Aris Accornero che stava, senza miti, sempre dalla parte degli operai

Con Aris Accornero ci lascia non solo un professore, un sociologo, ma uno studioso che stava dalla parte degli operai. Che però non era certo quello che oggi potremmo chiamare un “populista”, o un demagogo. Ovvero non sposava indifferentemente tutte le prese di posizione degli operai, tutte le iniziative del mondo del lavoro. Studiava la realtà così come era e non come avrebbe voluto che fosse. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che nel 1980, prima della sonora sconfitta che chiuse 35 giorni di lotta, aveva condotto un’inchiesta  fonte di grandi polemiche. Perché ne era scaturito il fatto che “la maggioranza relativa dei lavoratori era per la cooperazione fra lavoratori e padroni”. Aveva commentato Accornero:  “Mi saltarono addosso come se fossi un matto!”.

Un cervello lucido. Autodidatta, nato ad Asti nel 1931, aveva cominciato la sua attività  come giornalista dopo essere stato licenziato per rappresaglia (era il tempo della caccia ai comunisti) non dalla Fiat, come scrivono in molti, bensì dalla Riv Skf, una  fabbrica torinese di cuscinetti a sfera.

Lo troviamo, negli anni ’60, (prima di andare a Roma, assunto alla redazione  de l’Unità), accanto agli operaisti dei “Quaderni rossi” con Renato Panzieri, Mario Tronti, Massimo Cacciari, Vittorio Foa, Gianni Alasia, Sergio Garavini, Emilio Pugno, Bianca Beccalli, Rita Di Leo, Antonio Negri, Massimo Paci, Michele Salvati, Umberto Coldagelli, Goffredo Fofi, Paolo Santi.  Fa un po’ da ponte con la sinistra ufficiale del Pci e collabora poi a un altra pubblicazione  “Classe operaia”,  con uno pseudonimo.

Il suo primo libro è titolato “Fiat confino. Storia della O.S.R.”. Era l’officina Sussidiaria Ricambi ribattezzata  Officina Stella Rossa. Qui la Fiat di Valletta aveva inviato 130 lavoratori considerati “facinorosi”, quasi tutti comunisti o socialisti.

Gli altri suoi libri tracciano il percorso diversificato del mondo del lavoro. Basta leggere  alcuni titoli per capire: “Quando c’era la classe operaia. Storie di vita e di lotte al cotonificio Valle Susa”, “San Precario lavora per noi. Gli impieghi temporanei in Italia”,“Era il secolo del lavoro”, “L’ultimo tabù. Lavorare con meno vincoli e più responsabilità”, “Il mondo della produzione. Sociologia del lavoro e dell’industria”, “La parabola del sindacato. Sono temi che testimoniano quel che dicevamo all’inizio: l’autonomia di pensiero.

 Io l’ho conosciuto come caposervizio a “l’Unità”, prima che diventasse  professore emerito di sociologia industriale presso l’Università “La Sapienza”. Era di una puntualità certosina, con un’unica distrazione: la scesa al bar alle 17 per una tazza di te. Il servizio sindacale del giornale a quell’epoca aveva nomi come Renzo Stefanelli, Diamante Limiti, Stefano Cingolani, Lina Tamburrino…. E a Milano Adriano Guerra,  Adriano Aldomoreschi, Orazio Pizzigoni, Romano Bonifacci, Marco Marchetti… Ricordo polemiche e scontri per un editoriale di Aris poi corretto dove si accennava alla possibile abolizione del “profitto”. Così come  mi è rimasta impressa una sua lettera personale in cui mi invitava a leggere una serie di libri. Questo perché in un pezzo avevo citato, in modo a lui sgradito, l’Attilio Regolo che invocava “la patria è un tutto di cui  siam parti. Al cittadino è fallo considerar se stesso separato da lei”…

Un secondo pezzo della vita di Accornero comincia quando abbandona il giornale e va a lavorare accanto ad Agostino Novella, segretario generale della Cgil. Entra quindi al centro  del soggetto che rappresenta una grossa parte di quel mondo che ha cominciato a studiare. Qui dirige le più importanti pubblicazioni confederali, come i “Quaderni di Rassegna sindacale” e la rivista unitaria “Sindacato”.

Ho avuto modo di ritornare  a lavorare accanto a lui, qualche anno fa,  nel gruppo che aveva coordinato un’inchiesta  sul “lavoro che cambia” accanto a Cesare Damiano, Mimmo Carrieri, Igor Piotto. E anche qui aveva testimoniato la sua ansia di conoscere, indagare sui cambiamenti.  Aveva scritto nel suo volume dedicato alla lotta sindacale protrattasi negli anni ’60, per cinque mesi ai Cotonifici Valle Susa: “Oggi la classe operaia non è sparita bensì mutata e non sappiamo ancora bene come ne tanto meno cosa sia il lavoro dopo la classe”. Insomma Aris non era un teorico della “fine del lavoro”, come Jeremy Rifkin, e quindi della fine del sindacato. Semmai un teorico dei cambiamenti da indagare nel mondo del lavoro, atti a cambiare il modo d’essere del sindacato. La sua presenza mancherà a molti.