“Altro che ius soli. Quei ragazzi sono già italiani”. Intervista a Giuseppe Caliceti

Quasi sei anni fa, esattamente il 10 maggio 2013, l’Unità pubblicò la storia di Lamiaa Zilaf, una ragazza tredicenne, nata a Reggio Emilia da genitori di origine marocchina e quindi, secondo la legge allora e tuttora vigente, impossibilitata a ottenere la cittadinanza italiana prima di compiere 18 anni. A scuola c’erano insegnanti che si complimentavano perché era “più brava degli italiani” e le chiedevano da dove venisse. Lei, essendo sempre vissuta in Italia e avendo frequentato solo le scuole italiane, rimaneva assai perplessa. Quando, proprio da Reggio Emilia, partì la campagna nazionale per i diritti di cittadinanza “L’Italia sono anch’io”, Lamiaa andò insieme ad altri ragazzi a perorare la causa fino alla Camera dei deputati, davanti a Gianfranco Fini che, all’epoca, ne era presidente. Non se ne fece nulla e anche in seguito – durante i governi Renzi e Gentiloni – la proposta di legge nota come “Ius soli”, dopo l’approvazione alla Camera, non approdò mai al voto definitivo in Senato.

Nel frattempo Lamiaa, insieme alla sua famiglia, si è trasferita, ove poi una cittadinanza ha potuto ottenerla: quella francese, però. Adesso la sua storia, seppure in forma romanzata, è diventata un libro, “Amira, un mondo senza confini”, uscito per le Edizioni Raffaello, che sarà presentato il 3 aprile a Bologna, nell’ambito della Fiera del libro per ragazzi. L’autore è Giuseppe Caliceti, reggiano, scrittore e animatore della rassegna Baobab, che promuove la lettura tra i ragazzi , ma soprattutto maestro nella scuola primaria, che un tempo si chiamava elementare. Ed è proprio dalla esperienza di lavoro nella scuola che Caliceti trae spesso spunti e materiali per i suoi libri. In quest’ultimo, immagina di essere l’insegnante della protagonista, che prima non può essere considerata italiana in Italia, poi paradossalmente viene considerata tale, provenendo appunto dall’Italia, quando si trasferisce in Francia.

Caliceti, perché riproporre oggi – in un clima politico non certo più favorevole – una storia del genere e, soprattutto, il tema della cittadinanza per i ragazzi nati e sempre vissuti nel nostro Paese?
“Perché è inconcepibile che non si voglia risolvere questo problema. Che per i ragazzi, come verifico quotidianamente nella mia esperienza di insegnante, non è nemmeno un problema. Non se lo pongono proprio, non concepiscono l’idea che tra compagni di classe ci si debba dividere tra italiani e non italiani: sarebbe come immaginare che nelle squadre di calcio gli stranieri siano meno importanti degli italiani. La scuola, da questo punto di vista, è molto più avanti della società e della politica, riconosce già una specie di ius culturae. Allora la dico così: rispetto alla realtà che vivono oggi i ragazzi, quella per lo Ius soli è addirittura una battaglia per vecchi”.

Sarà pure una battaglia per vecchi, però è tutt’altro che conclusa. Non la si è fatta quando, forse, si poteva vincere, figuriamoci adesso.
“Per questo sono molto arrabbiato con i governi precedenti. Fecero un grande errore a non condurre fino in fondo quella battaglia, in sostanza si sottomisero alle fobie della destra. Io fui tra i primi firmatari della campagna per la cittadinanza ai bambini nati in Italia, ricordo bene quando la lanciammo insieme a Graziano Delrio, allora sindaco di Reggio e presidente dell’Anci, l’associazione dei Comuni. I vescovi, il mondo cattolico erano a favore, c’era una rete ampia di sostegno e di energie. Fu l’ennesimo treno perso della sinistra. Doppiamente perso”.

Perché doppiamente?
“Perché non si è capito che questo tema della cittadinanza, ma più in generale l’intero discorso sui migranti, non era solo una questione di diritti civili, pur irrinunciabili. Era, continua ad essere, anche e soprattutto l’occasione per parlare di uguaglianza, per difendere i diritti sociali e del lavoro. Prima ancora che di razzismo, si tratta di una questione di povertà. I migranti sono i più poveri, vengono usati come cavie per togliere diritti che poi possono essere tolti anche agli altri lavoratori. Se non si occupa di queste cose, quale funzione ha la sinistra?”.

Foto di Ella Baffoni

Non è troppo tardi per riprendere quel treno?
“Io penso che la sinistra, se vuole esistere e dare un senso alla parola sinistra, debba rilanciare il progetto, smetterla con le paure e con le esitazioni. Questa è una battaglia sacrosanta, da fare tenacemente sul piano culturale e sociale, per quanto possa essere faticosa e lunga. Magari partiamo anche dai Comuni, con cittadinanze onorarie. Basta trincerarsi dietro i numeri, che prima erano incerti, ora sono sfavorevoli, domani comunque meglio andare cauti… Diceva Che Guevara: chi lotta può anche perdere, ma chi non lotta ha già perso“.

Al momento, un ragazzo minorenne che ha genitori di origine straniera deve acquisire meriti straordinari per smuovere Salvini. Come nel caso di quello che ha dato l’allarme per l’autobus sequestrato.
“Una vicenda che, per forza mediatica, sottolinea proprio quanto sia assurdo rifiutare il riconoscimento della cittadinanza a un ragazzo per tutto il resto assolutamente italiano fin dalla nascita. Ma è anche più irragionevole che un diritto così elementare possa essere trasformato in una concessione straordinaria, in un premio discrezionale. Se si hanno gli stessi, identici requisiti, ma non si va in prima pagina, magari rischiando la vita, allora si è meno italiani? E’ una cosa davvero priva di senso”.