Altro che vocazione maggioritaria, al Pd serve una vocazione sociale

Più passa il tempo e meno si capisce che cosa vuole essere il Pd. Sono trascorsi quasi quattro mesi dall’elezione di Nicola Zingaretti e quelli che avevano riposto qualche speranza in un visibile cambio di passo sono rimasti un po’ delusi. Si aspettavano di più e soprattutto di più chiaro. E invece quel partito a volte sembra come paralizzato nelle sabbie mobili delle lotte tra le correnti e tra le diverse opzioni politiche.

pd zingarettiGuardare a sinistra o al centro? Essere radicali o moderati? Parlare ai ceti popolari delle periferie o cullarsi nel consenso della piccola e meno piccola borghesia dei centri storici? Stare con gli operai o con gli imprenditori? Costruire una coalizione competitiva o immolarsi sull’altare della vocazione maggioritaria?

 

Gli equilibrismi di Zingaretti

Immerso in questo vortice di pensieri contrastanti, Nicola Zingaretti deve faticare molto per non essere travolto. E a volte sembra troppo impegnato a smussare, moderare, sedare, evitare lacerazioni piuttosto che a delineare il nuovo partito che ha promesso durante la campagna per le primarie.

Persino il “caso Lotti” è stato archiviato nel giro di qualche giorno, dopo aver ottenuto la sua autosospensione dal Pd, per evitare lo scontro con le truppe renziane e una spaccatura del partito. Eppure in quella vicenda c’erano tante questioni su cui discutere e tanti modelli di comportamento da bandire. Tutte cose non di secondaria importanza perché definiscono la natura di un partito, il suo codice etico, il suo valore. La sua identità.

Allo stesso modo le vistose assenze dem alla Camera in occasione del voto sul decreto crescita – solo 29 presenti su 111 – dopo quello strano voto a favore dei mini-bot, sono  ulteriori prove della difficoltà del segretario a controllare pezzi del suo partito persino quando si tratta di fare opposizione al governo gialloverde. Ed è paradossale che il leader di un partito non riesca a farsi ascoltare dai suoi gruppi parlamentari. La sfuriata di Zingaretti sulle assenze– “voglio spiegazioni” – sembra caduta nel vuoto. Vedrete che non avrà seguito e ci si accontenterà della giustificazione, molto in voga, di improrogabili “impegni sul territorio” che hanno impedito la presenza in aula.

 

Il fantasma della “vocazione maggioritaria”

Nell’ultima riunione della Direzione Pd qualche giorno fa un tema che sembra aver messo d’accordo tutti e ha fatto passare in secondo piano il caso Lotti è la cosiddetta vocazione maggioritaria. E’ un tema che da anni appassiona molto gli esponenti Pd e molto ma molto poco gli elettori della sinistra. Si tratta di quella strana idea per cui un partito deve bastare da solo per vincere le elezioni, ottenere la maggioranza e governare. In questo modo, si dice, non si deve rendere conto a nessuno e non si è costretti a quelle ammucchiate elettorali che durano poco.

Il problema è che se una vocazione del genere può funzionare con il sistema elettorale maggioritario (o vinci tu o vinco io, secondo la regola del bipolarismo), in un sistema proporzionale non serve a nulla. E se poi il sistema politico è tripolare, come ancora è oggi il nostro, pretendere di avere una vocazione maggioritaria può persino apparire un po’ folle. Insomma, una discussione basata sul nulla.

pd zingarettiDiciamo la verità: il Pd ne ha molti di problemi. Alcuni sono storici, molti sono irrisolti e certi forse non sono nemmeno risolvibili dopo dodici anni di vita. L’unica cosa certa è che, al punto in cui siamo, quel partito potrebbe anche morire sotto i colpi degli equilibrismi di corrente e delle mediazioni tra gruppi dirigenti se non si interviene in tempo.

Per questo sono convinto che senza un colpo d’ala non si risolleverà nulla, neanche con la buona volontà di Zingaretti. E il colpo d’ala non si potrà mai compiere nelle stanze del Nazareno. Né si potrà mai realizzare con le trovate ingegneristiche delle vocazioni più o meno maggioritarie.

 

Alla ricerca della “vocazione sociale”

Quello che manca al Pd è la vocazione sociale. Infatti: non si sa a chi parli e che cosa dica. Gli manca la forza di rappresentare quello che Gramsci chiamava il blocco sociale: classi o ceti identificabili, portatori di interessi precisi e disposti a battersi per l’affermazione di un’idea di società.

Anche se il mondo è cambiato, il problema resta: il Pd un blocco sociale non ce l’ha. Si è illuso che si potessero tenere insieme pezzi diversi e a volte contrastanti di società (l’operaio e il “bravo industriale” per capirci) per diventare un grande partito nazionale. Ma per essere un grande partito nazionale (come lo fu a suo tempo, pur con tutti i limiti, il Pci) non bisogna essere un partito pigliatutto. Ma un partito che fa una scelta di campo, che sta da una parte, ci sta in modo radicale e rappresenta soggetti sociali chiari, ha un programma di cambiamento coraggioso e su quello intercetta il consenso anche degli altri attori sociali. E in questo modo davvero riesce a sfidare la nuova destra di Salvini.

Zingaretti questo sembra averlo capito e la sua presenza alle manifestazioni dei sindacati a Roma e a Reggio Calabria segna una discontinuità rispetto al recente passato. Ma quanti nel Pd ancora storcono il naso e pensano che il sindacato sia quello del gettone telefonico nell’iPhone? Se non si risolve, in modo chiaro, la questione dell’identità del Pd e la sua vocazione sociale, non saranno le tregue più o meno armate o gli equilibri interni forzati a farne un’alternativa concreta alla destra estremista.