Annunziata Verità, la ragazza ribelle
che si salvò dalla fucilazione fascista

Annunziata Verità da ragazza

Il contributo delle donne italiane alla Resistenza antifascista è stato nei primi decenni del dopoguerra a lungo sottovalutato e sottaciuto, prevalentemente relegato ad un ruolo ausiliario, quello delle staffette, delle infermiere, quelle che assistono, aiutano e sfamano il proprio uomo e i suoi compagni di lotta. C’è voluto molto tempo e l’affermazione progressiva di nuovi diritti e di nuova emancipazione sociale e civile perché si facesse strada anche nella storiografia e nella memorialistica una consapevolezza più piena del loro effettivo protagonismo nella lotta partigiana, in nessun caso secondo a quello degli uomini. Anzi esse hanno piuttosto lottato e combattuto per una libertà più piena di quella agognata dai loro compagni: una libertà e una vita civile e sociale che comprendesse anche l’uguaglianza fra uomini e donne e gli stessi diritti, nel lavoro, nella società, in casa. Nell’immediato dopoguerra hanno avuto riconosciuti i diritti politici attivi e passivi, il voto e la possibilità di essere elette, ma hanno faticato a vedere affermati pari diritti civili e ruoli sociali adeguati: ci sono voluti il decennio riformatore degli anni Settanta e le lotte delle donne, con lo Statuto dei lavoratori, il nuovo diritto di famiglia, le leggi sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza, perché si iniziasse ad avvicinare una emancipazione più ricca di pari opportunità. Parità ancora oggi spesso messa in discussione da reiterati tentativi di tornare indietro e da palesi trattamenti ineguali nel lavoro e nel salario.

Se, nel dopoguerra, come si è spesso sostenuto, la Resistenza è stata per alcuni versi tradita perché le cose che dovevano essere morte hanno talvolta afferrato le cose vive e nuove, se lo spirito di conservazione ha a lungo frenato il progresso delle idee e dei valori, per la vita delle donne, delle nostre nonne e delle nostre madri, questo è stato ancor più vero. Tradizionalismo, oscurantismo e bigotteria hanno inizialmente influenzato pesantemente anche le forze migliori e più avanzate uscite dalla Liberazione e quasi inconsapevolmente hanno teso a sminuire il ruolo straordinario della componente femminile nella lotta partigiana, quasi si avesse il timore che fosse un argomento impopolare e che si dovesse poi riconoscere anche altro. Fortunatamente negli ultimi decenni, anche grazie ad una storiografia di donne sulle donne, qualcosa è cambiato e sono venuti sempre più in luce i dati di fatto effettivi e i caratteri forti, e anche tragici, del protagonismo femminile nella lotta di liberazione. Le donne non hanno fatto solo le staffette, le crocerossine, le assistenti, ma hanno rischiato come gli uomini, hanno patito allo stesso modo arresti, torture, violenze, deportazioni e fucilazioni: si calcolano in 35.000 le donne partigiane e in 70.000 le iscritte ai Gruppi di difesa e ai Gap; ne sono state arrestate e torturate 4.653, deportate 2.750, fucilate o cadute in combattimento 2.900. Sedici sono le Medaglie d’Oro e 17 le Medaglie d’Argento.

Questo racconto-inchiesta di Claudio Visani vuole raccontare, tramite le vicende di Annunziata Verità, la storia avventurosa e rocambolesca di una di queste donne, un viaggio attraverso l’amore, la paura, la rabbia e lo sgomento di una giovane vita coinvolta suo malgrado dentro la cattiveria e la barbarie di un periodo oscuro, dove i mostri che albergano sempre nell’animo umano si sono scatenati nella violenza dell’odio e della guerra. Se la vita reale fosse un romanzo o un film, quella di questa ragazza, diciottenne nel 1944, si potrebbe intitolare “La donna che visse due volte”, riecheggiando il classico della letteratura gialla di Boileau e Narcejac e il relativo famosissimo film di Hitchcok (Vertigo) del 1958.

Annunziata nel 2018 davanti alla lapide ai caduti a Rivalta

Ma la vicenda di Nunziatina, benché abbia tutti gli ingredienti di un’avventura incredibile, è stata straordinariamente reale, con la sua bella dose di violenza brutale e di assurda ferocia subita dagli aguzzini, ma anche di rocambolesca e quasi miracolosa sopravvivenza sotto la catasta dei compagni fucilati, mentre venivano finiti con il colpo di grazia. Ed è una storia tutta inscritta dentro il corso dell’antifascismo e della Resistenza faentina nel periodo, breve ma che non finiva mai, che va dal 23 settembre del 1943 (nascita della Repubblica di Salò) al 17 dicembre 1944 (giorno della liberazione di Faenza). Quattordici mesi in cui un regime ormai morente incrudisce i propri comportamenti e sfoga, non solo sui combattenti antifascisti ma anche su civili inermi, tutta la frustrazione e la cattiveria delle cosiddette Brigate Nere e dei loro protettori nazisti. I miliziani sono quasi sempre giovani esaltati, alcuni a mala pena nati quando Mussolini nel 1922 prendeva il potere, cresciuti nel culto del nazionalismo fascista e della violenza, guidati da odio sanguinario verso quelli, i partigiani e gli antifascisti, che considerano traditori della patria e responsabili della sconfitta e della resa. Li guida, a Faenza, Raffaele Raffaeli, un uomo ancora giovanissimo ma spietato, freddo, crudele, allevato da un padre fanatico del fascismo, irriducibile fino all’ultimo.

Raffaeli, insieme con un pugno di anime nere suoi sodali, ceffi della peggior specie, inaugura un vero e proprio regime del terrore il cui centro logistico, divenuto tristemente famoso, è Villa San Prospero, ai piedi della collina di Castel Raniero: lì si svolgono i processi sommari, le percosse, le torture, le violenze; quando si entra in quel luogo è raro uscirne vivi o sani nel corpo e nella mente. Lì Annunziata Verità e i suoi quattro compagni di sventura, arrestati per rappresaglia, passano, tra l’11 e il 12 agosto del 1944, una notte da incubo prima di essere portati all’alba davanti al plotone di esecuzione della Brigata Nera, a ridosso del muro del cimitero di Rivalta. Claudio Visani, per descrivere lo stato d’animo e la pena di quella terribile notte fa appello ad una delle pagine più classicamente famose della letteratura europea, L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo, ma non c’è parola, non c’è linguaggio, non c’è letteratura che possa pienamente raccontare l’orrore e il terrore di quella calda notte d’estate e di quell’alba livida quando i condannati vengono portati verso il loro destino e capiscono che li ammazzeranno davvero.

Questa storia, a grandi linee si conosceva, così come tutti noi, che negli anni Sessanta e Settanta abbiamo partecipato alla grande stagione della rinascita dell’antifascismo in Italia, abbiamo conosciuto Annunziata, una donnina minuta, mite e fiera nello stesso tempo, che svolgeva serenamente il suo lavoro di “bidella” al Liceo Scientifico “F. Severi”, circondata però da un’aura quasi mitologica, quella di una ragazza che era stata fucilata ed era sopravvissuta, sepolta sotto i cadaveri degli altri giustiziati, sfuggita anche al colpo di grazia. Ma né lei né nessun altro l’aveva mai raccontata nei dettagli così come invece se l’è sentita raccontare Visani andando a più riprese a casa di Nunziatina, oggi una anziana, ma lucida, signora di 92 anni, e cercando anche le carte utili a vedere come erano andate a finire le storie personali degli aguzzini processati nel dopoguerra. Costoro se la sono quasi tutti cavata con poco, qualcuno come Raffaeli è riuscito a fuggire e a nascondersi per molti anni fino alla morte, aiutato da autorevoli e falsamente cristiane complicità, ma molti di coloro che la picchiarono e la fucilarono non hanno potuto evitare di trovarsi davanti, anche fisicamente, il volto dell’Annunziata che, negli anni successivi, li è andati a cercare, talvolta li ha trovati al bar o sul letto d’ospedale, ed è loro apparsa come un fantasma a restituire l’incubo alle loro notti.

In vespa con un’amica

Conosco Claudio Visani, l’autore di questo agile e appassionante racconto, da moltissimi anni, da quando negli anni Settanta abbiamo vissuto una comune militanza e condiviso la formazione alla vita pubblica. In testa al suo blog c’è scritto: “vent’anni a «l’Unità», dieci da libero professionista, qualcuno da freelance per «Il Venerdì» e «Viaggi di Repubblica», «Focus», «Huffington Post», «Globalist», qualche libro, un sito sul giornalismo, ora pensionato”. Pur dicendo molto, questo elenco è riduttivo nel suo schematismo, perché Visani è stato, per moltissimi anni, la penna più importante e autorevole de «l’Unità» per chi la leggeva in Emilia-Romagna, quando il giornale veniva distribuito da migliaia di volontari e poteva azzardare anche un inserto regionale quotidiano, quando «l’Unità» era ancora una cosa seria, prima che nella crisi del partitone, poi del partito, poi del partitino, nel danno che si è fatto a idee e valori, a vite e storie collettive che andavano rispettate e non neglette e disconosciute, si perdesse, anzi si uccidesse, anche una delle voci più prestigiose e stimate della stampa italiana, costringendo fior di professionisti, come Claudio Visani, a doversi reinventare la vita.

Ma anche nella nuova vita Claudio scrive, racconta storie reali, ci riconsegna epoche, avvenimenti, figure, talvolta tragiche, talvolta semplicemente ordinarie di un tempo che fu tremendo e straordinario. Ha ricostruito qualche tempo fa, con Viscardo Baldi, la storia dei comunisti a Brisighella, una vicenda singolare sviluppatasi nella terra che nel Novecento ha dato i natali a otto cardinali; più di recente ha contribuito a riscoprire gli avvenimenti che portarono, più o meno negli stessi primi giorni di agosto del 1944 nei quali Annunziata fu “fucilata”, alla strage nazifascista di Casale, recuperando l’identità di alcune delle vittime, rimaste per troppo tempo senza nome. Non c’è nulla di epico, nulla di retorico, nelle sue storie. C’è solo il racconto nudo e crudo, poco condito dalla fantasia, come ha sempre fatto da giornalista: d’altra parte racconta fatti, come questo dell’Annunziata, che sono di per sé più che un romanzo, più che una drammatica avventura. Sono storie, a volte assurde e ai confini della realtà, che servono a ricordarci fin dove l’odio e la cattiveria ci hanno spinto appena solo l’altro ieri. Sono certo che di questi racconti ne vedremo degli altri, che Claudio continuerà a cercare, mosso da quella febbre di tornare alla propria terra, alla sua gente, alla sua schiettezza, alla sua autenticità, per depositare, anche in un tempo così falso e freddo, qualche sentimento di calore nella nostra memoria.

 

Il testo pubblicato è la prefazione al libro

Claudio  Visani

La ragazza ribelle

Carta bianca editore