Antonio, che si è salvato dalla strada
scegliendo di lavorare con il sindacato

“La mia è una storia come tante e non saprei come iniziarla”. La frase di Antonio può essere letta in due modi: che questo giovane napoletano abbia una modestia innata o che la sua condizione possa essere generalizzata. In entrambi i casi, però, ci troviamo di fronte a una persona consapevole, che ammette di aver fatto a volte anche scelte sbagliate, che ha rischiato di rimanere intrappolato tra i tentacoli vischiosi della sua città, ma a un certo punto ha fatto il salto decisivo ed è passato dall’altra parte.

Quella vita tra violenze e rabbia

“E’ nata lei, la mia coscienza, la mia anima. Ho conosciuto la paura di morire, fino ad allora non avevo mai provato nulla di simile”, ammette Antonio, parlando della figlia. Eppure, sulla strada, nelle immancabili risse alle quali prendeva parte, non aveva mai temuto la morte. I pugni in faccia, il dolore fisico, si placavano solo quando aveva assestato tutti i colpi messi a disposizione dalla rabbia. Il nemico del momento doveva per forza perdere e lui vincere. La zona centrale di Napoli era il suo ring.

“Mia madre da bambino mi diceva sempre: impara da tutti e non prendere esempio da nessuno”. Un simile consiglio può lasciare nel dubbio: imparare da tutti, in una città in cui illegalità e legalità fanno a cazzotti come bellezza e degrado, voleva significare apprendere dai piccoli/grandi atti di illegalità come dai piccoli/grandi gesti di umanità? E non prendere esempio da nessuno poteva voler dire rimanere distaccato sia dagli esempi negativi che da quelli positivi?

Antonio viene da una famiglia dove i criteri di normalità spesso sono altri. I suoi genitori “facevano sigarette”, erano cioè dediti al contrabbando. La madre era cresciuta a sua volta in una nota e antica famiglia di camorristi, mentre quella del padre era stata sempre impegnata nella ristorazione. A pensarci bene, due immagini iconografiche di Napoli, che dimostrano come certi stereotipi rappresentino una fissazione di realtà e ruoli ripetuti, usuali, ai quali può essere difficile sfuggire.

Quali sono le regole giuste in una periferia?

“Nei quartieri una volta esistevano “regole”, non si poteva rubare, fabbricare o vendere senza permesso. Oggi sono tutti cani sciolti”. Antonio ci porta in un mondo in cui regola è la gerarchia del potere parallelo, regola è l’appartenenza e il rispetto verso questa, regola è la vita di strada, regola è la sopravvivenza, l’abbandono scolastico, i cassonetti traboccanti di monnezza. Ma regola è anche la canzone cantata a squarciagola nei vicoli, o la pizza fritta, o l’acqua di scolo delle pescherie all’aperto, regola è il panorama da Castel Sant’Elmo, e i senzatetto vicini ai parcheggiatori abusivi…Un mucchio di luoghi comuni, appunto, e di altrettante realtà mescolate tra loro, che impediscono al mondo di fuori di capire perfettamente come questo gioco funzioni e chi, alla fine, vinca o perda davvero.

Antonio ammette che lì dentro le sigarette possano essere “meglio” della droga, o la vendita di merce contraffatta frutto delle rapine; si tira a campare, perché inevitabilmente si creano diversi livelli di illegalità quando lo Stato non riesce ad eliminare la disoccupazione e, nello stesso tempo, la gente è restia al cambiamento. “Noi tutti dovremmo essere il cambiamento. Qualcuno una volta ha detto che il mondo è così marcio non per colpa del malaffare, ma per l’inerzia dei giusti, che restano a guardare e nulla fanno per cambiare gli eventi”.

E proprio quel cambiamento necessario alla svolta in lui lo ha prodotto l’incontro con il mondo sindacale: un compagno della Cgil, in un momento di rabbia e sconforto particolari, gli disse “con il sindacato possiamo combattere le ingiustizie”. Il sindacato non è inclemente come la strada. Se sbagli, puoi recuperare. E così Antonio ha iniziato la sua attività “allargando sempre le braccia a chi ha bisogno di essere protetto”. Ha toccato con mano l’ingiustizia e lo sfruttamento dei lavoratori, soprattutto delle donne impiegate part time nei distretti Asl, quelle alle quali alcune ditte appaltatrici dei lavori di pulizia danno appena 400-500 euro, costringendole a fare altro per arrivare a stento a fine mese.

La scelta di occuparsi degli sfruttati

“La camorra può sembrare addirittura un capro espiatorio, perché in fondo siamo tutti camorristi quando ci approfittiamo delle povere persone”: una considerazione amara, che non salva nessuno. “Lo Stato è presente a Napoli? Forse, ma è molto discreto. Ho notato un certo cambiamento in centro città, ma nelle periferie come Scampia o Giugliano, o nel casertano, siamo rovinati”.

A chi ha perso la fiducia nel sindacato la vicenda di Antonio insegna come ci si possa salvare anche attraverso di esso. I genitori, di appena una ventina di anni più grandi di lui, adesso li vede poco. Il padre non è stato docile. Obbediva a quelle regole non scritte cui il figlio si sottraeva. Capitava per questo che facesse dormire quel figlio “scemo”, perché buono, la notte fuori dalla porta anche a 12 anni, o che lo lasciasse il giorno di Natale a mangiare da solo, per punirlo per qualche sciocchezza. Subito dopo le medie, Antonio ha iniziato così a lavorare in un ristorante; la sera metteva da parte il pasto per il giorno dopo, che scaldava a pranzo. Anni di sacrifici, anni al limite.

Oggi ha una moglie, alla quale deve molto, – “ho vissuto tutta la mia vita per aspettarla”, dice – ed è padre di due figli, ai quali cerca di dare ciò che può e di far capire loro che non tutto si può, perché “a volte bisogna accontentarsi”.
La dignità del lavoro: questa storia insegna che solo da essa passa il riscatto individuale e collettivo. E, nello stesso tempo, fa capire quali grandi colpe e responsabilità abbia chi da secoli continua a sfruttarlo, scipparlo, negarlo.