Andrea Agnelli
assolto. O quasi

Sconto pena sempre. La giustizia sportiva, molto pilatesca, spesso fa così e finisce per ammorbidire le sanzioni in seconda battuta. E più si sale nelle gerarchie e nel rango, più la magnanimità è d’uopo, avrebbe detto Totò.

Dunque, Andrea Agnelli e la Juventus sono stati praticamente assolti – anche se si preferisce dire che il ricorso degli accusati è stato parzialmente accolto –  dall’aver venduto biglietti agli ultrà in mano alla ’ndrangheta calabrese. Nella prima sentenza (a metà settembre scorso), il presidente bianconero era stato condannato a 12 mesi di squalifica. Adesso la seconda sentenza della Corte d’Appello della Federcalcio ha detto che può bastare così. L’inibizione finisce qui (Agnelli ha scontato tre mesi). Paghi 100 mila euro di multa e non ne parliamo più. Paghi una maximulta di 600mila euro la società. Anzi, chiudiamo anche una curva per una partita. Ma sì, crepi l’avarizia, avrebbe detto sempre Totò. Assolti anche gli altri dirigenti juventini responsabili di biglietti e sicurezza. Circa i rapporti con la ’ndrangheta già nella prima sentenza sportiva (e nel processo della magistratura ordinaria dove i vertici Juve erano stati solo testimoni) si chiariva che Agnelli e i suoi collaboratori non sapevano che quei signori a cui venivano dati i biglietti avevano qualche problema con la giustizia. Certo, una faccenda perlomeno imbarazzante lo è stata.

A rifletterci, un week end favoloso per i colori bianconeri. Sul campo (a Bologna), nelle aule di giustizia (sportiva) e nel ricordo del passato. Perché vedere ritornare in Italia le spoglie di Vittorio Emanuele III non può che aver fatto piacere all’entourage torinese. Certo, Dybala o Mandzukic neanche sanno, e giustamente, chi fosse il Savoia in questione. Forse neanche Platini e Boniek sapevano di più su Umberto II quando il magazziniere gli diede da indossare al braccio la fascia nera per la morte del cosiddetto “re di maggio”. Era il marzo del 1983, la Juve giocava a Pisa (0-0), Gianni Agnelli volle ricordare così l’ultimo  monarca sabaudo. Lo stile Juve è anche questo.

Peccato che a rovinare un po’ l’atmosfera positiva ci si siano messi una cinquantina di ultrà juventini (ancora loro) che a Bologna, vestiti di nero e con i bracci tesi, cantavano quella canzoncina che faceva “me ne frego della galera, camicia nera trionferà…”. Un bel quadretto sotto gli occhi dei poliziotti e vicino alla curva intitolata ad Arpad Weisz, vincitore di quattro scudetti negli anni Trenta, finito in una camera a gas ad Auschwitz, come la bella moglie e i due figli. Weisz era un allenatore ebreo.

Non si può, obiettivamente, controllare tutto e tutti. Però un rigo, una parola, una frase della società, giusto per dire “cari ultrà, state alla larga da noi”, uno se lo aspetterebbe. Silenzio, a meno di ripensamenti dell’ultima ora. Si sa, lo stile Juve è anche questo: sopire, troncare, troncare, sopire.

Di silenzi, del resto, si nutre tutto il calcio nostrano. Si chiama omertà. E su fatti ben più gravi degli squadristi di Bologna. Lo ha detto Rosy Bindi parlando con i giornalisti della relazione della Commissione Antimafia in tema di mafie e sport: “Non poteva non destare la nostra attenzione il fatto che persino la società calcistica più importante d’Italia venisse raggiunta dall’interesse delle organizzazioni mafiose. Non c’è stata una complicità consapevole ma la società (cioè la Juve ndr) non è stata vittima. C’è stata una sottovalutazione del rischio, ma questo lo abbiamo constatato nell’interlocuzione con diverse società calcistiche… Tutti i presidenti hanno risposto alle nostre domande: “Non lo so, non lo sapevo, non era compito mio…”. E questo non va bene”.

Altri casi hanno interessato la Commissione: oltre la Juve,  Napoli, Lazio, Catania e Genoa. “Le risultanze dell’inchiesta parlamentare – è scritto nella relazione dell’Antimafia – hanno consentito di rilevare varie forme, sempre più profonde, di osmosi tra la criminalità organizzata, la criminalità comune e le frange violente del tifo organizzato nelle quali si annida anche il germe dell’estremismo politico…”.

Ecco, con la vicenda Juve-ultrà si è persa un’altra occasione per capire bene come stiano le cose tra il tifo estremista (non solo di curva, dove peraltro ci va tanta gente onesta e tranquilla che non può sopportare il costo dei biglietti in altri settori) e le società di calcio. Che andrebbero anche aiutate a far fronte a questa continua emergenza. Invece ricatti, minacce e  rappresaglie sono frequenti e celati. I club e chi governa il pallone continuano a infilare la testa nella sabbia.