America, democrazia
esposta ai populismi
Non un modello

Nadia Urbinati ha individuato un problema importante dell’America di Trump – il fideismo del populismo trumpista – che non scomparirà tanto facilmente. Concordo. Ma vorrei soggiungere alcune cose a riguardo, sul populismo in generale e sul suo nesso con l’identità americana. A mio avviso la crisi di rappresentanza è il vacuum in cui si inserisce l’immaginariopopulista.E tutti gli studi moderni convergono nell’individuare nella crisi di rappresentanza l’innesco del populismo in fasi di transizione. Lo sapeva bene Gramsci che neiQuaderni del carcereparlava di soluzioneteatrale della politica col nesso popolo-demagoghi. E Gramsci lo sapeva bene avendola vissuta col fascismo e con Mussolini, che fu anche gran teatrante trasformista.

Ebbene, il vacuum di rappresentanza purtroppo è insito nella democrazia americana. Stiamo parlando di una società immensa. Nomade. Tradizionalista anche. Segnata da un forte individualismo possessivo. E quindi naturalmente diffidente verso la politica. Non bastano le associazioni e le comunità che costellano il pluralismo negli Usa, di cui già parlava Tocqueville nel 1848, a colmare lo iato tra eletti ed elettori. Dobbiamo poi ricordare Wright Mills per evocare le potenti lobbies e il complesso militare-industriale che svuotano le forme legali e colonizzano gli eletti per ritrovare certe cose presenti anche di oggi con i new media.

Un presidenzialismo “monarchico”

Infine il presidenzialismo. Un presidenzialismo monarchico bilanciato in modo molto complicato. E anche indiretto. Per cui può accadere che il voto popolare non basti a eleggere un presidente e anzi accada che con più voti si perda. E ciò, negli Usa, è retaggio di unatavico conflitto tra federalismo e confederalismo. Tra assertori della sovranità universale e i sostenitori della rappresentanza per Stati, con più rappresentanza a chi pagava più tributi. Una sorta di leghismo americano. Da cui poi la civil war del 1864 con ciò che ne seguì di irrisolto.

Ebbene tutto questo castello è molto fragile. Perché in tempi normali il mito presidenziale right or wrongmy country regge. Così come in passato cinema e musica e way of life affluente bastavano a unificare le genti americane. Ma quando il conflitto distributivo esplode e l’export non tira, e gli USA perdono colpi, e le diseguaglianze esplodono, allora tutti i conflitti sopiti riemergono in modo drammatico. E dilagano nella poliarchia americana. Dal basso verso l’alto. E allora ecco riemergere il populismo che a mio avviso è latente nella nazione americana.Subito dopo quello russo, infatti, venne il populismo americano. Che vedeva i farmer del sud e dell’ovest in lotta contro il capitale finanziario e industriale. E con tratti anche di sinistra, e non solo di destra oggi largamente prevalente. E tutto in nome della vera nazione americana.

Insomma la democrazia Usa è molto fragile ed esposta. E non bastano nemmeno eventuali movements a garantirne la vitalità. Anzi, oggi i movements, quando sono popolari e di destra come sono, appaiono distruttivi e fascistoidi. Perciò occorrerebbe correggere il meccanismo elettorale del presidenzialismo. Perché i verdetti finali non siano contestabili per un pugno di voti. E poi rivalutare la partecipazione popolare nei due grandi partiti. Rilanciare la partecipazione sindacale come cominciò a fare Obama. Perché sindacati e partiti, piaccia o meno, sono anello di congiunzione tra Stato e società civile in una democrazia delle regole. Era la opinione di Hans Kelsen, non la mia, e la ritengo ancora valida. Altrimenti il vulcano populista può sempre esplodere e travolgere tutto. Specie in America. Ma soprattutto, proprio per tutti questi motivi, noi non dobbiamo più guardare all’America come modello politico-istituzionale. Mai più.