Fontana dovrebbe dimettersi per i milioni nascosti all’estero

Un importante uomo politico viene scoperto: ha un bel po’ di soldi, conservati segretamente su un conto in Svizzera. Il suo partito si guarda bene dal ricandidarlo; lui si dimette e la carriera nelle istituzioni arriva al capolinea. Succede in Italia? Macché. È successo nel 2013 in Francia, dove il ministro al Bilancio Jérôme Cahuzac, socialista, venne travolto dallo scandalo conseguente alla scoperta di 600.000 euro (una parte dei suoi averi custoditi all’estero) riportati in patria e prelevati da una banca elvetica. In Italia, invece, la stessa identica situazione non induce Matteo Salvini, segretario plenipotenziario ed ego-riferito della Lega, a non ricandidare e ad allontanare Attilio Fontana, attuale presidente della Giunta regionale lombarda, indagato per frode in pubbliche forniture. Il solito Salvini conferma semmai che Fontana è un benefattore, che sarà candidato come presidente alle non lontane elezioni regionali, che esiste un complotto della magistratura e che c’è “una giustizia a orologeria”.

“Giustizia ad orologeria”

Sai che botta di originalità salviniana… Sono quasi trent’anni, almeno dall’avvio di Mani Pulite nel 1992, che si sente parlare di magistrati che ticchettano al ritmo di un timer. Un discorso inaugurato pubblicamente dal socialista Bettino Craxi, da sempre perseguito ufficiosamente dalla vecchia DC e poi caro a quasi tutti i partiti nel momento del bisogno (per altro, le scadenze elettorali sono così frequenti che, per non apparire a orologeria, la magistratura italiana dovrebbe stare in ferie 11 mesi l’anno). Per giunta, l’ex Capitan Papeete teorizza – altra botta di originalità… – che bisognerà approfittarne per dare una legnata alla magistratura (la quale ovviamente, nei suoi organi direttivi, ha qualcosa di cui fare ammenda, come insegna il “caso Palamara”, ma questa è un’altra storia) e metterla sotto il controllo – nonostante la Costituzione non lo preveda – del potere politico (progetto caro da decenni a Berlusconi, ai suoi alleati leghisti e anche – a onor del vero – ad alcuni settori del centrosinistra).

fontana coronavirusDi certo, comunque, questa storia “è pazzesca”. Bisogna concordare, una volta tanto, con Fontana: l’ha detto al quotidiano La Stampa in un colloquio dedicato all’inchiesta per frode nei suoi confronti, relativa alle forniture di camici anti-Covid19. Non si può che essere d’accordo col presidente. Con la differenza che per lui la storia è folle perché egli sarebbe in realtà un benefattore della Lombardia; mentre per altri è allucinante perché, al di là delle eventuali conseguenze penali dell’indagine aperta a Milano,- politicamente è una figuraccia di… diciamo pazzesca.

I conti all’estero

Sia chiaro, sicuramente Fontana è innocente. Inoltre, nonostante le apparenze, è un politico efficientissimo in ogni circostanza, pandemie incluse: nonostante i quasi 17.000 morti lombardi per Covid19 e le altre inchieste giudiziarie dedicate alla gestione della pandemia (sulle radici della strage nella politica sanitaria del centrodestra, al potere in Lombardia da più di 20 anni, leggi qui). Sicuramente non sapeva (lo ha sempre giurato e persevera) dell’affare da oltre mezzo milione di euro concluso il 16 aprile, senza alcuna gara d’appalto, tra la Dama Spa, l’azienda del cognato e della moglie, e la Regione Lombardia per la fornitura di camici antivirus. Sicuramente Fontana non sapeva che sarebbe apparso un po’ sospetto un suo bonifico “segreto” (con la parola “camici” nella causale) di 250.000 euro (provenienti da un suo conto personale alimentato con i soldi in arrivo dai paradisi fiscali della Svizzera e delle Bahamas) in favore della Dama: è stato casualmente effettuato subito dopo l’uscita delle prime indiscrezioni giornalistiche sul business dei camici (quelle che lo avevano indotto a bloccarne l’acquisto); tanto da far supporre agli inquirenti che si trattasse di una risarcimento per il profitto non conseguito dall’azienda dei suoi familiari.

Però – al di là degli esiti futuri delle inchieste penali – c’è un dato politico che in Francia (e non solo) lo avrebbe già destinato al dimenticatoio: di certo Attilio Fontana sapeva di avere un bel malloppo custodito all’estero. Sapeva di essere contitolare dal 2005 di 5,3 milioni di euro in ballo tra Bahamas e Svizzera, regolarizzati da uno scudo fiscale nel 2017, di cui non ha mai detto niente né prima (quando il conto era fuorilegge) né dopo e sulla cui origine tira in ballo misteriose eredità materne. Si apprende “soltanto” – grazie alle indagini – che ha avuto accesso a un conto illegale in Svizzera fin dal 1997, all’esordio della sua carriera politica: lo aveva aperto la madre, che all’epoca era una settantaquattrenne, ma il figlio aveva avuto subito la procura per fare operazioni; insomma, lo poteva gestire lui. Poi i soldi furono trasferiti alle Bahamas nel 2005, sempre dalla mamma, quando lei aveva 82 anni e lui era presidente del Consiglio regionale della Lombardia. I milioni sono diventati soltanto di Fontana nel 2015, allorché la madre è scomparsa e lui ha ereditato il gruzzolone.

In parole povere, in un Paese normale Fontana dovrebbe dimettersi – a prescindere dalle indagini giudiziarie (suscitate da un esposto di una banca giunto alla Guardia di finanza) – perché considera legittimo avere un conto segreto all’estero, fino a 3 anni fa illegale. Perché non ha mai detto di essersi parato le terga “scudando” nel 2017 quella somma e rendendola “legale” (il dizionario Garzanti definisce così il verbo “scudare”: “proteggere da accertamenti fiscali un capitale detenuto illegalmente all’estero”; in sostanza – avvalendosi della legge 141 del 2009, voluta dal governo Berlusconi – Fontana ha dichiarato di avere nascosto quei milioni all’estero, pagando una piccola imposta e schivando così accertamenti tributari, civili e penali, con la garanzia della segretezza). Perché non l’ha mai detto alla Regione (sul sito della Lombardia informazioni non ce ne sono) e ai cittadini. Perché non ha ancora spiegato come avessero potuto i suoi genitori – lei dentista, lui medico di base – a mettere illegalmente da parte fin dal 1997 un sacco di soldi e per quale motivo si decise – senza che lui obiettasse, anzi con la sua complicità grazie alla procura – di nasconderli in forzieri compiacenti, dove per giunta si trovano ancora (la comprensiva legge berlusconiana consente di lasciarli dove sono, dopo averli “scudati”).

Tutto, per giunta, è accaduto mentre Fontana era già un importante uomo politico leghista, oltre che un avvocato: sindaco di Induno Olona, grosso Comune del Varesotto, dal 1995 al 1999; presidente del Consiglio regionale della Lombardia dal 2000 al 2005; sindaco di Varese dal 2006 al 2016, presidente della Giunta regionale dal 2016 a oggi. Sono stati 25 anni intensi, in cui di certo non ha potuto fare soldi a palate come avvocato (più o meno) di grido.

Vedremo che cos’altro salterà fuori. Intanto, però, Attilio Fontana sembra non sapere niente di niente; oppure “sa di non sapere”, come Platone fa dire a Socrate. Quindi ha ragione pure l’ex capitan Papeete, che ha appena dichiarato: “È un complotto! Giustizia orologeria!”. Nel senso che forse Fontana complotta contro se stesso? Complotta contro se stesso pure Salvini, che si sceglie un presidente lombardo così sprovveduto e intanto non vede che i suoi commercialisti e tesorieri vengono coinvolti o citati in un’altra inchiesta per peculato ed estorsione, nell’ambito di un’indagine collegata a quella sui finanziamenti pubblici per i 49 milioni scomparsi (lo certifica una sentenza definitiva) nei bassifondi della Lega? Ma no. Secondo il capitano, complottano i magistrati che hanno iscritto il “governatore” lombardo e altri leghisti eccellenti nel registro degli indagati; anzi, complottano pure i comunisti, gli svizzeri, le Bahamas e anche Socrate con Platone. Amen.