Apocalisse
dei playoff

N’apocalisse. Lo ha detto il presidente della Federcalcio, Carlo Tavecchio, un paio di mesi fa: se l’Italia non dovesse andare ai mondiali sarebbe un’apocalisse. E chissà se stesse pensando a quel vecchio personaggio di Enrico Montesano che concludeva le sue considerazioni sempre allo stesso modo, “N’apocalisse…” appunto, o piuttosto alla propria poltrona che diventerebbe vacillante in caso di mancata qualificazione degli azzurri alla rassegna del prossimo anno in Russia. Per andarci, dobbiamo battere la Svezia, neanche un colosso del settore – priva anche del suo giocatore più rappresentativo, Ibrahimovic, ma forse questo è più una vantaggio per loro data la parabola discendente del fuoriclasse giramondo – nel doppio confronto che tiene sulle spine tutto un ambiente.

Difficile dire se una eventuale esclusione, getterebbe il paese nel lutto calcistico. Abbiamo seri dubbi. Una catastrofe certo; però il tempo del lancio dei pomodori è finito da un pezzo. Per fortuna. La nazionale non è in cima ai pensieri dei tifosi. Soprattutto quando non si vince più qualcosa da 11 anni. I caroselli per le strade e le piazze sono un lontano ricordo dell’estate 2006. Meglio seguire e appassionarsi alle vicende del proprio club (nell’orticello di casa, perché anche lì il raccolto internazionale è magro: ad eccezione della Juve, non c’è traccia di italiane nelle coppe europee).

Una sola volta l’Italia del calcio non ha preso parte alla fase finale dei campionati (ai primi, nel 1930, non vi partecipammo). Accadde 60 anni fa, gennaio 1958. Fummo buttati fuori dall’Irlanda del Nord. Quella nazionale, guidata da Alfredo Foni, era imbottita di oriundi. A Belfast in attacco c’erano gli uruguaiani Schiaffino e Ghiggia, l’argentino Montuori, il brasiliano Da Costa. Solo il numero 9 era italiano: Pivatelli. Perdemmo 2-1. Altri tempi, altre epoche. Stesse polemiche (più o meno).

La nazionale di Ventura non piace: è una squadra senza fisionomia, umiliata dalla Spagna, spesso vittima di cervellotiche scelte di modulo del tecnico che la guida. Ma è una squadra che paga anche un periodo grigio del nostro calcio. Quasi in simbiosi con una realtà difficile e precaria che sta fuori dagli stadi. L’Italia pallonara viene da due clamorosi fallimenti, i mondiali del 2010 e quelli del 2014. Non un caso ma la conseguenza di una politica fallimentare. Il campo, i gol, la fortuna, la difesa e l’attacco, il 4-4-2 oppure il 4-3-3 c’entrano. Ma fino ad un certo punto.

Quando Costa Rica e Uruguay ci eliminarono nella prima fase del Mondiale di Brasile 2014, si andarono a spulciare certe statistiche. Noi eravamo ultimi. Ultimi secondo il Cies, che è il Centro internazionale per gli studi sullo sport, che segnalava come la nostra Serie A fosse in fondo sotto la voce: numero di calciatori tesserati dal club in cui sono cresciuti. 8,4% diceva lo studio. Vale a dire, su 100 giocatori di A solo 8 corrono per il club che li ha formati. Era così quattro anni fa, secondo quello che pubblicò la Gazzetta dello Sport. Ultimi, preceduti anche da bielorussi, bulgari e ciprioti. Come dire che i nostri settori giovanili sono incapaci di produrre giocatori. Perché le società non investono sui i giovani, al contrario ad esempio di quanto avviene in Bundesliga, il campionato tedesco. Lì un club mette 4,4 milioni per il vivaio, qui 2,75 milioni.

Dove sono i nuovi Pirlo, Buffon, Baggio, Maldini, Del Piero, Totti? Non ne abbiamo, non ne fabbrichiamo più. Ci aggrappiamo ai vari Insigne e Verratti, a Belotti e a Immobile, ottimi giocatori, ma non di quelli super. La serie A pesca poco, pochissimo dalla Under 21. All’estero succede il contrario. Almeno in Spagna e Germania.

Poi c’è il problema stranieri. Si preferisce acquistare fuori, anche elementi mediocri ma esperti, perché l’importante è restare in Serie A, dove c’è da spartirsi i proventi dei diritti tv. I soldi non vengono reinvestiti sui settori giovanili, se non in rari casi. Può accadere quindi che a San Siro, aprile 2016, in Inter-Udinese ci siano 22 stranieri in campo. E per i ragazzi nati in Italia da genitori non italiani, la trafila è lunga e difficile come per gli altri giovani. Nonostante le squadre siano piene di ragazzi di origini extracomunitarie. Piuttosto non funziona da serbatoio il campionato Primavera, dove si mescolano ben 42 squadre ma non c’è selezione perché le partite vere sono poche, troppa netta la differenza tra big e comprimarie. Né aiutano le scuole calcio dove giocano tutti perché tutti pagano.

Ecco, la nazionale di Ventura si porta dietro questo fardello. Dovesse farcela ad andare in Russia, come ci auguriamo, i problemi rimarrebbero tutti in piedi. N’apocalisse, comunque.