Anche all’opposizione
si deve fare politica

Il paradosso italiano non finisce mai di stupire. Siamo diventati un paese che sperimenta un bipolarismo zoppo in cui i due poli sono forti ma non in grado di governare e il partito sconfitto alle elezioni diventa paradossalmente l’ago della bilancia proprio mentre – politicamente e psicologicamente – non appare in grado di svolger questo ruolo. Intendiamoci il bipolarismo “incompiuto” non lo abbiamo inventato noi. I liberali tedeschi – per fare un esempio – per decenni hanno collaborato al governo con chi vinceva le elezioni e magari non aveva la maggioranza assoluta (succede nei sistemi proporzionali). Ma i liberali non erano un partito a vocazione maggioritaria e i due partner, pur nella loro diversità profonda, avevano un radicamento politico istituzionale indiscutibile. Quando questo ruolo di eterni terzi, la cui esistenza in vita era garantita dal fatto che nessuno dei primi due aveva interesse alla loro scomparsa, è venuto meno (con l’emergere di quarte forze come i verdi e poi delle quinte e delle seste) il giochino ha smesso di funzionare. Per fare un altro esempio internazionale mi viene da pensare alla sorte dei liberal-democratici inglesi, partito promettente europeista e nuovo che per una legislatura ha permesso ai conservatori governare per poi essere cannibalizzati e scomparire.

Nel nuovo bipolarismo italiano i due contendenti grandi appartengono a forze molto lontane per provenienza, per territorio, per interessi sociali espressi ma parzialmente sovrapponibili soprattutto dal punto di vista del sentiment di voto, dagli elementi psico-politici della protesta, della rabbia, della ricerca di soluzioni semplici a problemi complessi, di un rapporto precario con le forme della democrazia rappresentativa, se non della democrazia tout court. La nuova egemonia leghista nel centrodestra ne modifica la natura in maniera ancora una volta paradossale: Berlusconi che è il vero inventore del populismo paternalista italiano è finito per essere travolto dal fatto che si è schiacciato troppo sul Ppe e sull’Europa e ha perso la gara nella flat tax al ribasso e nella guerra all’immigrazione vinta ampiamente dalla Lega che dispone di un leader giovane, ruvido e vitalista contro un leader anziano, affettato e il cui vitalismo seduttivo appare ormai ridicolo per un ottantenne.

I flussi ci dicono che il Pd ha perso voti (in maniera territorialmente diversa) in tutte le direzioni: pochissimo verso LeU (un partito che rappresenta il vecchio del vecchio dei ceti politici della sinistra novecentesca) che arriva appena alla percentuale presa da Sel nel 2013 mentre ancora più a sinistra Potere al popolo non prende neppure la metà dei voti di Ingroia; perde verso 5 Stelle e verso la Lega in maniera diversa. Il pedaggio a 5 stelle è sostanzialmente esclusivo a Sud mentre nelle regioni settentrionali il prezzo è pagato anche a Salvini (nulla verso Forza Italia); infine una percentuale significativa specie a Nord e nelle vecchie regioni rosse va al non voto. C’è – va rilevato – anche del voto in entrata che arriva soprattutto dal vecchio mondo di Scelta Civica che nel 2013 aveva preso il 10,6% e che nello sfaldamento ha guardato al centrosinistra piuttosto che alle forze diversamente populiste o a Forza Italia. Il che ci porta a dire che l’elettorato del Pd, ridotto al 18-19%, non si è solo ristretto, ma è anche cambiato rafforzando quegli elementi che già emergevano: voto urbano, ceti medi (o medio alti), molti laureati, età media dai 45 ai 70, più vicino al centro che alle periferie (fenomeno che in realtà va avanti da anni e che era abbondantemente già avvenuto nel 2013, corretto alle amministrative romane di quello stesso anno per il fallimento di Alemanno, e che si era manifestato parzialmente anche nel 2008 pur a fronte di un risultato molto diverso con il 33,7% del Pd ma con le sconfitte come quella subita da Rutelli a Roma quando Alemanno al ballottaggio vinse proprio in periferia).

La domanda che oggi corre – lasciamo perdere quella sulle dimissioni di Renzi e sulla loro modalità perché se questo diventa il tema centrale dovremmo dire che il problema è quello di un leader diventato antipatico e sarebbe una risposta riduttiva e paradossalmente pre-politica per affrontare un problema politico epocale – è quella di quale ruolo debba assumere il Pd nel quadro nuovo. Spieghiamoci meglio: non se il Pd debba entrare in un governo del Paese ma se c’è ancora uno spazio di iniziativa politica che non sia semplicemente “avete vinto adesso fateci vedere cosa sapete fare”. Chi accusa Renzi di aver assunto una posizione bambinesca dimentica di dire che era la stessa posizione scelta dalla SPD dopo il voto di settembre.

Apparentemente ci troviamo di fronte a una trappola perfetta: chiudersi in una posizione di alterità rispetto al quadro può apparire come il migliore modo di affrontare la crisi e ricominciare a ragionare sul Pd, sul centrosinistra e sul suo futuro. Ma contemporaneamente rischia di finire per essere una posizione di inutilità e di immobilismo le cui conseguenze politiche (un lungo stallo e magari una degradazione delle condizioni economiche oggi ancora gracilmente positive, una crisi istituzionale che accresca i sentimenti di impotenza e rabbia che sono la parte destruens di questo voto, se ve ne è una ingenuamente costruens rappresentata dall’attesa del cambiamento dal “vediamo cosa succede con questi qua”) potrebbero essere imputate proprio al Pd conducendolo a nuove liti, nuove spaccature e, magari, con un nuovo voto alla disgregazione. Certo le carte stanno al Presidente della Repubblica che può spingere solo nella direzione di un governo di scopo temporaneo e che tenga insieme tutti – intendo davvero tutti – in vista di un altro voto. E’ una posizione istituzionalmente comprensibile e forse addirittura necessaria, ma di cortissimo respiro per il Paese e per il centrosinistra e il Pd.

Proviamo allora a cambiare la domanda: esiste uno spazio per il Pd di fare politica pur restando all’opposizione e senza svendere la sua differenza sostanziale verso i due vincitori del 4 marzo 2018? La mia risposta è che in uno spazio strettissimo e pieno di rischi questa possibilità esiste. Mi verrebbe da citare il famoso discorso di Togliatti alla nascita del centrosinistra moroteo, quando almeno in apparenza il Pci era divenuto un partito ininfluente dopo che la Dc aveva superato, alleandosi col Psi, la crisi del centrismo dopo gli anni di De Gasperi. Togliatti rovesciò la prospettiva dicendo: noi saremo all’opposizione ma da qui metteremo i piedi nel governo del Paese. Oggi non c’è nessun Togliatti e neppure un avversario come la Dc e un ex alleato che aveva cambiato bandiera senza mai essere indicato come un traditore, che era il Psi di Nenni. Togliatti voleva dire che dall’opposizione si può orientare l’agenda della politica, spingere verso soluzioni, erodere spazio politico, riaggregare interessi e costituency sociale accettando il cambiamento anche quando appare disorientante e anzi spesso spingendolo sapendone cogliere e anticipare conseguenze e opportunità.

Per scendere dalle spalle della storia alla cruda realtà faccio qualche ipotesi. Intanto anche per stare all’opposizione serve che ci sia un governo e allora, quali sono le cose irrinunciabili per un Pd che proprio dall’opposizione vuole dettare l’agenda politica? Me ne vengono in mente alcune:

  1. Il consolidamento della scelta europea dell’Italia, che passa non solo e non tanto per il rispetto sostanziale dei patti (che pur vanno rispettati e semmai ricontrattati perché sono la base della nostra ripresa e non le catene di Bruxelles) ma per una adesione italiana al progetto di rafforzamento europeista oggi rappresentato dall’asse Francia Germania (la Francia di Macron e la Germania della Groko tra Merkel e SPD).
  2. Sulle politiche migratorie il completamento di una politica complessa fatta di accoglienza verso i rifugiati, controllo delle spinte criminali che prosperano sulla clandestinità, accordi internazionali, riapertura misurata a una migrazione da lavoro che l’emergenza degli anni scorsi ha sostanzialmente cancellato, e riconoscimento dei diritti, riprendendo sul serio la questione dello ius soli, anche per mettere alla prova e separare populismo e xenofobia.
  3. Politiche del lavoro che non siano l’impraticabile per costi e ingestibile per deficit amministrativo reddito di cittadinanza ma che consentano insieme un sostegno alle politiche di avvicinamento al lavoro (i centri per l’occupazione, una rete di formazione moderna), uno strumento nuovo come il servizio civile obbligatorio e remunerato che ha la doppia funzione di un uso sociale del lavoro giovanile (quanto servirebbe ai comuni? quanto aiuterebbe un associazionismo solidale vero? quanti servizi in più potrebbe assicurare?) nuovi processi formativi associati ad un reddito, infine il dispiegamento pieno dei paracadute sociali nuovi come il Naspi che hanno dato risultati; interventi contro la povertà e a sostegno della famiglia (la famiglia in tutte le sue declinazioni) come alla fine di questa legislatura con il reddito di inclusione si era cominciato a fare con un ritardo che per l’Italia è ultra cinquantennale.

 

  1. Non toccare e anzi estendere i diritti civili che sono uno dei risultati maggiori di questo quinquennio di governi basati sul Pd e su cui il Movimento 5 Stelle non ha mai avuto nulla da dire.
  2. Compiere, per quel che riguarda la compagine di governo, scelte improntate alla competenza e alla capacità. Perché il governo ombra dei 5 Stelle sarà pure stata una buona mossa di marketing elettorale ma è una barca destinata ad affondare. Ci sono personalità, economisti, giuristi, studiosi ma anche manager indipendenti e capaci, qualcuno anche nei ranghi della macchina pubblica: le scelte fondamentali vanno fatte lì. Non ci sono nomi da suggerire, ma criteri di giudizio sì.
  3. Per quanto riguarda il tema vituperato delle riforme istituzionali non sarà certo questa la legislatura per metter mano ai grandi disegni, ma qualcosa bisognerà pure fare almeno su due fronti: se bicameralismo perfetto deve essere almeno che sia davvero perfetto, ovvero ci si convinca del fatto che per Camera e Senato non possono esistere due platee elettorali diverse perché questo impedisce qualunque forma di maggioritario o di proporzionale con premio di maggioranza. E una legge elettorale che senza estremizzazioni spinga in questa direzione: vanno bene tutte o quasi, dal ritorno al Mattarellun ad un sistema a doppio turno di collegio o di ballottaggio nazionale.
  4. Attenzione ai conti pubblici per non ammazzare la ripresa: si può essere interventisti ma con politiche mirate a sostenere l’innovazione, la crescita, a scegliere i settori che sono strategici per l’Italia  come la cultura, il turismo, l’ambiente, la moderna agricoltura, la manifattura evoluta e competitiva che con l’export ci assicura un avanzo primario che ha pagato finora la ripresa.

Ce ne sono altre di questioni certamente ma non è un programma di governo. È solo una ipotesi di ripresa della politica in tempi difficili in cui non è il Pd a governare. Ma possono essere i tempi difficili in cui il Pd affronta la sua crisi chiamando a raccolta una capacità e una responsabilità non trasformiste, una voglia di lavorare che, anche dall’opposizione, sappia indicare una agenda e mettere dei paletti. Se chi ha vinto le elezioni senza vincerle ha l’aspirazione di fare un governo non di bandiera ma di una qualche sostanza, non di legislatura ma neppure che duri 6 mesi, deve fare i conti con la politica. Non sappiamo affatto come reagirebbero a una simile posizione il Movimento 5 Stelle o gli altri protagonismi del bipolarismo zoppo italiano. E non sappiamo neppure se il Pd e centrosinistra abbiano voglia di far politica e la smettano di discutere delle dimissioni di Renzi per guardare dentro la sconfitta senza rancori, inutili orgogli, piagnistei ma con voglia di capire e di cambiare.