Alt alla plastica L’Europa ci prova

Un mare di plastica ci sommergerà. Ogni anno nel mondo vengono prodotti 280 milioni di tonnellate di plastica e si stima che nel 2050 diventeranno 400 milioni. Di questi, solo il 3% viene riciclato. Il 96% rimane a inquietare i nostri sonni, a sommergere le nostre strade, a inquinare e intossicare la nostra aria e circa il 10% finisce in mare “alterando pesantemente la vita delle nostre acque – come denuncia Marevivo”. Si stima che sia finito in mare “il 5% di tutta la plastica prodotta dagli anni 50 in poi; ogni anno si arena sulle nostre spiagge una quantità di rifiuti variabile da 400 a 4.000 kg per km di costa”.

Tante sono le campagne che vengono lanciate per “sensibilizzare”, è la parola giusta, sull’importanza e il valore anche monetario di questo prezioso rifiuto, che se riciclato, produrrebbe una nuova fiorente economia, nuovi posti di lavoro e una nuova vita ai rifiuti trasformati in prodotti innovativi. E, non ultima per importanza, produrrebbe una migliore qualità della vita per tutti noi. Le campagne informative del Corepla, il consorzio che raccoglie la plastica in Italia, già da molti anni ci informano che dal riciclo della plastica potrebbe nascere anche nel nostro Paese una nuova realtà industriale e occupazionale di raccolta, selezione, riciclo e trasformazione della plastica, unendo attività di produzione industriale e sostenibilità ambientale.

E l’Europa, quella che ci piace e che vogliamo sostenere, ci prova. Per la prima volta, intende affrontare il problema del crescente sversamento di plastica nell’ambiente, nei fiumi, nei mari. Assumendo anche un ruolo di indirizzo a livello globale, così come frequentemente avviene per la politica e legislazione ambientale europea, poi spesso ripresa in altre parti del mondo. Un pacchetto di misure per contrastare l’inquinamento da rifiuti di plastica è stato varato ieri, con un voto del Parlamento di Strasburgo. Già l’Eurobarometro aveva evidenziato in un’indagine recente, che tre europei su quattro (74%) sono preoccupati per l’effetto delle plastiche sulla salute e quasi nove su dieci (87%) dell’impatto sull’ambiente. E il nostro Paese esprime tra le percentuali più alte d’Europa, rispettivamente 83% e 93%.

La Commissione Europea lancia la sua offensiva per ridurre le stoviglie monouso in plastica e vietare le microsfere dello stesso materiale presenti in prodotti come detersivi, cosmetici o cuscini da viaggio. Inoltre nella “Strategia Ue sulla plastica nell’economia circolare”, così si chiama il pacchetto di misure targato UE, ci sono iniziative per limitare lo scarico di rifiuti dalle navi dotando i porti di specifiche strutture, aumentare la domanda di plastiche riciclate e assicurare che entro il 2030 tutti gli imballaggi siano riutilizzabili o riciclabili in modo conveniente ed economico. Misure che interverranno a monte, sugli standard di qualità e sulle norme di commercializzazione del packaging e rinforzeranno il target di recupero a valle del 55% degli imballaggi in plastica, previsto dal pacchetto rifiuti che dovrebbe essere approvato definitivamente dall’Europarlamento in primavera.

Nonostante le sterili dispute, tutte nostrane, sui sacchetti biodegradabili a pagamento, all’annuncio di una “tassa” sulla plastica che l’UE vorrebbe introdurre nella prossima legge di bilancio europea anche alla luce del fatto che “dal 1 gennaio la Cina ha chiuso il mercato, non prende più plastica da riciclare”, mentre in Ue ne “utilizziamo e produciamo troppa – come ha detto il commissario al bilancio Gunter Oettinger” e che hanno scatenato in Italia feroci polemiche, la stessa indagine Eurobarometro fa emergere che il 72% degli intervistati ha ridotto in questi ultimi anni l’uso delle buste di plastica. Un risultato che lancia messaggi positivi sulla possibilità di raggiungere i target che l’Unione Europea ha fissato per il 2019 (-80% dei sacchetti rispetto al 2010).

L’Europa dunque alla testa di una politica di riduzione. Riduzione dei rifiuti, riduzione della plastica, riduzione del danno. Ma anche alla testa di politiche che diano certezza di prospettiva all’industria di settore, che favoriscano le iniziative locali di riciclo che dovranno prendere il posto degli export verso l’esterno, messe in crisi dalla mossa cinese di restringere l’import di plastica differenziata. Adesso tutto sta vedere se, come e soprattutto quando i Paesi recepiranno questa vera e propria offensiva europea.

Alcuni Paesi sono naturalmente più avanti e più motivati nella salvaguardia dell’ambiente e di una migliore qualità di vita per i propri cittadini, come il governo del Regno Unito che ha promesso, sebbene nell’arco di qualche decennio, entro il 2042, l’eliminazione totale dei rifiuti di plastica. La premier Theresa May ha infatti lanciato un piano che nel breve periodo prevede l’estensione a tutti i commercianti del Regno della tassa di 5 pence sui sacchetti della spesa monouso ora imposta solo alle grandi catene e l’introduzione nei supermercati di corridoi con prodotti alimentari (in particolare le verdure) liberi da imballaggi di plastica.

In Italia, dove secondo l’Eurobarometro, i cittadini sono tra i più preoccupati d’Europa dall’inquinamento dell’aria che respirano e dall’impatto delle plastiche sull’ambiente (86%) e sono tra i più convinti (61%), con ciprioti (69%), spagnoli (68%) e francesi (62%), che la qualità dell’aria sia peggiorata negli ultimi dieci anni, dove vivono in città sommerse dai rifiuti, vanno al mare su spiagge affogate dalla plastica e nuotano insieme a migliaia di sacchetti non biodegradabili, è arrivato, proprio in zona Cesarini, nella legge di Bilancio, il bando dei cotton fioc non biodegradabili e delle microplastiche nei cosmetici. Un battito di ciglia in una guerra alla plastica che da noi non è ancora veramente iniziata.