Aristotele, la pizza e Margherita
ecco il patrimonio dell’umanità

 

La pizza napoletana – patrimonio dell’umanità – è l’unico alimento (cucinato) che rispetta le regole aristoteliche. Sarebbe a dire: unità di tempo, di luogo e d’azione. Dice Aristotele che le metafore portatrici di emozioni devono essere ambientate in un tempo conchiuso e contiguo al tempo in cui le emozioni medesime sono consumate perché siano vincenti. In parole povere: per rispettare Aristotele occorre che il tempo impiegato a cuocere la pizza sia lo stesso impiegato per mangiarla. E non sembra che – nel caso – si possa affermare il contrario. Dice poi Aristotele che i fatti emozionanti devono essere ambientati in un unico luogo: la napoletanità della pizza napoletana (sull’aggettivo “napoletana” si tornerà, comunque) non ammette repliche. Per dire, William Shakespeare ambientò Antonio e Cleopatra parte a Roma, parte ad Alessandria d’Egitto, parte a Azio, parte su una nave alla fonda nel Mediterraneo: Shakespeare non rispettava le regole aristoteliche quanto la pizza!

Infine, secondo Aristotele i fatti portatori di emozioni devono occupare una trama univoca (un solo conflitto, una sola minaccia, un solo errore… non si può, per dire, parlare al tempo stesso dei guai di Lear e del suo ministro Conte di Gloucester, mannaggia a Shakespeare!): su questo, la pizza napoletana ha dovuto lavorare, ma alla fine ha raggiunto il risultato. Nel senso che l’accoppiata farina, pomodoro, mozzarella e basilico – in origine tutt’altro che un’unità di azione – ha finito per diventare una famiglia di fatto. Indissolubile: l’unità d’azione è salva, appunto. Vediamo come.

Ci tocca tornare sull’aggettivo “napoletana” aggregato al sostantivo pizza. La pizza – patrimonio dell’umanità – in origine era pizza e basta; diversa da quella di oggi. Se vi capiterà di andare ai Tribunali a Napoli, accostatevi a quei locali raggomitolati sulle proprie scale e salette e chiedete, dalla vetrina, una pizza: vi daranno una meraviglia fritta ripiena di ricotta. Senza pomodoro, senza mozzarella, senza basilico. La pizza, appunto. Pensate a Giuseppe Marotta e al suo Oro di Napoli: quando De Sica ne fece un film a episodi (uno splendido film) mise Sofia Loren a fare la pizzaiola e Paolo Stoppa a fare un vedovo che invece di assistere alla morte della moglie se ne scappava “abbascio” a comprare pizze, pizze fritte con la ricotta. Senza pomodoro né mozzarella né basilico, appunto. Così era la pizza (napoletana) in origine. Poi venne l’Italia con la gaiezza amena della regina Margherita di Savoia (regina consorte di Umberto I).

Vediamo: dopo lo sposalizio nel 1868, il principe Umberto di Savoia e la principessa Margherita decisero di spostare la loro residenza a Napoli. L’Italia era fatta, male ma era fatta; occorreva fare gli italiani e i napoletani erano soprattutto napoletani, altro che italiani! Per esempio, i sostenitori dell’Unità e dei Savoia, fin da subito dopo l’arrivo di Garibaldi in città, ruotavano intorno a un giornale scritto in napoletano e chiamato ‘O cuorpo ‘e Napule. In occasione del primo viaggio di Vittorio Emanuele II a Napoli, nel 1862,i redattori e i collaboratori di ‘O cuorpo ‘e Napule organizzarono una manifestazione di piazza davanti al Teatro San Carlino contro il grande Pulcinella Antonio Petito accusato di eccessiva vernacolirità antitaliana: troppo napoletano, Pulcinella! E l’organo ufficiale,‘O cuorpo ‘e Napule, in napoletano spiegò: «Vittorio Emanuele nzieme co Rattazzi jette a San Carlino pe vedè li costume de lu popolo vascio nuostro, e pe gustà lo carattere buffo de lo Pulecenella napoletano che nisciuno paese possede. Mperò co tutto ca simmo perzuase ca l’attore pe fa meglio facetteno peggio, pure dicimmo e lo dicimmo co ddispiacere che chillo non era spettacolo da offrirse a no Re». Per inciso: ci scappò il morto, perché nel parapiglia fu divelto un palo della luce che cadde addosso a un vecchio debole di cuore. Sennonché c’era da ricucire uno strappo ed è per questo che Umberto e Margherita si trasferirono a Napoli.

Nel 1868, s’è detto, i Savoia compirono il grande passo di conciliazione, al quale i pizzaiuoli napoletani si proposero di rispondere degnamente. E la soluzione fu quella di aggiungere pomodoro e basilico alla pizza, in modo da tricolorizzarla, una bandiera italiana alla napoletana. E, per eccesso di zelo, detta pizza fu chiamata pure Margherita, in omaggio alla savoiarda torinese. Ed è per questa strada tortuosa che la pizza (napoletana) ha saputo conquistare la sua unità d’azione aristotelica, facendosi italo-napoletana; ciò che oggi per brevità sopra Napoli chiamano “pizza alla romana”. Ditelo all’Unesco, che ha celebrato la pizza “napoletana” come strumento contro la marginalità.