villaggio era stato ricostruito in una zona desertica dove non c’era letteralmente nulla. Ogni due-tre giorni passava un aeroplanino che, con il paracadute, lasciava cadere le provviste: pacchi di pasta, barattoli di conserva, olio, burro, parmigiano. Venni eletta cuciniera sul campo. Facevo gli spaghetti per tutta la troupe: Sordi voleva sempre essere servito per primo perché così, mentre finivo il giro, riusciva a tornare per un bis. Con lui feci un altro patto: c’era un’unica latrina da campo riservata a lui, a Nino e a me, forse anche a Ettore e a pochissimi altri… lui voleva che io la mattina ci andassi per prima e poi, appena fatto, gli bussassi alla capanna dove dormiva: ‘Ermi’, io vado dopo de te perché sei l’unica che me fa trova’ er cesso pulito. A Nino nun je dimo niente, eh?’. Al di là delle battute, il rapporto fra loro due era amichevole e ‘sportivo’. Alberto era intelligentissimo e vedeva benissimo che in quelle scene il personaggio di Nino era preponderante, ma capiva che era giusto per il film”.

Sapore di ’68

“Riusciranno” è uno dei film italiani “del ‘68” e la cosa si avverte, in alcune battute di dialogo (l’editore di Salvio si vanta di aver pubblicato le opere di Mao) e in un certo spirito terzomondista che lo pervade. Ma è fondamentalmente un film sul desiderio d’avventura. Alla fine “Titino” decide di rimanere in Africa per non tornare fra i riti borghesi di una Roma pariolina-olgiatesca che non gli appartiene più. La stessa Roma dalla quale l’editore è fuggito, disgustato dalle lagne di moglie e cognata e dalla presenza inquietante di un figlio con il quale ha avuto un solo dialogo, ma strepitoso: “Ciao papà, io esco”; “E me pare giusto, è mezzanotte”; e dopo, con la moglie (interpretata, curioso, da Franca Bettoja, nella vita moglie di Tognazzi): “Dice, c’hai un figlio. Ma che è un figlio quello? Quello è un passante, tutto biondo, ma ‘ndo va? Basta, io ho le idee chiare. La persona ‘in loco’ sono io! A cercare Titino ci vado io! In Africa ci vado io!!!”. Contrasti generazionali di fronte ai quali la savana sembra una passeggiata. È un film in cui Sordi non fa “se stesso”, ma recita (da quel grande attore che era), perché un simile spirito avventuroso non gli apparteneva molto: era un grande viaggiatore – adorava il Brasile, dove sognò a lungo di fare un film – ma viaggiava comodo. Qualche anno dopo tornò in Africa per un film in Senegal, “Finché c’è guerra c’è speranza”, anche come regista e autore a tutto tondo: nel quale non era un editore alla fin fine idealista, ma un bieco mercante d’armi. Capito?