Andrea Costa, un socialista da ricordare non solo con una lapide di marmo

La lapide sopravvive da decenni, consegnandogli un’esistenza marmorea: «Andrea Costa, apostolo del socialismo». Ci si passa davanti oramai senza farci caso, attraversando uno dei corsi principali della sua città natale, Imola, dove nacque, il 30 novembre del 1851. Fu proprio in questo lembo di Romagna che Andrea Costa si avvicinò ai movimenti anarchici e contadini, assumendo un ruolo di primo piano nelle rivendicazioni salariali e sociali dei braccianti. La vicinanza al movimento anarchico, di cui fu animatore in Romagna, nacque dall’incontro essenziale con Bakunin e dalla fascinazione per l’esperienza rivoluzionaria della Comune parigina: sono gli anni dell’apprendistato politico di Costa, che si impegna per dare voce alle lotte dei subalterni, partecipando al movimento anarchico. Ai Prati di Caprara, grande parco bolognese, proprio in quegli anni, si tentò un progetto insurrezionalista, destinato però a non aver successo: progetto guidato dallo stesso Costa, insieme a Bakunin e ad altri anarchici emiliano-romagnoli.

Lo racconta Riccardo Bacchelli, in un suo memorabile romanzo, Il diavolo a Pontelungo. La lettera di Costa «agli amici di Romagna» (1879) segna invece il passaggio dall’anarchismo al socialismo, con la fondazione nel 1881 del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, trasformatosi successivamente in Partito Socialista Rivoluzionario Italiano. In quegli anni, Costa viene eletto deputato nazionale, con i voti decisivi del collegio di Ravenna: è il primo parlamentare socialista della storia d’Italia, eletto fra le fila di un partito che sarà poi l’antesignano del futuro PSI, fondato nel 1892.

La storia di Costa si intreccia decisamente ai valori e alle pratiche del mutualismo; alle esperienze cooperative e auto-organizzative che hanno fatto dell’imolese uno spazio in cui si sono realizzate, come cifra di un singolare modello economico, politico e culturale, la solidarietà e la condivisione. E la storia di Imola e del suo territorio si intrecciano, a loro volta, ai valori espressi da Costa e dal suo particolare modo di interpretare il politico. Oggi, in termini dispregiativi, si direbbe che questo socialista indomito e mai dogmatico altro non è che un «populista : perché vicino al popolo, alle sue sofferenze e alle sue rivendicazioni. E perché viene identificato da quello stesso «popolo» fatto di braccianti e piccoli artigiani come un interlocutore, un vero «rappresentante» che possa aiutarli nel cammino accidentato verso l’emancipazione.

Senz’altro il populismo costiano, come testimoniano tante tracce e documenti storici ( si segnala la buona biografia realizzata da Nazario Galassi alla fine degli anni Ottanta e pubblicata da Feltrinelli), nasce da una solidarietà umana, un’empatia reale nei confronti delle sofferenze degli ultimi. Ma nasce anche dalla sua natura riottosa, tenace e ferma: molte delle sue avventure politiche si concludono con l’arresto o con l’allontanamento dalla città in cui si trova, in un’epoca segnata da una feroce repressione anti-anarchica. Un apostolo del socialismo, come recita la lapide, ma anche il protagonista di battaglie politiche violente, alle quali partecipa senza mai sottrarsi, in un contesto che supera i confini nazionali si estende sul piano europeo: a Parigi, dove viene anche imprigionato, e in Svizzera.

A Imola, un secolo e mezzo dopo la sua nascita e un secolo dopo la sua morte, resiste la sua effigie. Decora le stanze del movimento cooperativo e le sedi dei partiti che ne rivendicano l’eredità. Ne La Cina è vicina di Marco Bellocchio, a vegliare sui partecipanti ad un’iniziativa politica dei socialisti imolesi c’è il classico ritratto coi baffi di Costa. Un ritratto che resiste e che si intreccia inevitabilmente alla storia politica della città, nonostante le scosse e i terremoti politici degli ultimi mesi. Perché nel giugno di quest’anno, dopo molti decenni di egemonia, il centrosinistra è uscito sconfitto dal primo ballottaggio della storia democratica della città. A Imola, fin dal dopoguerra, il PCI e il PSI avevano la avuto maggioranza assoluta negli organi del governo locale. Un’egemonia non solo politica, ma che si è a lungo estesa all’ambito economico e culturale. Il Pci ha infatti, per decenni, organizzato e diretto la vita democratica ed economica della città, con una presenza notevole nel suo tessuto cooperativo e nei suoi corpi intermedi. E il modello imolese è per lungo tempo stato sinonimo di welfare universale, piena occupazione, sanità pubblica e di un imprenditoria etica, legata ai valori del cooperazione. Il « modello emiliano» trovava proprio qui, nella prima città della Romagna, la sua più efficace e fulgida realizzazione.

Ma alla crisi economica, che ha comportato la chiusura di alcune importanti realtà cooperative del territorio (come, ad esempio, la CESI), si è accompagnata anche una profonda crisi della rappresentanza. Il Partito, nelle sue più recenti trasformazioni, fino al PD, è apparso come sempre più lontano dalla vita delle persone— e questa lontananza si è senz’altro accennata con l’arrivo della crisi economica. La classe dirigente locale si è arroccata nel difendere le proprie posizioni di potere, rincorrendo spesso velleitari salti di carriera. Una distanza reale, percepita nitidamente dagli elettori, che alle scorse comunali hanno scelto il Movimento 5 Stelle e la sua candidata, Manuela Sangiorgi, nel ballottaggio contro la candidata del PD, una « civica » sprovvista di esperienza amministrativa o militante.

Se si vuole osservare da vicino lo sfarinamento, la labilità dell’Emilia Rossa come modello politico e culturale, Imola forse è il luogo da cui iniziare. È qui che, fin dalla fine dell’Ottocento, si è costruito un modello politico e culturale alternativo. È qui che, durante la seconda guerra mondiale, si è combattuta una resistenza popolare, in pianura come sui calanchi appenninici. È qui che, nel corso del secondo Novecento, la sinistra ha costruito e rinforzato un modello politico e culturale egemone. Ed è sempre qui che, nel giro di pochi anni, una gestione personalistica del potere, unita all’inconsistenza politica e alla distanza, sempre più forte, dalle persone che il centrosinistra ha perso la propria identità e i posti di comando che aveva così strenuamente difeso.

Ma non ha alcun senso associare Costa, la densità della sua elaborazione teorica e la grandezza del suo tracciato biografico, alla locale classe dirigente. Questo breve ricordo di Andrea Costa, in occasione della sua nascita, vuole piuttosto esserne un invito a leggerne i discorsi e a conoscerne meglio la storia, che è poi la storia degli albori del socialismo italiano. Un invito però da estendere anche all’amministrazione imolese, affinché si adoperi per creare, nei prossimi anni, un centro di ricerca e di documentazione su Andrea Costa e sui movimenti anarchici e socialisti nell’Ottocento. A un secolo dalla morte del romagnolino, come lo chiamava scherzosamente il suo maestro Giosuè Carducci, si tratterebbe di una scelta politica e culturale più che mai necessaria. Sarebbe un modo per portare a Imola ricercatori e studiosi che, a partire dall’esperienza di Costa, studino la storia di questi luoghi, intrecciandola alla storia d’Italia e d’Europa, pubblicando ricerche e impegnandosi a svolgere un’opera di divulgazione e di diffusione, affinché l’eredità costiana non resti semplicemente un’effigie, ma riprenda a vivere. Non semplicemente come oggetto storico o traccia di memoria, ma come eredità presente, che si inserisce nella più stringente attualità, imponendoci di ripensare il politico e le sue categorie.